Non tutto è guerraIsraele ha qualcosa da imparare dalla storia recente dell’India

La reazione dello Stato ebraico all’attacco di Hamas è del tutto legittima e comprensibile. Ma, sul lungo periodo, il piano di Netanyahu (ammesso che ce ne sia uno) per il futuro prossimo della Striscia di Gaza è pieno di buchi. E allora può essere interessante ripensare a quello che fece il governo di Nuova Delhi nel 2008

AP/Lapresse

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Osservando la guerra tra Israele e Hamas ho ripensato a uno dei leader mondiali che hanno maggiormente suscitato la mia ammirazione: Manmohan Singh. Nel novembre del 2008, quando Singh era primo ministro dell’India, dieci militanti jihadisti pakistani dell’organizzazione Lashkar-e-Taiba, che molti ritenevano connessa ai servizi di intelligence di Islamabad, si infiltrarono in India e uccisero più di centosessanta persone a Mumbai, sessantuno delle quali si trovavano all’interno di due hotel di lusso. E quale fu la risposta militare decisa da Singh in reazione a questo attacco che fu il corrispondente indiano dell’11 settembre? Nessuna.

Singh non ordinò mai nessuna rappresaglia militare contro lo Stato pakistano né contro le basi di Lashkar-e-Taiba che si trovavano in Pakistan. Fu un notevole atto di autocontrollo. Secondo quale logica prese questa decisone? Nel suo libro “Choices. Inside the Making of India’s Foreign Policy” l’allora ministro degli Esteri indiano Shivshankar Menon fornì una sua spiegazione. «Io stesso, in un primo momento, avevo insistito perché organizzassimo un’immediata ritorsione ben visibile» contro le basi jihadiste o contro l’intelligence militare pakistana «che era chiaramente complice», ha scritto Menon. «Farlo sarebbe stato corroborante dal punto di vista emotivo e avrebbe contribuito in qualche modo a cancellare la vergogna suscitata dall’evidente incompetenza della polizia e dalle agenzie di sicurezza indiane».

E poi proseguiva: «Però, ripensandoci con attenzione e con il senno di poi, ora credo che la decisione di non reagire militarmente e di concentrarsi sugli strumenti diplomatici e su altre azioni più sotterranee sia stata quella giusta per quel momento e per quell’occasione».

La ragione principale per cui quella dell’India era stata una reazione opportuna, ha scritto Menon, è che qualsiasi risposta militare avrebbe rapidamente oscurato quanto fosse stato vergognoso e terribile il raid contro i civili e i turisti indiani. Si sarebbe perso di vista il punto centrale e cioè «il fatto che l’India era stata colpita da un attacco terroristico partito dal Pakistan con il coinvolgimento ufficiale dello Stato del Pakistan». Se l’India avesse reagito, il mondo avrebbe avuto immediatamente quella che Menon ha definito “reazione mh mh”: ovvero, è solo l’ennesimo scontro tra Pakistan e India, niente di insolito.

Oltretutto, scriveva Menon, «un attacco dell’India al Pakistan avrebbe unito l’intera popolazione pakistana dietro l’esercito, che in quel momento stava invece accumulando sempre più discredito nel proprio Paese». Inoltre, «un attacco al Pakistan avrebbe anche indebolito il governo civile di quel Paese, che era appena giunto al potere in seguito alle elezioni e stava cercando un rapporto con l’India molto migliore di quello che l’esercito pakistano sarebbe mai stato disposto a prendere in considerazione».

Continuava Menon: «Il diffondersi del timore di una guerra, o forse proprio lo scoppio di una guerra, era esattamente ciò che l’esercito pakistano desiderava per rafforzare la sua posizione nel Paese». In più, «una guerra, anche se fosse stata vinta, avrebbe imposto dei costi e avrebbe ostacolato il progresso dell’economia indiana proprio mentre l’economia mondiale, in quel novembre del 2008, si trovava in una crisi finanziaria senza precedenti».

Menon concludeva scrivendo che, «grazie alla decisione di non attaccare il Pakistan, l’India era stata libera di utilizzare tutti i mezzi legali e di agire anche sottotraccia per perseguire i suoi obiettivi: consegnare i colpevoli alla giustizia, unire la comunità internazionale dietro la richiesta di punire il Pakistan per il suo comportamento e rendere più improbabile l’eventualità che un simile attacco potesse mai più ripetersi in futuro».

Mi rendo conto che Israele non è l’India, un Paese di 1,4 miliardi di persone che si estende su un territorio enorme. La perdita di oltre 160 persone a Mumbai, molte delle quali erano turisti, non è stata avvertita in ogni casa e in ogni villaggio, come è invece avvenuto nel giorno in cui Hamas ha ucciso circa 1.400 israeliani, ne ha mutilati innumerevoli altri e ha rapito più di 200 persone. Senza contare che il Pakistan dispone di armi nucleari per scoraggiare le ritorsioni.

