Non negoziabileIl mondo democratico non può alzare bandiera bianca, né sull’Ucraina né su Hamas

Le parole del Papa sulla ricerca della con Putin sembrano ignorare la posizione dell’autocrate del Cremlino, che ogni giorno ci ricorda quanto sia importante il sostegno politico e militare degli alleati a Kyjiv. A maggior ragione in un anno elettorale in cui tra Ue e Stati Uniti sono in gioco i valori occidentali

Pexels

Come in altre occasioni, è toccato al Segretario di Stato Pietro Parolin chiarire la posizione del Vaticano sul conflitto in Ucraina, dopo le dichiarazioni del Papa alla Tv svizzera. Certamente se si chiede all’aggressore russo di fare il primo passo, attraverso il cessate il fuoco, in via di principio diventa ineccepibile l’auspicio del Papa, secondo il quale «il negoziato non è una resa».

Ma ci sono le condizioni per una trattativa vera che porti a una pace giusta? Vladimir Putin è stato molto chiaro, quasi provocatorio, nell’intervista al giornalista americano Tucker Carlson e nelle altre esibizioni pubbliche: se si vuole la fine della guerra è sufficiente che l’Occidente cessi di fornire armi e risorse all’Ucraina e che si rassegni a un dato di fatto, e cioè che la Russia non si ritirerà mai dai territori conquistati con le armi, tanto che a Mosca hanno già provveduto a ridisegnare i confini nelle carte geografiche. Inoltre la Russia non rinuncia al processo di denazificazione dell’Ucraina, ciò significa che a Kyjiv dovrà esserci un regime “amico” come in Bielorussia.

Un negoziato per una pace giusta presupponeva (e presuppone) un equilibrio diverso sul campo di battaglia, ma questo è un obiettivo per ora compromesso e recuperabile soltanto se aumenterà l’impegno militare a sostegno dell’Ucraina. Altrimenti andrebbero presi in considerazione i suggerimenti di Francesco a Volodymyr Zelensky: negoziate (ovvero arrendetevi) prima che la situazione peggiori e le condizioni della resa divengano più pesanti.

Il popolo ucraino ha dimostrato il suo eroismo e la sua determinazione. È merito suo se l’Occidente non si è voltato dall’altra parte il 24 febbraio 2022, come aveva fatto nel 2014 quando la Russia si prese la Crimea. Ma senza l’aiuto degli Stati Uniti e dell’Europa non avrebbe potuto e non potrebbe resistere. A valutare le dichiarazioni degli alleati, Zelensky potrebbe stare tranquillo. Emmanuel Macron ha convocato all’Eliseo i governi dell’Unione evocando impegni diretti di truppe europee sul terreno ucraino che hanno raccolto solo smentite e prese di distanza.

Pochi giorni dopo, presentando a Strasburgo lo stato dell’Unione, Ursula von der Leyen, oltre a ribadire che Putin non deve vincere, ha annunciato: «L’urgente necessità di ricostruire, rifornire e modernizzare le forze armate degli Stati membri». Così facendo «L’Europa dovrebbe sforzarsi di sviluppare e produrre la prossima generazione di capacità operative vincenti. Ciò significa – ha sottolineato la presidente – potenziare la nostra capacità industriale della difesa nei prossimi cinque anni», perché l’Europa non è in grado (è evidente il riferimento a una possibile vittoria di Donald Trump a novembre) di condizionare il voto in altri Paesi.

La stessa linea è uscita dal recente Congresso del Ppe a Bucarest. Ma anche i socialisti non sono stati da meno. Nel Manifesto votato dal Congresso di Roma del Pse è contenuto l’impegno ad attuare «una forte politica di sicurezza e di difesa comune europea che operi in modo complementare alla Nato». Anche Joe Biden, parlando al Congresso, ha ricordato l’invasione russa dell’Ucraina e la guerra in Europa, ammonendo che «Putin non si fermerà» e invitando il Congresso ad approvare i nuovi aiuti militari all’Ucraina.

Tutti impegni solenni apprezzabili, salvo notare un ritardo nelle forniture di armi che stanno mettendo in difficoltà le truppe al fronte. Impegni condivisi ma sottoposti a una condizione sospensiva: l’esito delle elezioni di giugno in Europa e, soprattutto, di novembre negli Stati Uniti.

Gli omaggi di Viktor Orbán, i complimenti di Matteo Salvini a Trump, la presumibile avanzata elettorale della destra putinista in Europa stanno a indicare che sulle due sponde dell’Atlantico potrebbe coalizzarsi una linea complessivamente alternativa a quella che si è consolidata negli ultimi due anni in seguito all’aggressione dell’Ucraina.

Ha fatto discutere anche quella parte dell’intervista del Pontefice sulla guerra nella Striscia di Gaza. Dalle parole di Francesco sembrerebbe che in quella guerra non ci siano un aggressore e chi si difende, ma solo dei responsabili in egual maniera. Anche in questo caso l’imparzialità è parecchio parziale. Ma in questo caso è più facile salvarsi l’anima con la giaculatoria (il vero alibi dell’Occidente) dei “due popoli, due Stati”. Occorre però sorvolare su un dato di fatto: i primi a rifiutarla sono i terroristi di Hamas e non si vede chi (e come) potrebbe imporgliela, visto che i suoi protettori vogliono cacciare da quella terra «l’entità sionista».

Basterebbe leggere il loro Statuto. «Le iniziative di pace, le cosiddette soluzioni pacifiche, le conferenze internazionali per risolvere il problema palestinese – recita l’articolo 13 – contraddicono tutte le credenze del Movimento di Resistenza Islamico. In verità, cedere qualunque parte della Palestina equivale a cedere una parte della religione». E prosegue: «Non c’è soluzione per il problema palestinese se non il jihad». L’articolo 8 contiene il motto del movimento: «Dio come scopo, il Profeta come capo, il Corano come costituzione, il jihad come metodo, e la morte per la gloria di Dio come più caro desiderio».

Quanto agli accordi di pace ecco l’articolo 32: «Il sionismo mondiale e le forze imperialiste hanno tentato, attraverso astute manovre e un’attenta programmazione, di rimuovere gli Stati arabi, uno dopo l’altro, dal circolo del conflitto con il sionismo, così da trovarsi di fronte al popolo palestinese da solo. L’Egitto è già stato rimosso dal circolo del conflitto, in gran parte attraverso gli accordi traditori di Camp David, e ha cercato di trascinare altri Stati arabi in accordi simili, per rimuovere anche loro dal circolo del conflitto». I massacri del 7 ottobre – a proposito di pace nell’area – hanno avuto l’obiettivo di far saltare un possibile accordo tra Israele e l’Arabia Saudita.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

X

Linkiesta senza pubblicità, per gli iscritti a Linkiesta Club

Iscriviti a Linkiesta Club