HaytarmaIn Crimea la memoria storica è un modo per resistere all’oppressione russa

Il colonialismo nella penisola non si manifesta solo tramite repressioni militari, ma anche con tentativi impliciti di revisionismo storico. Le persone di etnia tatara di Crimea hanno trovato strumenti non violenti per preservare la propria identità

AP/LaPresse

Sono passati dieci anni da quando Vladimir Putin ha deciso di annettere la Crimea alla Russia. Il 21 marzo del 2014, l’autocrate del Cremlino ha messo la firma sul passaggio della penisola alla Federazione a seguito di un referendum che ancora oggi è considerato illegale dalla comunità internazionale. Nell’ultimo decennio, Mosca ha provato a dipingere una Crimea felice di questo cambiamento – con scarsi risultati a livello internazionale – per darne un’immagine di scrigno multiculturale, dove tutte le etnie vivono in armonia tra loro.

La realtà dei fatti è ben diversa. Così come succede nella Russia continentale, il potere centrale moscovita continua a reprimere le differenze culturali delle minoranze etniche della penisola. Il bersaglio preferito di Putin, in questo contesto, sono i tatari di Crimea, etnia riconosciuta ufficialmente come «popolazione indigena» del territorio dall’Ucraina nel 2021 e sopravvissuta al Sürgün, la deportazione di massa in Asia Centrale per ordine di Stalin nel 1944 a seguito dell’accusa di collaborazionismo dei tatari di Crimea con il regime nazista.

I tatari di Crimea sono da sempre una spina nel fianco del regime di Putin, prima di tutto per motivi religiosi: sono in maggioranza musulmani, non cristiani ortodossi, come vorrebbe il Cremlino. E poi non sono russofoni, ma parlano il tataro di Crimea, una lingua di derivazione turca. Sono anche molto distanti dall’ideale del cittadino russo che dovrebbe ammirare i ritratti di Rokotov di Caterina la Grande esposti all’Hermitage: i tatari di Crimea quei ritratti sarebbero felici di vederli bruciare, dal momento che raffigurano la zarina che per prima ha annesso la Crimea alla Russia, nel 1783. Ma oltre ai fattori culturali, c’è un altro elemento che non rende Mosca ben disposta nei loro confronti: dal 2014 continuano a resistere all’annessione in maniera più o meno organizzata, portando avanti proteste, sabotaggi delle linee elettriche e blocchi dei flussi di merci dalla Russia continentale verso la loro terra.

E così, per sminuire la cultura e la storia tatare, il Cremlino porta avanti la narrazione della all-Crimean unity, che propone una identità «di Crimea» comunitaria che va a sostituire quella di «tataro», «ucraino», e così via. In questo modo, le storie delle singole etnie vengono mescolate, depotenziate, fino a svanire. A questo punto, Mosca si appropria dei traumi collettivi, della cultura e delle usanze di queste popolazioni e le rielabora per farle rientrare nella propaganda proposta dal Cremlino stesso. Così, la deportazione dei tatari in Uzbekistan non è più un lutto peculiare di questa comunità, ma diventa uno dei tanti elementi di un passato sanguinoso che caratterizza l’intera penisola.

Il Cremlino usa diverse strategie per portare avanti questo tipo di propaganda. Strumentalizzare le ricorrenze significative per le minoranze – per adattarle a una visionerusso-centrica della storia – è una di queste: il 18 maggio, per esempio, si celebra nella penisola il Giorno della memoria delle vittime delle deportazioni.

Nel 2015, Sergey Aksyonov, Capo della Repubblica di Crimea appuntato da Putin in persona, ha tenuto un discorso durante le celebrazioni che è riportato in parte sulla sua pagina Facebook. La parte finale dell’intervento incarna perfettamente la tecnica della all-Crimean unity: «La Crimea guarda al futuro», dice Aksyonov. «Ma noi conosciamo e ricordiamo bene il nostro passato. La memoria e il dolore per le vittime della deportazione sono la nostra memoria e il nostro dolore comune. Ricorderemo sempre questa tragedia».

Il governatore non parla della storia del Sürgün come propria dei tatari di Crimea, ma la incorpora in quella di una più ampia nazione russa, appropriandosi del dolore dato dalla deportazione che è ancora oggi una parte fondamentale della memoria collettiva dell’etnia tatara. L’intervento diventa ancora più significativo quando si ricorda che nello stesso anno le autorità russe hanno vietato manifestazioni e parate per ricordare gli eventi del 1944, dimostrando la non-volontà di Mosca di permettere ai tatari di commemorare il proprio passato.

