FondamentalismiPer un caffè si può venire alle mani

Moka o infusione, sul caffè non si scherza. A Vicenza una lite scoppiata intorno alla moka ha richiesto l’intervento della polizia

Foto di Gary Barnes su Pexels

Che il caffè renda nervosi non è certo una novità. La conferma ufficiale però arriva da Vicenza, dove gli agenti di una Volante sono dovuti intervenire per sedare una lite domestica che stava sconfinando in vera e propria rissa. Protagonisti cinque cittadini stranieri coabitanti nel medesimo appartamento. Motivo del (vivacissimo) contendere, le modalità da seguire per preparare il caffè. A stragrande maggioranza (quattro coinquilini su cinque) era stato deciso di procedere con la realizzazione di un classico caffè all’italiana, con tanto di moka già pronta per l’uso. La democratica votazione non era però stata accettata dal quinto personaggio della vicenda che, forse in onore delle proprie tradizioni, insisteva per preparare un infuso in pentola, anche se – gli spiegavano gli altri – in realtà non disponeva del giusto tipo di caffè.

Da qui l’inizio di un serrato scontro verbale, condito da parole non proprio garbate e anche da qualche spintone. Senza contare i mobili rovesciati e danneggiati da qualcuno dei cinque che non aveva trovato altro sistema per scaricare la propria rabbia. Insomma, fra urla e rumori sospetti, un gran fracasso, inevitabilmente arrivato alle orecchie dei vicini di casa, che, preoccupati, hanno chiamato la Polizia.

All’arrivo degli agenti la situazione è tornata rapidamente a una ragionevole calma. I cinque hanno spiegato agli stupitissimi poliziotti il motivo della lite ed è stata subito trovata una soluzione. Il fondamentalista del caffè in pentola ha deciso autonomamente di abbandonare il quartetto e di trovarsi un’altra sistemazione. Impossibile continuare la convivenza in quell’appartamento: sia per l’odore del caffè fatto con la moka, per lui assolutamente insopportabile, sia per l’evidente e irreparabile rottura dei rapporti con gli altri quattro. La speranza, per lui, è che abbia potuto unirsi ad un gruppo di persone, connazionali o no, unanimemente e appassionatamente amanti del caffè in pentola.

La storia ­– come diceva il vecchio Esopo alla fine delle sue favole – insegna che… Per prima cosa che la democrazia è difficile da applicare anche su piccolissimi gruppi di persone: quattro voti a uno non sono stati sufficienti per far digerire alla minoranza la decisione della maggioranza. Tanto che lo sconfitto ha preferito l’esilio all’accettazione del voto.

Ma non basta. Se passiamo al nodo cruciale della vicenda, vale a dire le modalità di preparazione del caffè, la storia insegna che, per quanto ci possa sembrare assurdo e offensivo per il nostro orgoglio nazionale, al mondo esistono persone che non sopportano il profumo di un italico caffè. Anzi, che preferiscono una sorta di brodaglia realizzata facendo bollire il caffè in pentola. Con un dubbio ulteriore: come sarebbe stato accolto l’aroma di un caffè realizzato con la “napoletana”, secondo le regole auree dettate da Eduardo in “Questi fantasmi”, con tanto di “coppitello” di carta piazzato in cima al becco della macchinetta per trattenere profumo e sapore? Forse sarebbe stata la soluzione capace di risolvere la diatriba mettendo tutti d’accordo. Impossibile dare una risposta: gli stranieri non disponevano della giusta attrezzatura e probabilmente neppure la conoscevano.

Infine l’ultima e fondamentale considerazione: la storia insegna… Che il caffè può rendere nervosi non solo dopo averlo bevuto, ma addirittura prima di prepararlo.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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