L’imperialismo internoLa difficile resistenza delle minoranze etniche nella Russia di Putin

Il Cremlino cancella la storia e la tradizione della maggior parte delle popolazioni indigene di origine turca della Federazione, in particolare nella repubblica autonoma del Tatarstan e in quella del Bashkortostan

Wikimedia Commons

All’inizio degli anni Novanta, i sentimenti nazionalistici diffusi in un’Unione Sovietica sull’orlo del crollo spingevano Boris Eltsin a esortare le repubbliche e le regioni russe desiderose di autonomia a «prendersi tutta la sovranità che riuscivano a digerire». Oggi, quasi trentacinque anni dopo, nella Russia di Vladimir Putin la situazione si è ribaltata. Il capo del Cremlino ha innescato sin dalla sua salita al potere una «russificazione» di tutte le minoranze etniche che vivono nelle diverse regioni dello Stato con l’obiettivo di livellare le differenze culturali di queste popolazioni. Putin vuole riuscire a creare una versione aggiornata dell’homo sovieticus che incarni il perfetto uomo russo: obbediente, colonizzato(re), acritico.

La repubblica autonoma del Tatarstan, quasi quattro milioni di abitanti — di cui il cinquantaquattro percento di fede musulmana — al centro del Distretto Federale del Volga è l’esempio perfetto di come anche le regioni più combattive stiano lentamente cadendo sotto le politiche repressive del Cremlino. 

La Costituzione della regione pubblicata nel 1992 (un anno prima di quella della Federazione russa) è stata emendata l’anno scorso, cancellando i concetti di sovranità e di cittadinanza tatara. Adesso non è più possibile inserire nel proprio passaporto una voce in cui specificare la propria etnia. In questo modo la nazione tatara formalmente non esiste più e viene sostituita a tutti gli effetti da quella russa, in cui si vogliono far rientrare tutti gli abitanti della Federazione. 

Come questa, il Cremlino sta portando avanti diverse operazioni per arrivare a una totale cancellazione delle minoranze etniche. Attraverso l’omologazione linguistica e religiosa, chi vive in Russia ma non è culturalmente russo dovrà adeguarsi allo standard di Mosca. Rustam (nome di fantasia per mantenere l’anonimato), universitario della capitale del Tatarstan, dice a Linkiesta: «A Putin non interessa chi ha davanti, se non rientri nella sua idea di “mondo perfetto” verrai incarcerato o ucciso».

Nel 2017 la lingua tatara è stata declassata nelle scuole da materia obbligatoria a facoltativa e tre anni dopo, nel 2020, la Costituzione del Paese è stata modificata designando il russo a «lingua costituente della nazione russa» a seguito delle lamentele dei russi residenti in Tatarstan che si sentivano costretti a imparare un linguaggio che non gli apparteneva. «Nessun uomo dovrebbe essere costretto a imparare una lingua che non sia la sua», diceva Putin a seguito della sua decisione. Ironico. «Tanti ragazzi adesso scelgono di studiare il russo invece che il tataro, anche perché per iscriversi all’università è obbligatorio passare un esame di lingua russa. È anche tramite questi provvedimenti che il governo vuole eliminare la diversità dal Paese». Lo racconta Alya (nome di fantasia), abitante di un piccolo paesino del Tatarstan.

La legge ha inciso anche sull’economia ed educazione tatara: Alya spiega che, nella sua scuola, a molti insegnanti di tataro, dopo le nuove politiche linguistiche, è stato assegnato un ruolo come professori di russo o di storia. «Gli hanno dato tre o sei mesi al massimo per reinventarsi: come puoi imparare una materia abbastanza bene da poterla insegnare in così poco tempo? Non puoi. E così il sistema scolastico nella mia Repubblica ha perso di qualità e chi si forma al suo interno sarà meno preparato (e quindi meno competitivo sul mercato lavorativo) di chi studia a Mosca».

Non è tutto. I Tatari, tradizionalmente musulmani, sono spesso costretti a convertirsi al cristianesimo per ricevere benefit economici e sociali dal centro. «Per poter costruire vicino a Kazan’ (la capitale del Tatarstan, ndr) devi essere cristiano ortodosso, e infatti nei quaranta chilometri che circondano la capitale non esistono insediamenti tatari», dice Rustam.

Per limitare il malcontento, ma anche per farsi buona pubblicità nel resto della Federazione, Mosca autorizza festival e manifestazioni di danza o canto tradizionali per vendere l’immagine di una Russia multiculturale (che però non esiste nella realtà). 

Ogni 14 ottobre, andando contro le direttive del Cremlino, gruppi di attivisti si radunano nel centro di Kazan’ per commemorare «i difensori della città», ossia i soldati morti nel 1522 durante combattimenti per impedire la presa della Repubblica da parte di Mosca. Questo giorno segna per molti l’inizio della colonizzazione russa in Tatarstan.

A maggio dello scorso anno, alcuni attivisti hanno incendiato una stazione ferroviaria a Kazan’ per ostacolare il transito di quattro treni merci diretti verso il confine occidentale che avrebbero dovuto rifornire le truppe russe occupate nei combattimenti in Ucraina. 

