Una terza via L’evoluzione green dell’industria americana procede bene (ma è in pericolo)

Gli interessi economici, i delicati equilibri politici interni e la convinzione, particolarmente diffusa tra i cittadini americani, che gli allarmi sul clima siano infondati hanno costretto l’Amministrazione Biden ad adottare un pragmatismo prudente (ma non inefficace) sui temi ambientali

AP/Lapresse

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Per quanto riguarda le politiche da adottare per affrontare i cambiamenti climatici, il percorso che seguiranno gli Stati Uniti d’America nei prossimi anni è – a dir poco – incerto. Se l’Amministrazione Biden ha ripristinato l’adesione agli accordi di Parigi, prendendo una serie di iniziative concrete per incoraggiare la riduzione delle emissioni di CO2, l’altra parte politica, il Partito repubblicano, non condivide affatto l’obiettivo di ridurre la produzione di combustibili fossili e promette di lavorare senza sosta per smantellare le politiche green promosse negli ultimi anni. Il risultato è che anche chi punta a mantenere gli impegni presi in merito a questi temi deve fare i conti con le caratteristiche peculiari dell’economia e del dibattito politico d’Oltreoceano.

Il ritorno alla Casa Bianca di un democratico è stato salutato con favore dalle organizzazioni focalizzate sull’obiettivo di accelerare la transizione energetica con lo scopo di raggiungere un livello di zero emissioni nette di CO2 entro il 2050. Joe Biden nella campagna elettorale del 2020 era stato chiaro, dichiarando che i cambiamenti climatici sono «il problema principale che l’umanità deve affrontare» e promettendo di avviare una fase di cambiamento nazionale verso le fonti rinnovabili.

Un messaggio di questo tipo viene accolto positivamente da parte dei giovani e degli elettori democratici più in generale, ma l’ampio sostegno presso la popolazione americana all’adesione agli accordi internazionali e allo sviluppo delle fonti rinnovabili non si traduce in pareri altrettanto positivi sulle misure concrete da attuare: meno di un terzo degli americani crede che si debbano eliminare del tutto i combustibili fossili e anche il sostegno per una transizione ai veicoli elettrici è nettamente minoritario.

Qui si vede il primo problema per chiunque intenda spingere l’adozione degli obiettivi previsti dagli accordi di Parigi e le misure discusse nelle Cop: come fare a perseguire la riduzione delle emissioni in un contesto di forte polarizzazione sul tema, nel quale molti politici ed elettori sarebbero subito contrari?

La strada obbligata da seguire diventa quella degli incentivi pubblici e dei meccanismi marketbased, evitando di affidarsi principalmente ai vincoli imposti attraverso la regolamentazione governativa che, seppur abbiano una loro efficacia nel breve termine, possono essere facilmente modificati da una futura Amministrazione. Infatti, nell’impossibilità di raggiungere un accordo al Congresso, e quindi di varare delle leggi condivise e più durature, il pendolo del sostegno per le cause ambientali continuerà a oscillare tra i Democratici e i Repubblicani in parallelo con i risultati delle elezioni politiche.

La strategia adottata da Joe Biden è stata quella di presentare la transizione energetica come un’opportunità per il Paese: l’occasione di creare milioni di nuovi posti di lavoro nei settori più innovativi. Questa prospettiva, tra l’altro, si sposava bene con quella che le istituzioni americane vedono come la vera priorità per i prossimi decenni: vincere la sfida strategica con la Cina, il che significa mantenere – o riprendere, in alcuni casi – la leadership nei settori tecnologici che saranno fondamentali per il futuro.

È infatti il ripristino della politica industriale, dopo decenni di dominio liberomercatista, il tratto distintivo dell’operato dell’Amministrazione Biden in questi anni. Peraltro, si tratta di una direzione già impostata dal suo predecessore, anche se nessuno dei due lo ammetterebbe mai.

Ci sono tre fattori determinanti che hanno spinto gli Stati Uniti a cambiare strada.

Il primo è il populismo politico, sviluppato sul malcontento dei cittadini che si sentivano lasciati indietro dalle trasformazioni economiche della globalizzazione, a partire dalla delocalizzazione di milioni di posti di lavoro.

Il secondo è stata la pandemia, che ha reso palese il rischio di pensare che non importa dove si produca: tra catene di valore frammentate e perdita di capacità manifatturiera, molti Paesi occidentali hanno dovuto riconoscere la fragilità di un sistema che ha privilegiato i servizi rispetto alle attività produttive.

Infine, c’è la già citata sfida strategica con la Cina, che costringe i leader politici a ragionare su come evitare di rimanere troppo indietro rispetto a una potenza che cresce rapidamente ma non condivide il nostro concetto delle regole globali. Dopo la vittoria di Joe Biden sono stati varati numerosi pacchetti di spesa governativa. Tra questi l’iniziativa incentrata sulla politica ambientale è l’Inflation Reduction Act (Ira) del 2022.

Già dal nome si capisce la necessità di presentare le misure sul clima in modo non diretto, ma come se fossero legate a un altro obiettivo politico più urgente, in questo caso quello di combattere l’inflazione, che è cresciuta dopo le interruzioni causate dalla pandemia.

