Proteggere la storiaCome i musei ucraini si stanno reinventando durante la guerra

I bombardamenti russi hanno colpito molti luoghi della cultura del Paese, ma non hanno fermato i loro lavori

AP/Lapresse

Quando aspetti il momento migliore per cambiare, c’è il rischio che questo non arrivi mai. E può capitare, dopo tanta attesa, che l’occasione propizia si presenti solo a seguito di grandi stravolgimenti. È accaduto all’universo museale ucraino dopo l’invasione su larga scala della Russia ordinata da Vladimir Putin: il 24 febbraio 2022 non solo ha costretto gli ucraini a resistere e sopravvivere ma anche a reinventarsi.

Stando ai dati del ministero della Cultura dell’Ucraina, dall’inizio dell’invasione sono state danneggiate o distrutte 1907 strutture culturali, di cui centosei musei e gallerie. Molte di queste si trovavano in zone poi occupate dall’esercito di Mosca, e quindi sono state saccheggiate. Nei primi giorni dell’invasione, il personale del Museo di Mariupol ha cercato di mettere in salvo le collezioni che la struttura ospitava, provando a portarle via o almeno a nasconderle seguendo dei protocolli appositamente stilati. Verrebbe da pensare che le sale museali rimarranno sigillate fino a quando nessun razzo o drone Shahed volerà più sulle città ucraine. Ma non è così.

Liberata la regione di Kyjiv, i musei ucraini hanno riaperto le loro porte. «Il 2022 è stato l’anno della svolta per la cultura ucraina, l’anno in cui ha ritrovato il suo ruolo e si è adattata alle nuove condizioni», dice a Linkiesta Tetiana Filevska, la direttrice creativa dell’Ukraine Institute.

Conerti di Opera, tour guidati attraverso le sale vuote, tour 3D sulle macerie di un museo distrutto, collaborazioni cross-settorali, esposizione delle opere degli artisti moderni all’interno dei musei storici: i musei ucraini si sono reinventati cercando di sopravvivere, tramandare la storia e mantenere viva la cultura.

A Kyjiv c’è un museo che ha superato due guerre mondiali, è stato danneggiato dall’attacco russo ma non vuole interrompere le sue attività. Si tratta del Museo Nazionale delle Arti di Bohdan e Varvara Khanenko. La sua storia risale ancor prima all’arrivo dei sovietici, Varvara e Bohdan Khanenko, collezionisti e mecenati ucraini, raccolgono un’importante collezione di quadri e oggetti d’arte dell’Europa occidentale, dell’Asia e del mondo antico, segnando nel proprio testamento la volontà di regalarla all’Accademia delle scienze dell’Ucraina. Ma con l’arrivo dei bolscevichi la storia prende una piega diversa e dopo la morte di Varvara Khanenko il nome dei fondatori viene cancellato (una sorte comune per la sfera culturale ucraina ai tempi dell’Urss e oggi nei territori occupati dalla Russia). Nei primi giorni dell’invasione russa, il museo, come altri, ha evacuato la propria collezione lasciando spoglie le pareti.

Con la riapertura del museo la direttrice Yuliia Vahanova, insieme ai colleghi, si è posta la domanda di come poter essere utili alla società mentre la guerra divora vite e intere città. «Abbiamo capito di poter essere quel posto dove le persone possono sentirsi al sicuro, non tanto dal punto di vista fisico quanto poter percepire una spalla amica. Dunque abbiamo introdotto dei tutorial su come incartare e preservare i propri oggetti preziosi, il che è stato molto apprezzato. Poi c’erano dei tutorial d’arte per i bambini e una piccola biblioteca con libri d’arte per poter leggere all’interno del cortile museale», racconta la direttrice a Linkiesta. «Come passo successivo – aggiunge Vahanova – abbiamo organizzato delle escursioni nelle sale vuote. È insolito. Tuttavia il palazzo stesso e gli interni hanno una propria storia, sono un’opera d’arte di per sé. Abbiamo iniziato la collaborazione con gli artisti moderni e per noi era importante non diventare un semplice spazio espositivo ma che le mostre comunicassero in un modo o nell’altro con la storia del museo, della collezione, con le nostre ricerche».

Ma quello che stupisce di più è il concerto d’opera ospitato all’interno del museo, esempio di un’apertura al cambiamento. «Abbiamo cercato di rappresentare i vari linguaggi per parlare dell’arte e del museo. Uno di questi è l’opera. Insieme all’“Opera aperta” (un laboratorio di opera moderna ucraina, ndr) abbiamo organizzato un concerto. I compositori Illia Rozumeiko e Ivan Hryhoriev hanno scritto un’opera moderna appositamente per il nostro museo, durata cinque ore. Non era un’opera nell’accezione classica del termine: gli attori si trovavano in tutte le sale del museo e gli spettatori potevano muoversi senza seguire un percorso predefinito compilando così il proprio libretto. Anche quest’opera si ricollegava alla storia di oggetti e quadri del museo», dice Yuliia Vahanova.

