Il re di New YorkGli inizi di Lou Reed, la prima band e un 45 giri color indaco

Nella biografia scritta da Will Hermes per Minimum Fax ci sono le origini dell’artista in giacca di pelle, jeans e Ray-Ban scuri: la prima volta in uno studio di registrazione, il trio The Jades e un singolo d’esordio che non fa molta strada

AP/Lapresse

Al terzo anno alla Freeport High, Reed conobbe Phil Harris, uno studente dell’ultimo anno appassionato di rock’n’roll come lui, a cui piaceva cantare. Insieme a un altro compagno di corso, Al Walters, ebbero un’idea non proprio originale per lo spettacolo annuale della scuola: uno show alla Little Richard. Difficile sopravvalutare l’impatto che quel musicista rivoluzionario ebbe all’epoca; l’anno prima in Minnesota un giovane ebreo di nome Robert Zimmermann aveva avuto un’idea simile: in occasione del varietà annuale della Hibbing High School anche lui fece un’esibizione alla Little Richard. La sera della performance del primo gruppo di Reed, nell’auditorium c’era Elliot Gotfried, un vicino di casa con dei buoni contatti nel mondo della musica. Rimase colpito dall’esibizione e li invitò a casa sua per sentire i loro brani originali (diligentemente i ragazzi ne misero insieme un paio in un pomeriggio), poi fece da tramite con Bob Shad, responsabile del settore Artisti & Repertorio della Mercury Records che in un ufficio sulla Cinquantasettesima Strada aveva da poco lanciato la sua etichetta, la Time Records, una piccola impresa di grandi speranze. «Ci propose immediatamente di firmare un contratto con lui e, da quel che mi ricordo, non ci abbiamo neanche pensato su», dice Harris.

Così, in un giorno d’estate del 1958, un Lou Reed sedicenne entrò in uno studio senza pretese per la sua prima seduta di registrazione. Nella cabina insonorizzata Harris cantò entrambe le canzoni in piedi su una scatola per arrivare al microfono, mentre Reed e Walters aggiunsero i cori in una stanza separata. Per le basi strumentali, Reed suonò la chitarra insieme a dei turnisti d’eccezione, come il chitarrista Mickey Barker, il sassofonista King Curtis e l’arrangiatore Leroy Kirkland. Nonostante la grande passione per la black music, lavorare con dei musicisti neri gli fece rendere conto delle sue reali capacità: «In quel momento capii di non saper cantare come loro. Non ci provare nemmeno, pensai».

Il trio seguì il consiglio di Shad e cambiò nome da The Shades (un cliché in una scena pop dove tutti indossavano i Ray-Ban, e in ogni caso c’era già un gruppo che si chiamava così) a The Jades. Da lì a poco Reed avrebbe tenuto in mano una copia del suo primo disco: un 45 giri dall’etichetta color indaco.

Il lato a, «So Blue», è accreditato a nome Reed e Harris, anche se in seguito Harris disse di averlo scritto da solo. È un pezzo ballabile, un proto-twist malinconico, in cui il cantante cerca la sua ragazza per tutto il quartiere, ma lei non è a casa né al negozio di dolciumi, e allora capisce che tra loro è finita. Il lato b è più interessante: «Leave Her for Me», accreditata a Lewis Reed, è un doo-wop classico e rudimentale. «Take away the oceans / Take away the seas» («Porta via gli oceani / Porta via i mari»), canta Harris su un ritmo che ondeggia come una barchetta in acque agitate, con il sax di King Curtis che gli saltella dietro, mentre Reed gli fa eco con «oooh oooh». Il cantante elenca tutto ciò che vuole abbandonare – in realtà il mondo della natura con la sua magnifica bellezza che lo distrae – per ritrovarsi in un vuoto idilliaco con la sua amata. Il contenuto emotivo è di una purezza che lascia annichiliti. La presenza dell’oceano non sorprende, dato che Reed era cresciuto sul mare, e infatti lo ritroveremo spesso nelle sue canzoni.

Poi però arriva la parte centrale parlata, una convenzione del doo-wop introdotta dagli Ink Spots, in cui Harris scende di un’ottava e dice che la natura ha il suo «place» («posto») che ovviamente fa rima con «your face» («la tua faccia»). La performance è comica, quasi una parodia, ed è facile immaginare Reed e Harris che ridono a crepapelle mentre scrivono il testo nella cameretta di Lou, tanto che la sorella undicenne fa capolino dalla porta per chiedere: «Che c’è di così divertente?» Loro le dicono di sparire e, per non farla restare male, il fratello aggiunge che tanto non capirebbe. In effetti all’epoca non avrebbe capito: quello che Reed voleva esprimere, allo stesso tempo facendosene beffa a mo’ di valvola di sfogo, era il bagliore dell’amore romantico attraversato da una scarica ormonale, un’esperienza alla quale i sedicenni sono preparati e che, nella sua forma più potente, obnubila tutto il resto.

Reed vide il suo disco nei jukebox dei diner locali, ma il singolo non fece molta strada. Il grande momento sarebbe arrivato con il debutto della canzone nel programma notturno di Murray The K su wins 1010 am. Purtroppo quella sera Murray Kaufman – che in seguito sarebbe diventato uno degli impresari rock’n’roll più importanti di New York, dopo che il collega Alan Freed cominciò ad avere problemi legali – era malato. Il singolo dei Jades fu presentato da un sostituto, Paul Sherman, e a detta di Reed quella fu l’ultima volta che andò in onda. Harris venne chiamato a incidere altri brani per la Shad, Reed no. Per quanto riguarda i diritti d’autore, Reed ricorda di aver ricevuto un assegno di 67 centesimi, a cui ne seguì un altro da 2,14 dollari, dopo che la canzone finì per caso in rotazione in Nevada.

Fu un’esperienza istruttiva e a suo modo un trionfo. Reed non aveva ancora finito le superiori e come bonus, almeno per un periodo, ebbe un gruppo con cui lavorare. «Suonavamo alle inaugurazioni dei supermercati, dei centri commerciali, cose del genere, indossando giacche con i lustrini», ha ricordato Harris. In una foto pubblicitaria fatta in casa, Reed posa con la faccia impassibile e gli occhiali da pilota, con una Gretsch in spalla, una giacca sportiva a strisce e un cravattino a farfalla; Al Walters gli sta accanto vestito allo stesso modo, con la bocca aperta come se stesse cantando un «come on» a cui nessuna donna avrebbe potuto resistere.

Tratto da “Lou Reed. Il re di New York” (Minimum Fax), di Will Hermes, pp. 771, 26,60€

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

X

Linkiesta senza pubblicità, per gli iscritti a Linkiesta Club

Iscriviti a Linkiesta Club