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Intelligenza artificialeI lavoratori italiani utilizzano già l’Ai, ma chiedono più corsi di formazione


Secondo il “Global Workforce of the Future” di The Adecco Group, il 68 per cento degli impiegati in Italia usa questa tecnologia. Ma solo l’8 per cento teme di perdere il lavoro. E oltre la metà chiede percorsi di reskilling e upskilling

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«Non sarà l’intelligenza artificiale a cancellare i posti di lavoro, piuttosto sarà necessaria una riqualificazione della forza lavoro per poter integrare al meglio l’intelligenza artificiale nelle diverse professioni». A dirlo è Alessandro Proietti, Customer Experience and Innovation Director di The Adecco Group Italia, commentando i dati emersi dallo studio “Global Workforce of the Future” sulla diffusione e la percezione dell’Ai generativa tra gli impiegati italiani.

Mentre il 68 per cento di chi svolge lavori impiegatizi in Italia dice di fare già uso dell’intelligenza artificiale, la sorpresa è che solo l’8 per cento dei duemila dipendenti intervistati teme che l’Ai causerà la perdita di lavoro. I cosiddetti white collar non sono spaventati dall’arrivo di questa tecnologia, dunque. Anzi. Ma a una condizione: essere formati per utilizzarla al meglio. Se il 73 per cento pensa che renderà il lavoro più semplice, infatti, il 53 per cento chiede allo stesso tempo corsi di formazione dedicati.

«Sono dati che ci fanno capire quanto le persone siano effettivamente pronte ad affrontare questa sfida, che rappresenta anche una grande opportunità», dice Proietti. «I lavoratori chiedono percorsi di reskilling o upskilling per evolvere le proprie competenze così da poter utilizzare al meglio questa tecnologia e non rischiare di restare indietro. Per accelerare il processo di innovazione legato all’Ai generativa, a livello di Gruppo, noi abbiamo deciso di sottoscrivere un memorandum di intesa con Microsoft. Il suo scopo principale sarà proprio quello di supportare i lavoratori nel percorso professionale, aiutandoli a mantenere e sviluppare le loro competenze, al fine di garantirne l’occupabilità nel lungo periodo».

A prevalere quindi è un atteggiamento positivo, nella consapevolezza che l’Ai può migliorare e non sostituire il lavoro umano. «Il vero valore aggiunto dell’intelligenza artificiale è che può migliorare il modo in cui vengono svolte determinate attività, sia da un punto di vista quantitativo che qualitativo, ma per ottenere questo risultato deve integrarsi in maniera oculata con la componente umana. Ecco perché bisogna preparare i lavoratori a recepire la possibilità di aggiungere questa tecnologia alla propria routine lavorativa», spiega Proietti. «Da un lato l’intelligenza artificiale migliora la produttività, dall’altro aumenta anche la creatività. Molti la usano, per esempio, come stimolo nei momenti di brainstorming. Altri la usano per facilitare le attività più ripetitive, in modo da recuperare tempo da impiegare nelle mansioni più creative e originali, a maggior valore aggiunto».

La ricerca di The Adecco Group evidenzia proprio per quali aspetti l’Ai generativa oggi è maggiormente utilizzata dai lavoratori italiani: il 25 per cento la impiega per trovare informazioni rapidamente, il 23 per cento per imparare nuove skill e approfondire argomenti che non si conoscono, il 21 per cento per sviluppare nuove idee, il 18 per cento per ridurre il carico di lavoro.

«In Adecco, ad esempio, stiamo usando l’Ai generativa per supportare i nostri recruiter nelle loro attività maggiormente ricorrenti», spiega Proietti. «Questo permette di guadagnare tempo e aumentare la produttività. Ma attenzione: c’è sempre bisogno dell’intermediazione umana. L’intelligenza artificiale supporta le persone, ma non può sostituirsi completamente a esse. Il rischio di mettere l’intelligenza artificiale generativa direttamente a contatto con l’utente finale è che, se non conosce la risposta, l’Ai tende a inventare. E, se inventa, può replicare bias pericolosi, soprattutto in ambiti delicati come il mercato del lavoro».

La facilità di utilizzo dell’intelligenza artificiale generativa richiede quindi di essere «compensata» sempre dal pensiero critico. «La capacità di interpretare quello che produce l’Ai assume ancor più importanza rispetto a prima», conferma Proietti. «Il saper leggere e capire se quello che sta proponendo è realmente sensato e centrato è un aspetto fondamentale. Ecco allora che anche la formazione focalizzata sulle soft skill, come il pensiero critico appunto, ci renderà più capaci di utilizzarla al meglio».

Una capacità di discernimento che le aziende hanno bisogno di applicare anche rispetto agli strumenti da utilizzare, costruendo e perfezionando i modelli più adatti al proprio business. Senza dimenticare la necessità di adottare linee guida per l’uso dell’intelligenza artificiale nelle aziende. «Se si utilizzano tool aperti, ad esempio, il rischio è quello di condividere dati che non dovrebbero essere diffusi», spiega Proietti. «Ci sono diverse questioni da normare. E questo renderà necessari determinati mestieri, non solo tecnici, che nasceranno in conseguenza dello sviluppo dell’intelligenza artificiale».