Il museo, attraverso la propria collezione, vuole parlare anche a un pubblico internazionale, partecipando a progetti in collaborazione con il Louvre di Parigi, il Museo nazionale di Vilnius, il Castello reale a Varsavia. Inoltre, a dicembre scorso ha ricevuto il premio italiano “Save the cultural Heritage” nell’ambito del premio Laurentum.

A più di quattrocento chilometri dalla capitale ucraina c’è Kharkiv, quella città martoriata dai bombardamenti fin dal primo giorno dell’invasione. Troviamo qui un museo che i russi avrebbero definito paradossale. Perché conserva le opere che raccontano di una Kharkiv ucraina tanto scomoda ai russi. È il Museo di letteratura di Kharkiv. Nasce nel 1988, con l’Unione Sovietica agli sgoccioli, in un luogo di frontiera che Mosca reclama come storicamente russo. È stato fondato dalle persone che volevano rileggere la storia e la letteratura ucraina, liberarsi dalle narrazioni sovietiche e crearne delle proprie.

Dal 1988 il museo non ha cambiato la propria missione: aiutare le persone a conoscere meglio la cultura ucraina e farla propria, scoprire quella ucrainità nascosta oppure oppressa, per qualcuno significa anche comprendere la propria doppia identità e scegliere. Grazie ai testi vietati dall’Unione Sovietica si riesce a capire cosa sia la Russia odierna. Il nucleo della collezione sono i testi degli autori del “Rinascimento fucilato” degli anni Venti del secolo scorso ovvero di quegli autori perseguitati e uccisi dal regime sovietico. Il museo è riuscito a recuperare dei testi che i sovietici hanno cercato di distruggere – alcuni parzialmente danneggiati. Quando è iniziata l’invasione non c’erano dubbi: quella collezione andava necessariamente salvata.

«Nel 2014 abbiamo dovuto per la prima volta evacuare la collezione. È una collezione molto scomoda per la Russia. Perché racconta di una Kharkiv ucraina, di coloro che si identificano come gli ucraini. Dunque abbiamo fatto lo stesso quando è iniziata l’invasione su vasta scala», dice a Linkiesta Tetiana Pylypchuk, la direttrice del museo. Oltre agli esponenti degli anni Venti sono presenti le opere del movimento di resistenza degli anni Sessanta e Ottanta e, ormai, anche di scrittori moderni.

Nonostante i quotidiani bombardamenti, il museo continua a funzionare e a organizzare mostre. Sta lanciando un nuovo progetto che parla della memoria come messaggio principale. Ma in questo caso la memoria è intesa non come quel che accadeva prima: è quello che succede ora, perché siamo noi a decidere cosa ricordare.

Nel primo anno dell’invasione, quando il collettivo del museo era sparso in varie città dell’Ucraina, è stata organizzata a Leopoli una mostra molto simbolica dal titolo “Antitesto” che parla dei testi distrutti dall’Urss. Tetiana Pylypchuk la definisce così: «Questa mostra è su quel che oggi chiamiamo i “buchi nella cultura”. Sono i testi che ha distrutto l’Unione sovietica, siamo riusciti a recuperarne alcuni, di altri sappiamo soltanto che sono esistiti». E poi, aggiunge: «Quando ti privano di qualcosa, rimane il vuoto, anche questo vuoto influisce sulla nostra formazione. La mostra riguarda anche la difficoltà per il museo di dover lavorare senza artefatti, perché ci portano via i nostri autori e di conseguenza varie opere non vedranno più la luce, non nasceranno delle riflessioni. Ci hanno portato via Victoria Amelina, Volodymyr Vakulenko, Maksym Kryvtsov e altri. Sì, i libri si pubblicano. Ma ce ne sarebbero stati molti di più. “Antitesto” parla proprio di questi buchi. Della mancanza».

Un altro compito che si sono assunti i musei ucraini è proprio la raccolta degli artefatti di questa guerra esistenziale. Nel museo letterario si conserva il diario dello scrittore ucraino ucciso dai russi Volodymyr Vakulenko, ritrovato sotto un ciliegio da Victoria Amelina.

«Stiamo fissando la nostra esperienza odierna, quella che poi diventerà la memoria e gli oggetti la rappresenteranno. Questa è una sfida, anche perché gli scrittori scrivono sempre meno a mano e il diario di Vakulenko, per quanto fosse tragico, è un oggetto molto prezioso per la nostra collezione», dice Tetiana Pylypchuk. «Quel che sta avvenendo in Ucraina – conclude – è un genocidio. Difficile organizzare mostre senza libri, bisogna collaborare con autori moderni e creare progetti nuovi, e mentre le Forze armate combattono per l’integrità territoriale noi dobbiamo fare il massimo affinché la cultura ucraina rimanga visibile».

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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