Paniere raffermoGli italiani sono sempre più anziani, casalinghi e mangiano meno fuori

Sempre più ristoranti stanno chiudendo nel nord Italia, in particolare nei capoluoghi di provincia lombardi dove tra 2012 e 2019 si era verificato il maggiore boom, come Mantova, Bergamo, Monza. La tendenza sarà presto nazionale ed è dovuta a due fattori: inflazione e crisi demografica

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Più Tv, computer, apparecchiature tecnologiche, più medicinali e meno scarpe, vestiti, auto. È così che cambiano i consumi di una società che invecchia, sta più in casa ed esce di meno. I dati sulla variazione della spesa degli italiani tra 2019, prima del Covid, e 2023 sono eloquenti. Lo scorso anno c’è stato un recupero della domanda di alcuni beni e servizi che nel 2022 erano stati frenati dalle ultime restrizioni, per esempio quella relativa ai viaggi. È per questo che si vede il segno più davanti ai consumi di servizi ricreativi, a quelli presso i pubblici esercizi come bar e ristoranti, agli acquisti di automobili e di voli aerei. Ma proprio questi ultimi due esempi mostrano come si sia trattato di un rimbalzo incompleto. Non è riuscito a nascondere le tendenze di medio e lungo periodo, che hanno trovato nell’inflazione degli ultimi due anni un ulteriore fattore di accelerazione.

In quattro anni l’Indicatore dei Consumi (ICC) di Confcommercio è sceso del 17,7 per cento nel caso delle automobili, del 12,9 per cento in quello dei carburanti e di ben il 41,7 per cento per i trasporti aerei, cosa in fondo attesa, visto l’aumento dei prezzi dell’energia. Il segno meno, però, compare anche nell’ambito degli alberghi, -7,3 per cento, e dei pubblici esercizi, -0,1 per cento. Salgono bene, solo i consumi di elettrodomestici, Tv e altri apparecchi, +8,7per cento, e dei prodotti farmaceutici, +5,9 per cento.

Dati di Confcommercio

Non siamo solo sempre più attenti alla salute, visto l’aumento costante dell’età, ma sempre più spesso preferiamo una serata su Netflix a una fuori casa. Questo porta ad alcune controtendenze nei consumi. L’esempio più eclatante è quello dei bar e dei ristoranti. Lo scorso decennio era stato caratterizzato dal boom del turismo e della ristorazione, parte della spesa per oggetti materiali era stata sostituita dai cosiddetti consumi esperienziali, fatti di viaggi o cene. Ora le cose stanno cambiando di nuovo. Alberghi, bar e ristoranti hanno cominciato a seguire lo stesso trend ormai imboccato da tempo dai negozi al dettaglio. Questi ultimi hanno visto un calo di più di ottantamila unità in sette anni, tra il 2012 e il 2019, -14,54 per cento, e di più di trentunomila negli ultimi quattro, dal 2019, -6,66 per cento. I primi, invece, erano inizialmente cresciuti del 5,35 per cento fino al 2019, ma da allora allo scorso anno si è verificata una discesa del 2,15 per cento.

Dati di Confcommercio

Queste tendenze, sia in aumento che in diminuzione, sono state più accentuate nei comuni medio-grandi, quelli, del resto, che proprio l’ultimo decennio hanno visto una concentrazione delle attività e della popolazione. Qui la riduzione del numero di alberghi, bar e ristoranti è stata del 3,72 per cento tra 2019 e 2023.

Dati di Confcommercio

Il confronto con l’inizio dello scorso decennio è ancora positivo, rispetto al 2012 nel 2023 il numero dei ristoranti risultava ancora in aumento, ma ancora per quanto? Al Centro-Nord, dove solitamente si manifestano prima le nuove tendenze, tale crescita è inferiore, proprio perché risente dell’inversione di tendenza post-Covid. Questo è evidente soprattutto se parliamo dei locali fuori dal centro storico, che in questi undici anni sono aumentati del dodici per cento, mentre nel Mezzogiorno del 22,1 per cento, che diventa +28,3 per cento se parliamo dei centri storici. I bar, in particolare nelle regioni centrali e settentrionali, avevano invece già cominciato a seguire il trend dei negozi, e anche gli alberghi già in quel lasso di tempo già mostravano il segno meno.

Dati di Confcommercio

Una cartina al tornasole di quello che sta accadendo è in particolare la Lombardia, la regione più dinamica d’Italia, che, oltre ad anticipare le tendenze nazionali, nei centri delle città maggiori, ospita la movida così odiata da molti. Qui la riduzione della presenza di ristoranti, che in media in Italia è ancora relativamente lieve, è in doppia cifra in alcune località, soprattutto i capoluoghi di provincia, e scende di più laddove tra 2012 e 2019 si era verificato il maggiore boom, come Mantova, Bergamo, Monza.

Dati di Confcommercio, non presenti i dati di Milano, ampiezza della bara proporzionale al numero di locali

Al Sud, in Campania, ci sono solo i primi accenni di questa tendenza e nella città più importante dopo Napoli, Salerno, ancora non si vede, nonostante proprio qui lo scorso decennio si sia visto un incremento di ben il trentadue per cento del numero di ristoranti.

Dati di Confcommercio, non presenti i dati di Napoli, ampiezza della bara proporzionale al numero di locali

Siamo di fronte alla fine di quella piccola bolla che aveva interessato la ristorazione, fatta di bassi margini, lavoro poco remunerato, straordinari non pagati ma richiesti per incontrare la crescente domanda. Oltre che contro il Covid e i suoi strascichi, la maggiore sedentarietà degli italiani e i portafogli più vuoti per l’inflazione, ora questa bolla si schianta contro la crisi demografica che limita il numero di giovani disponibili a lavorare. Se a essere colpito per ora è più il Nord, la tendenza sarà presto nazionale. In fondo anche questo è il volto del declino di un Paese, il cocktail di farmaci che sostituisce quello del bar.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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