Guerra e Pace L’Ue ha tutti gli strumenti per organizzare un’autentica difesa comune

I fatti in Ucraina degli ultimi due anni segnano una rinnovata contrapposizione all’interno del vecchio continente, fattore che deve far riflettere le istituzioni di Bruxelles sulle modalità di attuazione di un sistema difensivo che parta dalla risoluzione della conflitto in corso

L’aggressione imperialista della Federazione Russa all’Ucraina il 24 febbraio 2022, preceduta dall’occupazione della Crimea nel 2014, ha riaperto sul Continente europeo il solco storico fra l’Occidente delle democrazie liberali – che condividono l’idea di un superamento delle sovranità assolute nel quadro del sistema comunitario ma anche della promozione delle libertà individuali nel Consiglio d’Europa – e l’Oriente delle autocrazie illiberali.

L’autocrazia non finisce a Mosca ma si estende all’Azerbaijan, alla Bielorussia e al Kazakistan con evidenti pulsioni nazionaliste in tutta l’Europa Centrale e Orientale che permangono – e anzi si sono rafforzate a causa dalle violenze putiniane – in tutti quei Paesi che hanno scelto di «passare ad Occidente» con l’adesione alla Nato e all’Unione europea o che sono candidati per superare quel solco.

Apparentemente, il grande allargamento dal 2004 al 2013 aveva lasciato sperare che si colmasse quel solco superando le tre divisioni: religiose fra cristiani d’Occidente e cristiani d’Oriente, geografiche e culturali fra mondo slavo e mondo latino che aveva permeato il mondo anglosassone, politiche e costituzionali sul rispetto dello Stato di diritto.

Ciò non è avvenuto perché i tentativi del dialogo e della cooperazione, prima con l’Unione Sovietica ai tempi di Helsinki (1975) e Parigi (1990) e poi con la Federazione Russa dal Founding Act con la Nato nel 1997 al Consiglio Nato-Russia nel 2002, si sono progressivamente interrotti per la conflittuale volontà degli Stati Uniti di George Bush ma anche di Barak Obama di consolidare il vantaggio strategico dell’egemonia americana  ottenuto con la fine della Guerra Fredda e la decisione di Vladimir Putin, dopo la breve presidenza di Dmitrij Medvedev, di riprendere in mano il controllo della Russia come attore internazionale e non più regionale.

Ciò non è avvenuto perché, con la riaffermazione del nazionalismo o, meglio, della volontà imperialista di Vladimir Putin, la reazione russofoba degli ex Paesi satellite dell’Unione sovietica non si è indirizzata a rafforzare la sovranità europea ma a rilanciare ciascuno la propria identità e la propria sovranità sotto l’ombrello protettivo della Nato.

Questa nuova e solo in parte inattesa situazione geopolitica e militare ha riaperto la questione della difesa europea – settanta anni dopo la caduta della Comunità europea di Difesa – la cui soluzione appare urgente e necessaria sia per l’inconsistenza di quello che è stato realizzato finora con la inutile cooperazione strutturata permanente nel 2018 e con la cosiddetta «Bussola Strategica» nel 2022 sia per l’avvio di una vera autonomia strategica europea come pilastro della Alleanza Atlantica anche in vista delle elezioni presidenziali americane del prossimo cinque novembre e di chi entrerà alla Casa Bianca il 20 gennaio 2025.

L’esito del conflitto russo-ucraino è solo una parte della questione della difesa europea sapendo tuttavia che la riemergente e inarrestabile russofobia nei Paesi Baltici e nell’Europa centrale – con la sola, temporanea eccezione dell’Ungheria di Viktor Orbán – esige dall’Unione europea una più ampia risposta alla richiesta di solidarietà all’Ucraina oltre al (consistente) sostegno finanziario e all’uso (irrisolto) dei trecentocinquanta miliardi di asset sequestrati alla Russia.

Per quanto riguarda il ruolo dell’Unione europea nella soluzione del conflitto russo-ucraino, né il Consiglio europeo né l’Alto Rappresentante – che pure potrebbe essere autorizzato ad esprimersi davanti al Consiglio di Sicurezza a nome dei Ventisette e se i Ventisette avessero raggiunto una posizione comune – hanno mai elaborato una proposta per una via d’uscita che garantisca la sicurezza, la stabilità e la pace.

Con l’esclusione della «soluzione finale» o di una vittoria globale di Volodymyr Zelensky e cioè della liberazione dei territori occupati dalle truppe russe nel 2014 in Crimea e nel 2022 nelle regioni russofone o di una vittoria globale di Vladimir Putin e cioè con la sostituzione dell’attuale governo ucraino legittimo con un governo-fantoccio agli ordini di Mosca, ci sono tre soluzioni di cui si parla fin dall’inizio del conflitto:

