Gli sdraiatiI giovani non cercano solo lavoro, ma leader capaci

Le nuove generazioni vivono in contesti economici difficili, in cui oltre alle difficoltà nel fare carriera non trovano manager in grado di farli crescere, non solo professionalmente, all’interno delle aziende

In Cina gli 11,3 milioni di laureati del 2023 non trovano lavoro corrispondente al proprio percorso di studi. La disoccupazione giovanile (16-24 anni) è al 21,3 per cento, il livello più alto da quando, nel 2018, l’Ufficio Statistico Nazionale ha iniziato a pubblicare i dati – e per di più alcuni osservatori ritengono che possano essere ancor di più se si considerano i ragazzi che non cercano lavoro perché ancora sostenuti dalle famiglie.

Il problema è che la Cina non sta creando abbastanza posti di lavoro ad alto salario e alta qualificazione, che sono appunto quelli ricercati dai neolaureati (peraltro in continua espansione), cioè il segmento che normalmente ha aspettative più elevate rispetto alle generazioni precedenti.

Quasi un terzo dei centotrentacinque operai della linea di produzione appena assunti in una fabbrica di tabacco aveva un master, riportava il South China Morning Post del luglio 2021. Lo scorso novembre 2,83 milioni di persone hanno fatto domanda per sostenere l’esame per poter accedere ai trentanovemilaseicento posti vacanti presso le agenzie governative centrali e le istituzioni pubbliche affiliate.

E la competizione a chi ha più titoli di studio e voti più alti – nel 2021, quasi un terzo delle università di Shanghai aveva iscritti ai propri corsi più studenti laureati che studenti universitari, secondo un rapporto dei media statali – porta, da un lato, a una diminuzione del salario offerto dalle aziende e, dall’altro, ad aumentare il grado di insoddisfazione e di scoramento di tanti giovani, soprattutto tra Millenial e Generazione Z.

In un quadro, peraltro, di crescita economica ridotta rispetto ad alcuni anni fa. La Banca Mondiale prevedeva lo scorso dicembre un rallentamento della crescita dell’economia cinese del 4,5 per cento nel 2024, contro un decremento del 5,2 per cento del 2023, citando «rischi significativi» da un settore immobiliare in enorme crisi (vedi il fallimento di Evergrande con trecento miliardi di dollari di debiti), una domanda globale tiepida e problemi strutturali che includono alti livelli di debito e invecchiamento della popolazione.

E sempre la Banca Mondiale attesta un reddito nazionale lordo annuo cinese pro capite di circa 12.850 dollari (2022), ben lontano dai 42.440 dollari del Giappone o dai 76.770 dollari degli Stati Uniti.

Allora ecco che i giovani demoralizzati si rivolgono ad altro. Alcuni desiderano semplicemente riprendere in mano la propria vita e non sono disposti a “non vivere” in continua competizione gli uni contro gli altri senza alcuna speranza di potersi comprare un appartamento o sposarsi – mentre appaiono fenomeni di deriva sociale considerato, per esempio, che le vendite dei biglietti delle Lotterie crescono su basa annua del cinquantatré per cento, in particolare tra gli acquirenti tra i venti e i trent’anni.

E si diffonde il neologismo tang ping, ovvero il “disteso a terra”, “lo sdraiato”, un modo per rappresentare lo stato di rivolta (stando immobili) alla logica della competizione senza fine a tutti i livelli, alla logica consumistica, alla scalata sociale a ogni costo, alla indiscussa difficoltà di trovare un lavoro considerato accettabile, sino ad arrivare al più recente bǎi làn (lascialo perdere), come ben descritto sul Wall Street Journal in un articolo dello scorso dicembre intitolato “America Had ‘Quiet Quitting.’ In China, Young People Are ‘Letting It Rot’” a firma di Shen Lu.

L’autrice rimanda anche al fenomeno, più americano e occidentale, del quiet quitting, una sorta di abbandono silenzioso che consiste nella tendenza a fare il minimo indispensabile sul posto di lavoro, con l’obiettivo di dedicare tempo, energie e risorse ad altro.

Molto diversi i contesti socioeconomici, la platea degli interessati (più vasta in termini di età quella del quiet quitting), le motivazioni nonché il significato stesso dei due neologismi che comunque hanno in comune l’espressione di un forte disagio e la necessità di reagire in qualche modo, ma entrambi i fenomeni sono in crescita.

I quiet quitters sono in grande ascesa nelle economie occidentali, portando all’evidenza non solo la necessità di un diverso bilanciamento vita-lavoro (work-life balance) che tenga molto più conto della vita privata, degli affetti, delle passioni e del tempo a propria disposizione ma soprattutto una chiara insoddisfazione rispetto allo scarso o nullo coinvolgimento e alla “cultura” del lavoro dominante.

La mancanza all’interno delle aziende di una sana e costruttiva dialettica, una chiara visione di come si possa crescere, un adeguato livello di partecipazione e coinvolgimento, manager non adeguati e non all’altezza del ruolo, incapaci di trasferire le giuste motivazioni per far sentire le persone parte di un progetto, dando a tutti le opportunità di poter crescere professionalmente, sono alcuni degli elementi che fanno scattare il quiet quitting.

Senza toccare altre questioni, comunque centrali all’interno delle organizzazioni aziendali come l’inclusività, la trasparenza e la lotta alla discriminazione.

Secondo il poderoso report 2023 State of Global Workplace di Gallup, sei lavoratori su dieci sono in quiet quitting, e ciò che il Ceo di Gallup, Jon Clifton, scrive in apertura ne è la miglior sintesi possibile: «Cosa possono fare oggi i leader per salvare potenzialmente il mondo? Cambiare il modo in cui vengono gestite le persone».

Molti intervistati hanno detto che vorrebbero più riconoscimento, maggiori opportunità di apprendimento, un trattamento più equo, obiettivi più chiari e manager migliori: «Attendono leader capaci di discutere con loro, di incoraggiarli, di ispirarli».

Ulteriore conferma di quanto riportato in un interessante articolo della Harvard Business Review (agosto 2022) il cui titolo parla da sé: “Quiet Quitting is about Bad Bosses, not Bad Employees”. I due autori, Jack Zenger e Joseph Folkman sono autorevoli studiosi di leadership e organizzazione, autori di diversi studi pubblicati dalle più prestigiose riviste internazionali.

Folkman, in un’intervista del giugno 2023 a un quotidiano olandese disse: «Esiste una chiara correlazione tra la rapidità con cui puoi progredire come leader e la fiducia di cui godi all’interno della tua organizzazione e con i tuoi stakeholder».

Ai giovani mancherà il tempo libero, mancherà viaggiare e conoscere altre persone e arricchire le proprie esperienze, coltivare le proprie passioni, ma senza alcun dubbio mancano i manager (leader) capaci di accompagnarli nel mondo del lavoro, facendoli crescere, e non solo professionalmente, all’interno delle aziende, capaci di conquistare la loro fiducia.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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