Ciò nonostante, è istruttivo riflettere sulle notevoli differenze tra la risposta dell’India all’attacco terroristico di Mumbai e la risposta di Israele al massacro di Hamas.

Dopo l’orrore iniziale per l’assoluta barbarie dell’attacco di Hamas contro gli israeliani, che ha colpito anche i bambini, gli anziani e i partecipanti a un rave, che cosa è successo? La narrazione si è rapidamente spostata sulla brutalità del contrattacco israeliano contro i civili di Gaza, tra i quali si mescolavano, per nascondersi, i miliziani di Hamas. Il massiccio contrattacco israeliano ha messo in ombra il terrorismo di Hamas e, agli occhi di qualcuno, ha perfino reso eroica quell’organizzazione. Inoltre, ha costretto i Paesi arabi che avevano da poco stretto con Israele i cosiddetti Accordi di Abramo a prendere le distanze dallo Stato ebraico.

Nel frattempo, con il richiamo di circa 360.000 riservisti, l’economia israeliana finirà quasi certamente per deprimersi se, com’è previsto, Israele ci metterà mesi a cacciare Hamas da Gaza. Si prevede già che, relativamente agli ultimi tre mesi del 2023, si registrerà una contrazione dell’economia di oltre il 10 per cento su base annua. E tutto questo dopo che tra tutte le economie dei Paesi Ocse quella israeliana aveva ottenuto il quarto posto nella classifica dall’Economist delle migliori performance relative al 2022.

Personalmente, sono sconvolto dalla reazione di quegli studenti e di quei progressisti che si sono schierati con Hamas contro Israele – in alcuni casi, anche prima che Israele reagisse – come se il popolo ebraico non avesse il diritto all’autodeterminazione né quello all’autodifesa in qualsiasi luogo della sua patria ancestrale venga attaccato. Queste reazioni contro Israele, peraltro, non tengono conto del fatto che Israele, con tutti i suoi difetti, è una società multiculturale in cui oggi quasi la metà degli studenti che si laureano in medicina sono arabi o drusi e che Hamas è un’organizzazione armata islamista che non tollera il dissenso né le persone lgbt+, ma ha l’obiettivo esplicito di cancellare lo Stato ebraico dalla faccia della terra.

Quindi ho tutta la comprensione per le terribili scelte che il governo israeliano ha dovuto affrontare dopo il peggior massacro di ebrei dai tempi dell’Olocausto. Ma è stato proprio perché ho seguito da vicino l’insolita reazione di Singh all’attacco terroristico di Mumbai che mi sono immediatamente espresso a favore di una risposta molto più mirata e più ponderata da parte di Israele. Questa risposta avrebbe dovuto chiamarsi “Operazione salviamo i nostri ostaggi” e avrebbe dovuto concentrarsi sulla cattura e sull’uccisione dei rapitori di bambini e di nonni. Ogni genitore avrebbe potuto capirne le ragioni.

Invece, il governo di Benjamin Netanyahu si è affrettato a mettere a punto un piano per «spazzare via» Hamas «dalla faccia della terra», come ha affermato il suo ministro della Difesa, Yoav Gallant. Così, già nelle prime tre settimane Israele ha causato ben più del triplo delle vittime civili che erano state colpite da Hamas e ha causato molte più distruzioni a Gaza di quelle subite da Israele, impegnandosi al tempo stesso a prendere il controllo militare di Gaza (se si paragonano le popolazioni è un po’ come se gli Stati Uniti decidessero, quasi da un giorno all’altro, di occupare metà del Messico). Il piano israeliano, ha detto Netanyahu, implica una battaglia «lunga e difficile» per «distruggere le capacità militari e governative di Hamas e per riportare a casa gli ostaggi».

Come ho già scritto, Israele non è l’India, e non c’è modo di aspettarsi che porga l’altra guancia – non in quella zona, quantomeno. Ma qual è il piano di Netanyahu? I funzionari israeliani con cui ho parlato mi dicono che loro sanno con certezza due cose: Hamas non governerà mai più Gaza e Israele non governerà una Gaza post-Hamas. E sostengono che si cercherà di istituire un accordo simile a quello in vigore oggi in alcune parti della Cisgiordania: i palestinesi di Gaza dovrebbero amministrare la vita quotidiana mentre l’esercito israeliano e le squadre di sicurezza dello Shin Bet fornirebbero i “muscoli” dietro le quinte.

Ma questo è un piano a cui mancano dei pezzi. Chi sono questi palestinesi che saranno incaricati di governare Gaza per conto di Israele? E che cosa succederà quando un palestinese incaricato dagli israeliani di lavorare per loro a Gaza verrà trovato assassinato in un vicolo con un biglietto appuntato sul petto con la scritta «Traditore» e la firma «Hamas in clandestinità»?

