A ogni costo L’Occidente ha l’opportunità storica di abbattere il regime russo vincendo in Ucraina

Alla Conferenza di Monaco il ministro degli Esteri lituano, Gabrielius Landsbergis, ha spiegato che l’Europa deve costruire una forza militare credibile e deve farlo in fretta, per affrontare l’eventualità di una rielezione di Trump, ma anche per dimostrare che c’è la volontà politica di fermare Putin sconfiggendolo (non solo defendendosi dalla sua aggressione)

AP/Lapresse

Whatever victory takes. Il ministro degli Esteri lituano Gabrielius Landsbergis è l’uomo che ha criticato lo slogan «as long as it takes» per descrivere il sostegno occidentale all’Ucraina, dicendo che dovrebbe essere cambiato: la vittoria di Kyjiv va sostenuta a qualunque costo. Nei giorni scorsi, alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, il più importante appuntamento annuale con capi di governo ed esperti per discutere delle sfide che investono l’Europa, Landsbergis ha fatto ancora un altro passo avanti, ha voluto esortare gli europei a fare di più per contrastare una minaccia che considera esistenziale.

L’idea di assistere Kyjiv «per tutto il tempo necessario» comunica a Mosca l’intenzione di non farla capitolare, ma neanche di farla vincere, che si traduce in un segno di debolezza. A chi gli chiede cosa sarebbe capace di fare Vladimir Putin se perdesse la guerra in Ucraina, lui risponde che dovremmo preoccuparci molto di più di cosa farebbe se la vincesse.

Un ragionamento in linea con quanto espresso dal generale statunitense Ben Hodges, anch’egli presente a Monaco, secondo cui l’Occidente avrebbe l’opportunità storica di indebolire in modo decisivo il regime russo vincendo in Ucraina. Invece si preferisce mantenere un sostegno blando e dover gestire la minaccia imperialista di Mosca per il prossimo decennio con i conseguenti costi esorbitanti di riarmo. Il generale, che ha comandato le truppe americane in Europa, riflette sul fatto che al massimo della sua potenza la Russia è riuscita a occupare appena il diciotto per cento dell’Ucraina con perdite devastanti, nonostante ciò l’Occidente sembra pervaso dal pessimismo.

Landsbergis ha spiegato di non vedere tra i leader europei la determinazione necessaria a dare tutto il supporto richiesto dall’Ucraina. Il presidente Volodymyr Zelensky ha viaggiato a Monaco anche per firmare due accordi bilaterali di sicurezza con Francia e Germania, che nel breve termine, tuttavia, non risolvono l’emergenza per l’esercito a corto di munizioni e mezzi, bloccati dal Congresso americano: il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha senz’altro cambiato radicalmente la politica di difesa tedesca con ingenti investimenti e un nuovo protagonismo, ma Berlino non vuole ancora mandare missili da crociera Taurus, simili agli Storm Shadow anglo-franco-italiani, fondamentali per colpire i centri logistici e le basi militari nemiche nelle retrovie.

La Russia si è convertita in un’economia di guerra con tutte le sue industrie concentrate a sostenere lo sforzo bellico, mentre l’Europa pretende di competere senza un ritmo di produzione di munizioni adeguato e con evidenti disfunzioni interne. I consorzi per alcuni sistemi d’arma comprendono partner extra-Ue, in contrasto con il concetto di autonomia strategica dichiarato negli ultimi anni a Bruxelles. Infatti circola il nuovo concetto di “autonomia strategica aperta”, che vorrebbe integrare l’industria europea con quella di alcuni partner importanti. Ma si pongono anche problemi di approvvigionamento delle materie prime, come ad esempio l’antimonio, le cui riserve sono detenute al settantotto per cento da Cina e Russia, mentre altre sono estratte in Africa sotto lo sguardo dei mercenari di Wagner. È stato calcolato che, nonostante le sanzioni, nel 2023 migliaia di microchip per un valore di oltre un miliardo di dollari sono riusciti ad arrivare in Russia dall’Europa. Si tratta di tecnologie dual use indispensabili per la produzione di missili e altri armamenti, utilizzati per bombardare l’Ucraina.

Landsbergis ha detto che all’Europa non manca la capacità, ma la volontà politica di portare fino in fondo una strategia di vittoria. Cinque anni fa, Ursula von der Leyen aveva detto di voler guidare una Commissione “geopolitica”, mentre annunciando la sua ricandidatura ha lanciato la proposta di creare un Commissario europeo alla Difesa, di fatto scorporando le competenze dall’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza. L’Agenzia Europea per la Difesa (Eda) dovrebbe avere un ruolo centrale nello sviluppo coordinato dell’industria militare dell’Unione europea attraverso il Fondo europeo per la difesa e il sistema di procurement comune – Edirpa –, ma si tratta di obiettivi a medio-lungo termine che non danno risposte all’urgenza di aiutare Kyjiv nell’immediato.

L’Europa deve costruire un modello credibile e deve farlo in fretta, perché le dimostrazioni di deterrenza con le esercitazioni Nato potrebbero non essere sufficienti a scongiurare operazioni della Russia verso i Paesi baltici o la Moldavia, se vincesse in Ucraina. L’aumento delle riserve deve essere accompagnato da una strategia sistematica per l’industria militare, che faccia dimenticare, ad esempio, una Marina Militare italiana con appena sessantatré missili a disposizione, praticamente disarmata.

Due segnali in controtendenza sono arrivati, sempre dalla conferenza di Monaco, dalla prima ministra danese Mette Frederiksen e dal presidente ceco Petr Pavel. La prima ha annunciato che la Danimarca donerà all’Ucraina il suo intero arsenale di artiglieria, che dovrebbe consistere in ventuno mortai semoventi di produzione israeliana-austriaca. Nel 2023 la Danimarca aveva già ceduto a Kyjiv tutti i suoi diciannove obici semoventi Caesar di produzione francese. Mentre il presidente Pavel ha annunciato che la Repubblica ceca ha scoperto nei suoi magazzini circa ottocentomila munizioni d’artiglieria sovietica, che è pronto a cedere all’Ucraina. La transizione delle forze armate di Syrsky dagli armamenti sovietici a quelli occidentali pone il problema del rifornimento, fino ad ora garantito dagli arsenali di Paesi come Bulgaria e Polonia, che però vanno esaurendosi e richiede una strategia industriale per l’immediato futuro.

Lo stesso direttore della Conferenza di Monaco, Christoph Heusgen, ha dichiarato che è impossibile concepire un nuovo accordo di Minsk perché l’aggressione russa ha radicalmente cambiato le condizioni e Mosca non ha alcuna credibilità nel rispetto dei patti, a partire dalla violazione del memorandum di Budapest del 1994 che assicurava l’integrità territoriale ucraina in cambio della rinuncia alle armi nucleari sovietiche. Heusgen ha ribadito che l’Europa deve essere autosufficiente nell’evenienza che Donald Trump torni alla Casa Bianca, con le sue minacce di incoraggiare Putin ad attaccare i membri della Nato che non raggiungono il due per cento di spesa, come ad esempio la Norvegia.

Il ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski, ha risposto all’ex presidente repubblicano che l’articolo 5 dell’Alleanza Atlantica è stato invocato una sola volta nella storia, proprio dagli Stati Uniti, e la Polonia ha risposto all’appello mandando in Afghanistan l’equivalente di una brigata a proprie spese per un ventennio.

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