Quesiti linguisticiPerché si dice «prendere un granchio»? Risponde la Crusca

Significa «prendere una cosa per un’altra». E l’origine si può trovare nella pesca con la canna: quando l’amo è sul fondo, se abbocca un granchio, il sughero si muove come se ci fosse una grossa preda. E invece...

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Tratto dall’Accademia della Crusca

Se il fatto di prendere un granchio – ossia ingannarsi, prendere una cosa per un’altra – può essere causa di problemi, anche l’espressione prendere (o pigliare) un granchio, a pensarci, comporta un problema: perché si dice così? In altre parole: questo modo di dire da quale esperienza dipende? La risposta non si può dire che venga da sé.

Guardiamo che cosa ci dicono i repertori correnti. Nel dizionario fraseologico di Carlo Lapucci si trovano due diverse soluzioni, presentate con uguale incertezza:

Può darsi che derivi dalla pesca con la canna: quando l’amo è sul fondo, se vi abbocca un granchio, il sughero si muove come se ci fosse una grossa preda. O forse è una parte dell’antico ‘Pigliare un granchio per un gambero’. (Carlo Lapucci, Per modo di dire, Firenze, Valmartina, 1969, p. 137; stesso testo in Id., Il dizionario dei modi di dire della lingua italiana, Milano, Garzanti-Vallardi, 1993, p. 138)

La prima delle due spiegazioni riecheggia da più parti, per esempio nel brano seguente, più convinto e più esplicito:

Molto probabilmente, questa espressione, molto vecchia, deriva dalla pesca con la canna. Quando il pescatore ha calato la lenza in un fondale molto basso, e l’amo con l’esca posa sul fondo, spesso, anziché il pesce, abbocca un granchio, che comincia subito a dibattersi, per sganciarsi, dando l’impressione che all’amo si sia attaccata una grossa preda. Ma quando si tira su l’amo, la delusione è forte. (Salvatore Di Rosa, Perché si dice, Milano, Club degli Editori, 1980, p. 77)

Sulla verosimiglianza della scena di pesca, però – in particolare sulle capacità, da parte del granchio, di suscitare tanta impressione – c’è ragione di dubitare. Di fatto, Giuseppe Pittano, che mantiene il dilemma di Lapucci, all’attività in causa assegna un diverso strumento e un diverso obiettivo:

In origine questo modo di dire significava “provare una grossa delusione” ed era un termine del gergo dei pescatori che, dopo aver gettato le reti con la speranza di tirar su qualche crostaceo pregiato, dovevano accontentarsi di un povero granchio di scarso valore. Può darsi anche che derivi, sempre nell’ambito della pesca, dal modo di dire più antico pigliare un granchio per un gambero, cioè confondere a prima vista i due crostacei. (Giuseppe Pittano, Frase fatta capo ha. Dizionario dei modi di dire, proverbi e locuzioni, Bologna, Zanichelli, 1992, p. 238)

Qui – diremmo – non si sa che pesci prendere. Cerchiamo allora di andare più in profondità, cioè indietro nel tempo, e per prima cosa esaminiamo la seconda spiegazione. La sua fonte deve essere un brevissimo cenno contenuto in un articolo che parla di altre espressioni (Domenico Grasso, Impappinarsi e impaperarsi (una falsa sinonimia), “Lingua Nostra”, XXXIII, 1972, pp. 60-64, a p. 63: «probabile accorciamento dell’antico “pigliare un granchio per un gambero”»). Ora, è probabile che l’autore abbia preso un granchio: del giro di parole addotto, in uso reale, gli strumenti di ricerca ci permettono di rintracciare un solo esempio, in un testo non antichissimo e poco noto:

Né posso qui tacere come un certo sciocco latinista non sapeva capire, nello spiegare questi versi [certi versi latini sul cioccolato, opera del gesuita napoletano Tommaso Strozzi], come si dovessero aggiungere al cioccolato due vitelli, equivocando dal vitulos [‘vitelli’] al vitellos [‘tuorli d’uova’], prendendo un granchio per un gambero. (Il cioccolato. Trattenimento ditirambico di Francesco Arisi, Eufemo Batio tra gli Arcadi, Cremona, Pietro Ricchini, 1736, p. 44)

In questo caso siamo probabilmente di fronte a una creazione occasionale. Quanto al caso più moderno, forse si tratta di un’involontaria mistione di prendere un granchio con un modo di dire lombardo di uguale valore, corrispondente a prendere un gambero, registrato per esempio come ciappà on gamber (accanto a fà on gamber) ‘pigliare un granchio’ nel Vocabolario milanese-italiano di Francesco Cherubini (II ed., vol. I, Milano, Imp. Regia Stamperia, 1839, p. 197).

Lasciamo dunque da parte la pretesa versione antica, che tuttavia è servita a qualcosa, cioè a portare in campo un altro elemento, un animale vicino al granchio per varie caratteristiche, prima fra tutte – se si tratta di un gambero di fiume, qual è il gambero di Lombardia – la dotazione di chele: per la nostra questione può essere un fatto rilevante. Va però detto che è possibile che il modo di dire lombardo, registrato in tempi relativamente recenti, sia un adattamento di quello italiano, che fa la sua prima comparsa nella Calandria del Bibbiena (1513), dove gli esempi sono due, uno di seguito all’altro:

Samia: Uh! Uh! Trista me! Aveva preso un granchio. Perdonami, messere: volevo costui, non te; adio, tu. Tu ascolta.
Lidio femina: El granchio pigli tu ora: parla a me, licenzia lui. (Commedia elegantissima in prosa nuovamente composta per messer Bernardo Dovizi da Bibbiena intitulata Calandria, atto V, scena I, ed. a cura di Giorgio Padoan, Bibbiena, [s.n.], 1970, p. 109)

I due esempi successivi vengono anch’essi da testi scenici, la Mandragola (1520) e la Clizia (1525) di Machiavelli. Ugualmente dall’italiano possono dipendere altre espressioni dialettali più vicine, come il veneziano chiapàr un granzo (Giuseppe Boerio, Dizionario del dialetto veneziano, II ed., Venezia, Cecchini, 1956, p. 315) e il napoletano pigliare no rancio (Raffaele D’Ambra, Vocabolario napolitano-italiano domestico d’arti e mestieri, Napoli, a spese dell’autore, 1873, p. 306).

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