In realtà, però, l’Ira è principalmente una legge sul clima, poiché alloca centinaia di miliardi di dollari per investimenti e crediti fiscali per le energie pulite e la riduzione delle emissioni. Si va dall’eolico e dal solare al sequestro del carbonio e allo sviluppo dell’idrogeno. Ci si concentra sugli incentivi per cambiare la produzione di energia elettrica, il settore che potrà maggiormente contribuire alla riduzione delle emissioni inquinanti, ma ci sono anche delle nuove regole sull’efficienza energetica degli edifici e dei programmi per coinvolgere i giovani nei lavori ambientali.

Michael Mehling del Center for Energy and Environmental Policy Research al Mit ha descritto così questa strategia: «Ciò che stiamo facendo è investire molti soldi nella tecnologia pulita, sperando che nel medio e nel lungo termine questa eliminerà molte delle cose inquinanti». In questo modo serve più tempo, ma si rispetta la necessità politica di utilizzare soprattutto la carota, piuttosto che il bastone. Infatti, l’Ira non contiene alcun obbligo di ridurre le emissioni per gli impianti che utilizzano combustibili fossili e non agisce sul prezzo del carbone.

Per ottenere l’approvazione del Congresso, Biden ha dovuto fare un passo indietro rispetto ai suoi obiettivi iniziali, non a causa dell’opposizione repubblicana ma per assicurarsi il voto di un senatore democratico, Joe Manchin della West Virginia. Centrista di uno Stato conservatore, Manchin ha imposto nuovi permessi per l’estrazione del petrolio e del gas nel mare come contropartita per procedere con i progetti eolici.

Inoltre, la Casa Bianca ha dovuto accettare una forte riduzione dell’investimento totale, proprio per via dell’opposizione a un eccesso di spesa pubblica causata dalla crescita dei prezzi.

Non c’è da sorprendersi. Questa «via di mezzo» sul clima indica la strada più praticabile per gli Stati Uniti: perseguire la decarbonizzazione attraverso gli incentivi per le nuove tecnologie, ma anche assicurare che il Paese rimarrà leader nella produzione di energia da più fonti.

È una realtà politica a Washington, ma anche una posizione che riflette i dubbi diffusi tra la popolazione e i vari interessi economici al di fuori delle istituzioni e del governo.

E non basta ridurre tutto all’influenza delle «lobby» energetiche: nonostante l’orientamento di buona parte dei media e delle istituzioni mainstream, c’è un ampio dibattito su come affrontare la questione ambientale, che comprende sia posizioni estreme sia posizioni ragionate e ragionevoli.

Alcuni respingono la questione completamente, fino al punto di negare perfino i problemi dell’inquinamento; altri, però, pensano a come mettere in opera delle strategie di mitigazione di un processo che vedono come impossibile da frenare a livello globale, oppure spingono per soluzioni tecnologiche che non rientrano nel novero delle tecnologie proposte dagli attivisti sul tema, come l’energia nucleare. Una soluzione, tra l’altro, a cui vengono destinati dei fondi anche nell’Ira e che è in corso di rivalutazione da una parte del mondo democratico.

Dal punto di vista degli accordi internazionali, il progresso degli Stati Uniti verso le emissioni zero potrebbe sembrare insufficiente. Sembra poco probabile che si potranno dimezzare le emissioni entro il 2035. Tuttavia, occorre ricordare che nonostante le difficoltà interne, la traiettoria generale su questo punto è positiva: le emissioni continuano a scendere, sia a livello pro capite sia in assoluto.

Inoltre, è difficile pensare a una strada più aggressiva data la realtà politica. Anzi, per capire che cosa potrebbe succedere se i Repubblicani dovessero ritornare alla Casa Bianca nel 2025, basta scorgere il piano stilato da una serie di gruppi conservatori sotto l’egida della Heritage Foundation, intitolato Project 25.

Nella parte sull’energia si punta a ostacolare lo sviluppo delle energie rinnovabili, a chiudere i relativi uffici nel Dipartimento dell’Energia, ad alleggerire i limiti sull’inquinamento e a depotenziare l’agenzia federale per l’ambiente, la Epa. Il capo del progetto, Paul Dans, ha spiegato: «Non stiamo facendo piccole modifiche. Stiamo scrivendo un piano di battaglia e stiamo radunando le nostre forze».

E si intende utilizzare la questione del clima anche nella campagna elettorale, dipingendo la spinta per adottare le nuove tecnologie energetiche come «elitaria» e inserendola in quella guerra culturale con cui si bolla ogni idea dei progressisti come parte di una visione mondialista intesa a smantellare i valori tradizionali della società.

L’Amministrazione Biden continuerà a cercare dei modi di incentivare le tecnologie che possono ridurre le emissioni di CO2, ma è evidente che il tipo di cambiamento richiesto da chi teme una catastrofe climatica imminente – una visione che molti negli Stati Uniti non condividono – in questo frangente è praticamente impossibile da ottenere. Piuttosto si seguirà una strada tipicamente americana sull’ambiente, fatta più di aggiornamenti tecnologici che di restrizioni regolatorie che potrebbero frenare anche la crescita economica.

E in questo periodo la strategia migliore potrebbe essere proprio quella di sfruttare la spinta verso nuove politiche industriali, legando le tecnologie più pulite a quelle che servono per tenere gli Stati Uniti, insieme ai loro alleati occidentali, alla testa dei processi di avanzamento che guideranno le trasformazioni economiche dei prossimi decenni.

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