Alim Aliev, militante per i diritti umani dei tatari di Crimea e fondatore dell’associazione KrimSOS, spiega: «In Crimea l’unico modo che ci è rimasto per commemorare le nostre vittime è quello di pregare, ma possiamo farlo solo nelle nostre case, in privato. Non possiamo tenere messe e non possiamo pregare insieme in pubblico, perché porterebbe a nuove repressioni dalle autorità».

Il Cremlino tenta attivamente di distorcere la realtà. Nel 2019 ha fatto scandalo la distribuzione nelle scuole della Crimea di libri di testo delle superiori in cui si reiterava l’accusa di epoca staliniana per cui i tatari avrebbero collaborato più di ogni altra etnia con il regime nazista (e non è l’unico caso in cui la Russia ha usato manuali scolastici per fare revisionismo storico): uno dei tanti tentativi di giustificare il Sürgün.

La volontà di ridurre l’identità dei tatari di Crimea a quella di collaborazionisti c’era già prima dell’annessione. “Haytarma” è un film del 2013 che racconta la storia di un soldato tataro di Crimea dell’Armata Rossa che diventa testimone delle deportazioni del 1944. È il primo film prodotto da un tataro di Crimea, Akhtem Seitablayev, e per questo ha un grandissimo valore per la minoranza etnica, che dal suo ritorno in Crimea negli anni Novanta tenta in tutti i modi di far rifiorire la propria cultura. Il titolo stesso in lingua tatara significa «ritorno», una parola a cui sono particolarmente legati i tatari rimpatriati dall’Asia Centrale dopo il crollo dell’Unione Sovietica. “Haytarma” ha avuto grande successo a livello internazionale – premiato, ad esempio, al Festival del cinema di Trieste – ma è stato vietato in tutta la Russia. È stato anche stroncato dall’ex Console generale della Federazione Russa a Simferopol, Vladimir Andreev.

Il cinema è ancora oggi una parte fondamentale della produzione artistica e culturale dei tatari, che funziona come forma di resistenza. I due lungometraggi più importanti da questo punto di vista sono sicuramente “Evge” («Verso casa» in lingua tatara), film del 2019 presentato al festival di Cannes che racconta la storia di padre e figlio, entrambi tatari, in viaggio verso la Crimea per seppellire nella propria terra natia il corpo del figlio/fratello morto sul fronte orientale. Anche se la pellicola di per sé è incentrata sul rapporto tra i due protagonisti, l’occupazione russa della penisola rimane sullo sfondo per tutta la durata del film.

Il secondo film si occupa di temi diametralmente opposti: “Hidir Dede” (2018) è la prima fiaba tatara di Crimea a essere trasposta al cinema. Anche se la politica sembra essere del tutto assente dal lungometraggio, l’esistenza stessa del film è una forma di protesta politica. Portare il proprio folklore sul grande schermo, e quindi renderlo fruibile a un pubblico più ampio, diventa un atto di ribellione al regime oppressivo russo da parte dei tatari. «La resistenza culturale ha un ruolo importante. Io, per esempio, sono il fondatore di un progetto letterario: il “Qirim inciri” (“fico di Crimea” in italiano). Ogni anno riceviamo testi, saggi, poesie scritti da prigionieri politici che trattano della situazione e serve sia a mantenere viva la nostra lingua, sia a diffondere le sfide che nascono dall’occupazione». 

L’arte tatara di Crimea come forma di resistenza all’omologazione culturale portata avanti da Mosca si traduce anche nell’Örnek, un sistema di decorazione tramandato dai tatari di Crimea di generazione in generazione riconosciuto come patrimonio immateriale dell’umanità dall’Unesco nel 2021. Nel contesto attuale questa pratica si trasforma in qualcosa che va ben oltre la semplice espressione artistica: «Non è soltanto uno strumento per mostrare la bellezza della cultura dei tatari di Crimea. È un modo per sostenere i tatari di Crimea che sono rimasti nella penisola dopo il 2014 e che sono il fulcro della resistenza alla Russia» racconta Aliev. 

Il colonialismo russo, sostiene l’attivista, nella penisola ha come obiettivo la manipolazione dell’identità tatara di Crimea: «Il nostro obiettivo, quindi, è quello di difendere questa identità. È, per esmpio, difendere la nostra lingua e il nostro patrimonio culturale – tangibile e intangibile –». E continua: «La deportazione dei tatari di Crimea aveva lo scopo di creare una Crimea da cui sono escluse le sue popolazioni indigene. Senza di noi sarà molto più facile coltivare il mito russo che vuole unire la storia della pensiola e quella del Cremlino. Ma grazie a quello che facciamo noi tatari di Crimea, ovviamente, questa strategia non può funzionare». 

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