Salva i ciclistiPerché la storia di Mary Bowers è ancora attuale dopo più di dieci anni

Il caso della giornalista inglese del Times, travolta da un camion mentre pedalava verso la redazione, ha risvegliato la coscienza collettiva e portato nelle case dei cittadini – ma anche nei palazzi della politica – temi considerati di nicchia e terreno esclusivo degli amanti della bicicletta

La manifestazione di Salvaiciclisti a Roma nel 2012 (LaPresse)

Dalla newsletter settimanale di Greenkiesta (ci si iscrive qui) – Essere investiti da un’automobile o un mezzo pesante mentre si va al lavoro, a scuola o all’università, in bicicletta. È successo a tantissime persone e, senza un cambio di passo nella gestione della sicurezza stradale, continuerà a succedere frequentemente. In Italia, nel 2023 sono morte quasi duecento persone in bici e più di quattrocento a piedi: non sono fatalità casuali, ma il risultato di una serie di scelte (o “non scelte”) del mondo politico. Non si tratta incidenti, ma di scontri.

Dopo questa premessa, facciamo un passo indietro al 4 novembre 2011, quando Mary Bowers, giovane giornalista del quotidiano britannico Times, fu travolta da un camion di trenta tonnellate mentre pedalava verso la redazione di Londra. Quel giorno aveva ventisette anni e un’intera vita davanti. Oggi ne ha quasi quaranta con un destino segnato da danni cerebrali permanenti. Bowers aveva iniziato da freelance al Guardian, poi entrò al Times nel 2009 come stagista e venne promossa nell’agosto 2011, pochi mesi prima della collisione. Si occupò spesso degli sviluppi del caso Julian Assange e coprì da vicino i riots di Londra. Era appassionata di musica folk e suonava la chitarra in un gruppo, i Mary Bowers & The Wrong Collective.

Nella sua drammaticità, il “caso Bowers” si rivelò un evento in grado di risvegliare la coscienza collettiva e portare nelle case dei cittadini – ma anche nei palazzi della politica – temi considerati di nicchia e terreno esclusivo degli amanti dei pedali. Piccola anticipazione: a Roma, nell’aprile 2012, un fiume di venticinquemila (qualcuno dice trentamila, qualcuno cinquantamila, ma poco cambia) persone in bicicletta riempì via dei Fori Imperiali per una manifestazione memorabile , forse la più importante di sempre a sostegno della ciclabilità.

Lo scontro del novembre 2011 sconvolse i colleghi di Mary Bowers, che di comune accordo con la direzione del giornale decisero di lanciare una campagna (“Cities fit for cycling”) per la sicurezza degli utenti più deboli della strada. «Save our cyclists», tuonava un titolo sulla prima pagina del Times, che per giorni diede priorità assoluta al problema della violenza stradale, sospendendo addirittura il paywall per raccogliere più adesioni possibili. L’iniziativa dal quotidiano si diffuse a macchia d’olio in tutta Europa anche grazie a Twitter (nei suoi anni d’oro) e venne ripresa da decine e decine di giornali, compresi quelli italiani, generando reazioni a tutti i livelli e portando alla nascita di singole campagne nazionali.

londonist.com

«Fu un un momento di presa di coscienza in grado di generare novità positive a livello di associazionismo. In più, ci fu anche un grande sostegno politico. Ai tempi Giuliano Pisapia era sindaco di Milano e Pierfrancesco Maran era assessore alla Mobilità , e dal Comune arrivò pieno sostegno alla campagna. Dopo la manifestazione romana ci furono anche delle prese di posizione importanti dal Giro d’Italia, in particolare da Michele Scarponi (investito e ucciso da un uomo alla guida di un’automobile nel 2017, ndr), uno dei pochi ciclisti professionisti che si è sempre speso per i temi della mobilità», dice Marco Mazzei, oggi consigliere comunale a Milano (Lista Sala).

Uno degli aspetti più interessanti riguarda i punti del manifesto della campagna lanciata dal Times tra il 2011 e il 2012. Tra questi: sensori per eliminare l’angolo cieco sui mezzi pesanti; più budget per costruire nuove infrastrutture ciclabili; semafori preferenziali per i ciclisti agli incroci pericolosi; limite di venti miglia orarie (trentadue chilometri orari) nelle aree residenziali sprovviste di piste ciclabili. «L’ordine del giorno sui sensori l’ho proposto pensando anche a quel manifesto», svela Mazzei. 

Si tratta di proposte che, ancora oggi, sono in cima alla lista dei desideri di chi crede in una città a misura di donna e uomo , di bambina e bambino: significa che non abbiamo fatto abbastanza. Ora a Londra – anche grazie all’impulso di Boris Johnson, sindaco dal 2008 al 2016 – c’è una buonissima rete di percorsi ciclabili, il limite delle venti miglia orarie è in vigore in circa la metà delle strade della città, c’è l’obbligo dei sensori per l’angolo cieco ed è stata istituita la Ztl più grande al mondo. In Italia, invece, siamo molto lontani da quel livello.

“Salvaiciclisti” era il nome della costola italiana della campagna britannica, diffusa nei nostri confini – senza fondi e con il solo sostegno della rete – dal giornalista e attivista romano Paolo Bellino, conosciuto anche come “Rotafixa” ed ex delegato alla Mobilità ciclabile dell’amministrazione capitolina, e Paolo Pinzuti, fondatore del sito Bikeitalia.it e Ceo di Bikenomist. 

«Su quei mesi di grande fermento – sotto lo pseudonimo di Pietro Pani – scrissi addirittura un libro: “Salva i ciclisti. La bicicletta è politica”, edito da Chiarelettere», racconta Pinzuti in una telefonata ricca di aneddoti e flashback. «Vivevo in Turchia, ero disoccupato e stavo cercando una mia dimensione. La vicenda di Mary Bowers mi colpì tantissimo , così feci la traduzione in italiano del manifesto di “Cities fit for cycling” e contattai alcuni blogger. Lanciammo l’appello nell’arco di quattro giorni e diventò virale, quindi organizzammo incontri in tutta Italia, creando delle cellule sparse nelle varie città», continua. 

In occasione di un convegno organizzato a Milano dalla Gazzetta dello Sport, Pinzuti conobbe di persona il giornalista Kaya Burgess, il collega di Bowers che orchestrò la campagna poi sposata dai piani alti del giornale: «Il direttore del Times gli diede in mano i temi della sicurezza stradale. In Gran Bretagna trasformarono quei momenti in un’occasione per accelerare verso una serie di riforme che in Italia fatichiamo a fare, perché c’è sempre la tendenza a polarizzare tutto».

In quanto attivisti, conclude Paolo Pinzuti, «la nostra colpa è stata quella di non entrare con forza in politica : a parte qualche raro esempio – Marco Mazzei a Milano, Simona Larghetti a Bologna, io mi ero candidato alle europee del 2019 (con Europa Verde, ndr) – nessuno ci ha veramente provato. Non siamo riusciti a fare entrare nell’agenda politica il tema, perché il nostro spirito era abbastanza anarchico e non avevamo fiducia in nessun partito». 

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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