Lezione di leadershipDries Van Noten e il coraggio di riconoscersi come essere umano

La decisione dello stilista di Anversa, che chiuderà a fine giugno una carriera quarantennale, ci insegna che identificare una persona unicamente nel suo lavoro può essere limitante. La sua scelta appare quasi rivoluzionaria, quando è in realtà soltanto sana

LaPresse

«Siate gentili con me oggi. Sono in lutto». Basterebbero queste parole, condivise in un post su Instagram dalla giornalista premio Pulitzer Robin Givhan, per spiegare il sentimento comune che ha avvolto il mondo della moda alla notizia del ritiro dalle scene di Dries Van Noten. Una novità giunta in maniera inaspettata, mentre si scrollava il feed alla ricerca di argomenti meritevoli di attenzione, sorseggiando un caffè di fronte alla macchinetta con i colleghi, e della quale nessuno – almeno in Italia – sospettava alcunché. Nel frattempo, dopo che il Wwd (Women’s wear daily) ha pubblicato per primo, e con l’esclusiva di questi casi, la triste novella che ne annunciava il suo “passo indietro” (in inglese “step down”), nel suo stile riservato, un po’ da cantautore confidenziale, lo stilista belga ha vergato di suo pugno una lettera nella quale racconta i motivi dietro la decisione di ritirarsi dalle scene modaiole, a sessantacinque anni.

«Cari amici, negli anni Ottanta, ero un giovane ragazzo di Anversa che sognava di avere una voce nella moda», esordisce Van Noten. «Attraverso un viaggio che mi ha portato a Londra, Parigi, e oltre, con l’aiuto di un infinito numero di sostenitori, quel sogno è diventato realtà. Ora, voglio dedicare la mia attenzione a tutte le cose per cui non ho mai avuto tempo. Sono triste, ma al tempo stesso felice, nell’annunciare che mi ritirerò alla fine di giugno. Mi sto preparando per questo momento da tempo, e credo che sia necessario lasciare spazio affinché una nuova generazione di creativi possa regalare la sua visione al brand».

Una decisione pianificata da lungo tempo, considerato che il suo brand eponimo, fondato nel 1985, è oggi di proprietà di Puig, che lo ha acquistato nel 2018 (Van Noten detiene una quota di minoranza). L’ingresso del conglomerato del beauty spagnolo ha portato negli anni allo sviluppo della linea di profumi e make up, attività che hanno consentito all’azienda, verosimilmente, di poter mantenere nel suo approccio all’abbigliamento una componente creativa non totalmente asservita alle logiche di un capitalismo selvaggio, rimanendo una di quelle maison capaci di portare avanti un’estetica precisa, che raramente si è liquefatta, cambiando consistenza o sapore per incontrare i gusti della Gen Z, di internet o dei social. 

LaPresse

Una logica perfettamente in linea con un uomo notoriamente riservato, che al clamore di Parigi ha sempre preferito il silenzio pacificato della villa del 1800 nel cuore della campagna belga, circondata da giardini dei quali si prende cura personalmente, e dove vive con il compagno Patrick Vangheluwe. La casa era stata fotografata da Vogue nel 2014 ed è tornata sugli schermi in occasione del documentario “Dries”, del 2017, la prima e unica volta durante la sua quarantennale carriera nella quale ha raccontato del suo privato, di cosa succede prima e dopo la preparazione di non uno, ma quattro show. Il regista Reiner Holzemer, infatti, ha seguito Dries Van Noten per un anno intero.

«Un uomo dall’ego piccolo, ma dalle grandi idee», lo ha definito il New York Times, incapsulando l’essenza dell’unicità di Van Noten, destinato sin da giovane a entrare a far parte della storia della moda: l’anno scolastico del suo diploma alla Royal Academy of Fine Arts di Antwerp (1980-1981) è stato rinominato quello degli “Antwerp Six”, ossia i sei diplomandi che hanno poi cambiato in misura diversa gli equilibri del fashion system. Oltre a lui, Walter van Beirendonck, Ann Demeulemeester, Dirk Bikkembergs, Marina Yee, Dirk Van Saene: un collettivo di giovani visionari che, nella mancanza di una rappresentazione o dei soldi necessari per sfilare singolarmente, affittarono un pulmino e presentarono le loro collezioni in maniera unitaria alla London Fashion Week. Nell’incapacità di pronunciare correttamente i loro nomi, i reporter anglosassoni dell’epoca si inventarono una definizione poi passata alla storia (e che ha spesso inserito erroneamente nel gruppo anche Martin Margiela, che si era diplomato nello stesso istituto ma nell’anno precedente, e a quella sfilata non prese mai parte). 

Ora, dopo trentanove anni, l’ultima sfilata di cui si occuperà direttamente Dries Van Noten sarà quella dedicata all’uomo per la s/s 2025, e che andrà in scena a luglio. Lo show di settembre, dedicato alla donna per la stessa stagione, sarà seguito dal team interno che ha lavorato con lo stilista per diversi anni, nell’attesa di annunciare un nuovo direttore creativo. Più che un addio alla moda tout court, il suo è un graduale allontanarsi dal ruolo principale: nella lettera, Van Noten specifica che rimarrà coinvolto nelle attività della maison, anche se non è chiaro in quale forma. 

La sfilata del brand di Dries Van Noten all’ultima Fashion week parigina (AP Photo/LaPresse, ph. Scott A Garfitt)

D’altronde, come spiega lui stesso ringraziando il conglomerato Puig, «da quando sono entrati a far parte del business abbiamo potuto crescere come volevamo. Abbiamo aggiunto le linee beauty e dei profumi, ampliato l’offerta degli accessori, aperto l’e-commerce e nuovi negozi fisici. Il brand oggi è in fiore. Come in un giardino, decidi cosa piantare. E, a un certo punto, quei semi continuano a crescere». Il maestro del colore, capace di abbinare cromie e stampe in collezioni dal gusto pittorico impressionista, dà così una nuova lezione di leadership, con la gentilezza ferma che è cifra della vera autorevolezza: in un mondo estremamente competitivo come quello della moda, nel quale gli addetti ai lavori così come i designer lottano quotidianamente per essere presenti – anche quando non si è più rilevanti o si è naturalmente esaurita la creatività – la sua scelta appare rivoluzionaria, quando è in realtà soltanto sana (seppur triste per chi riconosce a Van Noten una visione unica, impossibile da replicare).

Perché la vita vera è in «tutte le cose per cui non ho mai avuto tempo» e non soltanto in una professione, per quanto arricchente e capace di regalare successi. Nessuno è mai, semplicemente, il lavoro che fa. Ridurre l’unicità di un essere umano a una funzione all’interno di un sistema, che mostra oggi tutte le sue crepe, è una reductio ad unum assai semplicistica. D’altronde l’orizzonte, come ha spiegato nel 2017 ai ragazzi della Saint Martins in un’intervista a 1Granary, non può essere «devo fare uno show con Anna Wintour in prima fila, e Tim Blanks che fa una recensione positiva. È un peccato: vi prego, provate a trovare altro». 

L’orizzonte è in una vita che ci rispecchi, in grado di cambiare forma e modalità quando a cambiare (o, meglio, a evolverci) siamo noi. Per quanto tutta la moda, come Robin Givhan, oggi, sia in una fase primordiale della rielaborazione del lutto, a Van Noten va riconosciuto anche in questo frangente il coraggio di andare contro le regole, di riconoscersi come essere umano, prima che creatore, e vederne non più solo i limiti, ma anche le infinite possibilità.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

X

Linkiesta senza pubblicità, per gli iscritti a Linkiesta Club

Iscriviti a Linkiesta Club