Ma Putin non vuole cambiare rotta: l’ultimo importante cambiamento è stato quello di declassare il leader del Tatarstan da “presidente” a “governatore”. È un cambiamento importante poiché il capo della Repubblica è l’ultimo nell’intero Paese a perdere il titolo presidenziale. La Russia perde così l’ultimo baluardo di federalismo e si trasforma anche formalmente in uno stato centralizzato. Del resto, può esistere un solo presidente. «Negli anni Novanta la mia Repubblica aveva diplomatici che ci rappresentavano all’estero. Oggi Putin sta riuscendo a declassarci a una regione esattamente uguale a tutte le altre», spiega Rustam.

Anche altre zone del Paese sembrano andare incontro allo stesso destino. Il Bashkortostan (meglio conosciuto in Italia come “Baschiria”), un’altra repubblica del Distretto del Volga a maggioranza turca e musulmana – con capitale Ufa —, nei primi giorni dell’anno è stato luogo di massicce proteste a seguito dell’incarcerazione dell’attivista ambientalista ed ex leader del partito per l’indipendenza della Baschiria, il Bashortper, Fayil Alsynov, accusato di «istigazione all’odio razziale». 

Secondo le autorità centrali, Alsynov avrebbe proposto l’espulsione dei gruppi etnici non originari della regione (inclusi i russi), quindi di chiunque non sia baschiro, ed è stato così condannato a quattro anni di prigionia. «Non ha detto nulla del genere», dice a Linkiesta Guzal’ (nome di fantasia), attivista baschira. «Il suo discorso è stato decontestualizzato e tradotto in maniera errata di proposito. Lui ha detto che noi baschiri non abbiamo un altro posto dove vivere se non la nostra patria, che però è colonizzata dai russi. Tutto qui. Il nostro popolo è estremamente legato alla nostra terra e non abbandonerà mai gli Urali, non importa quanto ci ostacolerà il Cremlino». 

L’intervistata aggiunge che, dopo le proteste, nelle strade si sente sempre più parlare in baschiro, e questo fa ben sperare in una presa di coscienza della minoranza. «Non ci permettono di riunirci in pubblico per protestare, quindi ci insegniamo in segreto tra di noi la nostra lingua e la nostra storia come abbiamo sempre fatto. Solo così possiamo sopravvivere ai colonizzatori», aggiunge Guzal’.

Non è solo una questione culturale. Il governo continua a inviare al fronte membri di queste etnie in quantità molto maggiore rispetto ai russi etnici. «È evidente che ci sia qualcosa che non va», conclude Guzal’. «Puoi chiedere a qualunque baschiro e ti dirà che ha perso qualcuno in guerra. Questo non vale per i miei conoscenti di Mosca e San Pietroburgo».

Proprio in Bashkortostan, però, molti cittadini si rifiutano di vivere la situazione in maniera passiva, anzi. Pochi mesi dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, a ottobre 2022, i nazionalisti della regione si sono uniti per formare un gruppo armato anti Cremlino, il «Comitato di resistenza baschira». Nei giorni seguenti hanno organizzato proteste più o meno violente e hanno dato fuoco a un ufficio di reclutamento militare nell’oblast’ di Arcangelo, a sessantacinque chilometri da Ufa. 

Battaglioni para-militari che si oppongono a Mosca esistono anche in Crimea, dove da prima dell’invasione russa i tatari organizzano azioni di guerriglia per ostacolare l’esercito di Putin, a Tuva, una repubblica della Siberia centro-meridionale che è stata accorpata alla Russia solo dopo la caduta dell’Unione Sovietica. E anche in Cecenia.

La resistenza alla colonizzazione esiste in tutto lo Stato, dalle regioni più vicine a Mosca fino al confine con la Mongolia. Mentre in Siberia, soprattutto in Jacuzia (che i suoi abitanti chiamano «Sacha», nella loro lingua madre), alcune minoranze sembrano avere successo nel preservare almeno parzialmente usanze e cultura dall’influenza del Cremlino; nelle regioni meno periferiche, come visto, fare lo stesso è a dir poco complesso.

«Per il governo è più semplice controllarci, data la nostra posizione geografica. È logisticamente più facile assicurarsi che tutto vada secondo i piani in Tatarstan e in Bashkortostan rispetto che in Siberia. Putin riesce a esercitare il suo potere in maniera così forte perché gli siamo vicini, in senso letterale», sottolinea Alya. 

Sicuramente la posizione geografica delle due repubbliche gioca a favore di Mosca, ma se il governo è così agguerrito nei loro confronti è anche per una questione di stabilità dell’intero Paese. Gli Urali demarcano naturalmente il confine tra la Russia centrale e quella periferica, e proprio al confine con la catena si trovano Kazan’ e Ufa. Se le repubbliche riescono a staccarsi dal Cremlino, il Paese si spezza letteralmente a metà e perde tutti i territori della Siberia fino alla Mongolia. 

Le due regioni, totalmente opposte a Mosca per lingua, storia e religione si trovano allora a fare da collante per l’impero di Putin, ma se i sentimenti nazionalisti riusciranno a sopravvivere alle politiche repressive cui sono sottoposte potrebbero allo stesso tempo costituirne la disfatta.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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