  • la soluzione «coreana», cioè la divisione dell’Ucraina in due parti così come fu suddivisa nel 1953 la penisola coreana al trentottesimo parallelo con un confine armato, un armistizio permanente e l’inesistenza di un trattato di pace fra Corea del Nord e Corea del Sud. Ciò significherebbe la resa di Zelensky, un rigido controllo militare fra le due «Ucraine» con una presenza permanente di forze di interposizione delle Nazioni Unite in una situazione di instabilità e di insicurezza che si aggraverebbe e potrebbe precipitare in un conflitto «caldo» con l’adesione dell’Ucraina occidentale all’Unione europea e alla Nato;
  • la soluzione «austriaca» e cioè il ritiro totale delle truppe russe dai territori occupati, la rinuncia da parte dell’Ucraina dell’adesione alla Nato e la sua adesione all’Unione europea come Paese permanentemente neutrale così come l’Austria aderì nel 1995 all’Unione europea inserendo il suo status di neutralità nel Trattato di adesione. Ciò richiederebbe l’accettazione da parte dell’Ucraina e della Russia di condizioni che né Zelensky né Putin sembrano attualmente disposti ad accettare e la concessione di una forte autonomia alle regioni attualmente occupate dalla Russia con la sottoscrizione di un accordo simile a quello firmato il 5 settembre 1946 dal ministro degli esteri italiano Alcide De Gasperi e il ministro degli esteri austriaco Karl Gruber per l’autonomia dell’Alto Adige o Sud Tirolo. In questo caso, per il rispetto dell’indipendenza e dell’inviolabilità dell’Ucraina, l’accordo dovrebbe essere elaborato da una commissione indipendente come quella di Venezia del Consiglio d’Europa e inserito nella Costituzione ucraina come condizione per la sua adesione all’Unione europea sulla base dell’art. 2 del Trattato sull’Ue. La soluzione “austriaca” dovrebbe essere garantita anche militarmente dall’Ue sulla base dell’art. 42.7 del Trattato sull’Unione europea e con la creazione di una forza multinazionale in attuazione degli articoli 42.3 e 44 del Trattato sull’Unione europea, una forza destinata a diventare strumento permanente della difesa comune per la protezione di tutte le frontiere esterne dell’Ue da aggressioni armate sul suo territorio. In questo caso, l’Ue dovrebbe proporre e organizzare una Conferenza di pace nel quadro dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa come primo passo per la riapertura di negoziati ispirati dagli accordi di Helsinki del 1975 e del Trattato di Parigi del 1990 che comprendano anche il rispetto della Dichiarazione Universale dei Diritti Fondamentali del 1948 e dei Patti delle Nazioni Unite del 1965;
  • La soluzione “Germania occidentale” , come l’ha definita Ivan Krastev sul Financial Times il 17 febbraio 2024, con una decisione simile a quella che garantì con le truppe americane della Nato la sicurezza della Germania Ovest con settanta basi a fronte della presenza delle truppe sovietiche nel quadro del Patto di Varsavia nella Germania orientale con pesanti conseguenze sulle relazioni fra i Paesi dell’Europa occidentale e in particolare fra la Francia e la Germania. Oltre ad essere inaccettabile per Zelensky e Putin, lasciando in sospeso e in una situazione di tensione e di instabilità la riunificazione futura delle due Ucraine, la soluzione del bulgaro Krastev – membro dell’euro-tiepido e londinese European Council of Foreign Relations – ripeterebbe il grave errore che l’Unione europea ha compiuto più di venticinque anni fa acconsentendo all’accelerazione dell’adesione dei Paesi dell’Europa centrale alla Nato prima della loro adesione all’Ue e metterebbe una pietra pesantissima sulla prospettiva di un’autonomia strategica dell’Ue nel quadro dell’Alleanza Atlantica e più in generale della difesa europea.

Noi riteniamo che il futuro dell’Europa e in particolare della sua politica estera, della sicurezza e della difesa – sapendo che il processo di allargamento dell’Unione europea all’Europa orientale (Ucraina, Moldova e Georgia) e ai Balcani cosiddetti Occidentali (Albania, Bosnia Erzegovina, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro, Serbia) è una parte importante di questa politica – passa in primo luogo dalla soluzione che l’Unione europea sarà in grado di proporre e di contribuire a trovare per il conflitto russo-ucraino (e, naturalmente, per il conflitto in Medio Oriente se l’Unione europea uscirà dal suo permanente torpore rilanciando la proposta di Pedro Sanchez di una Conferenza per la sicurezza e la cooperazione nel Mediterraneo che fu, all’inizio degli anni Novanta, di Gianni De Michelis e della diplomazia italiana).

La soluzione “austriaca”, che l’Unione europea dovrebbe proporre all’Ucraina nel quadro dei negoziati di adesione e dei programmi di ricostruzione del Paese che costeranno ben più dei cinquanta miliardi di euro iscritti dal Consiglio e dal Parlamento europeo nel Quadro Finanziario Pluriennale 2021-2027, può essere un passo importante e pragmatico sulla via della difesa europea evitando fughe in avanti come l’illusione di un’accelerazione della creazione di un esercito europeo o l’idea – buona solo per la stampa e per la campagna elettorale  – di von der Leyen di un «commissario agli armamenti europei» senza forze armate e senza competenze.

Prima di creare un debito pubblico europeo – pur necessario e ben al di là di 1,5 miliardi di euro che von der Leyen, ormai lanciata verso il bis, intende proporre nel suo piano strategico – il Consiglio europeo e il Parlamento europeo dovrebbero definire gli elementi essenziali di una autentica condivisione degli obiettivi di politica estera, di sicurezza e di difesa insieme ad una comune percezione delle minacce esterne, alla disponibilità alla messa in comune di strumenti di difesa ivi compresi quelli legati alla deterrenza nucleare, al servizio di missioni e di strategie comuni a sostegno della costruzione e del mantenimento della pace, alla maggiore interoperabilità delle forze armate nazionali, ad una base finanziaria comune per una graduale industria pubblica europea e per acquisti comuni, a regole comuni e vincolanti nella vendita degli armamenti a Paesi terzi.

Nella prospettiva di un nuovo Trattato costituzionale, noi vorremmo che il titolo dedicato alla difesa europea sia preceduto da un articolo in cui si proclama che «l’Unione europea ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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