Inoltre, chi pagherà per l’assistenza sanitaria e l’istruzione dei 2,2 milioni di abitanti di Gaza e per il controllo esercitato da Israele? Per favore, alzi la mano chi pensa che l’Unione europea, gli Stati del Golfo o il determinante caucus progressista del Partito Democratico alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti finanzieranno un controllo israeliano a tempo indeterminato su Gaza – mentre Netanyahu e la sua banda di suprematisti ebraici sono impegnati ad annettere la Cisgiordania senza garantire uguali diritti ai palestinesi che ci vivono. Il costo dell’occupazione di Gaza potrebbe mettere a dura prova l’esercito e l’economia israeliani per molti anni a venire.

Oltretutto, come farà Israele a gestire un’operazione così complessa quando Netanyahu gode di così scarsa fiducia (e ci sono buone ragioni perché sia così)? Già subito dopo l’attentato, il premier ha indicato nei capi dell’intelligence militare israeliana e lo Shin Bet i responsabili della mancata individuazione dei progetti di attacco di Hamas, sgravandosi così da ogni colpa. L’indignazione dell’opinione pubblica israeliana ha però costretto Netanyahu a ritrattare subito quelle sue accuse. Ma il danno era ormai fatto.

La squadra a cui Netanyahu deve appoggiarsi non è composta da persone che gli sono ostili: è composta da persone a cui viene chiesto di fare delle scelte strazianti a lungo termine pur sapendo che il loro primo ministro è una persona con un carattere così meschino che li incolperà per tutto ciò che andrà storto e si prenderà ogni merito per tutto ciò che andrà bene.

In sintesi, caro lettore, capisco perché Israele crede di dover distruggere Hamas e dissuadere quindi gli altri vicini dal prendere in considerazione attacchi come quello che ha subito a ottobre. Ma il punto di vista di Washington è che la leadership israeliana non ha un piano praticabile per vincere o un leader in grado di affrontare lo stress e la complessità di questa crisi. Israele deve sapere che la tolleranza del suo alleato americano nei confronti delle grande numero di vittime civili a Gaza in un’operazione militare a tempo indeterminato non è illimitata. E, in effetti, presto potremmo avvicinarci a quel limite.

Israele dovrebbe mantenere la porta aperta per un cessate il fuoco umanitario e per uno scambio di prigionieri che consenta anche allo Stato ebraico di fermarsi e di riflettere su dove stia esattamente andando con la sua affrettata operazione militare a Gaza – e sul prezzo che potrebbe essere costretto a pagare nel lungo periodo.

Ed ecco perché ho citato l’esempio indiano. Perché l’uso mirato della forza con obiettivi limitati e raggiungibili può servire alla sicurezza e alla prosperità a lungo termine di Israele più di una guerra a tempo indeterminato per sradicare Hamas. Spero che Israele stia ragionando sui costi e sui benefici di entrambi gli approcci.

Una pausa potrebbe anche consentire alla popolazione di Gaza di fare il punto sulle conseguenze che l’attacco di Hamas contro Israele e la reazione totalmente prevedibile di Israele hanno avuto sulle loro vite, sulle loro famiglie, sulle loro case e sulle loro attività. Di preciso, Hamas, con questa guerra, che cosa pensava di ottenere per gli abitanti di Gaza, migliaia dei quali, fino a un attimo prima dell’attacco, entravano ogni giorno in Israele per lavorare o esportavano prodotti agricoli e altri beni attraverso il confine? A Hamas è stata concessa troppa comprensione. E gli sono state risparmiate troppe domande a cui sarebbe stato difficile rispondere.

Voglio vedere i leader di Hamas uscire dai tunnel scavati sotto gli ospedali, guardare negli occhi la loro gente e i media di tutto il mondo e dire a tutti perché hanno pensato che fosse una così buona idea mutilare e rapire i bambini e le nonne israeliane e innescare questa terribile rappresaglia sui bambini e sulle nonne dei loro vicini di Gaza – per non parlare dei propri.

Sono sempre stato convinto del fatto che si possa sintetizzare il conflitto israelo-palestinese, dall’inizio del Novecento a oggi, in una sola riga: conflitto, pausa, conflitto, pausa, conflitto, pausa, conflitto, pausa, conflitto, pausa. La differenza più importante tra le due parti è ciò che hanno fatto durante le pause.

Israele ha costruito una società e un’economia impressionanti, anche se imperfette. Hamas ha impiegato quasi tutte le sue risorse per costruire dei tunnel da cui lanciare i suoi attacchi.

Israele, per favore, non perderti in quei tunnel.

(Questo articolo è stato pubblicato sul New York Times il 29 ottobre 2023)

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