Delirio emozionale La vera storia del rave e dei free party in Europa

La musica techno continua a essere considerata un sottogenere trasgressivo e rabbioso. Ma è davvero così? Ecco tutto ciò che non sapete a proposito di leggi, divieti, eccessi e ritrovi clandestini

Courtesy of Cheyenne Clementi e Valentina Morandi

Il 13 marzo la scena techno berlinese, considerata una ricchezza di conoscenze e competenze trasmesse di generazione in generazione, è stata iscritta dal governo tedesco nel Registro nazionale dei patrimoni culturali immateriali. Questo genere musicale, nato a Detroit come una forma di raffinata fantasia eurofila, ha assunto nel tempo forme diverse. Vale la pena, quindi, fare un passo indietro e ripercorrerne la storia.

Forgiata dall’ecstasy, la techno raggiunge i confini europei per trovare terreno fertile nell’Inghilterra degli anni Novanta, dove dà vita a un nuovo sottogenere: il rave, una controcultura post-socialista che carica questa musica di un messaggio fortemente politico, a cui molti governi dichiareranno guerra negli anni successivi.

Il termine “rave” inizialmente utilizzato come verbo “to rave” – letteralmente “delirare” – proviene dalla cultura nera dance britannica che l’aveva importata dalla Giamaica. Nel 1989 diventa un sostantivo e assume una connotazione più antagonista, «portava con sé un senso di rabbia, i raver non rinunciavano al divertimento senza combattere – scrive il critico e giornalista musicale Simon Reynolds, nel volume “Energy Flash: viaggio nella cultura rave”. Nella maggior parte dei casi la loro visione politica è stata apposta da forze esterne, che hanno letteralmente trasformato il ballo in un crimine contro lo Stato. Provocando reazioni ostili da parte dell’autorità, il rave è stato in qualche modo politicizzato.».

Già nel 1989 il “Midsummer’s Night’s Dream” – un free party organizzato in un hangar per aeroplani nel Berkshire, a cui parteciparono undicimila persone – cattura l’attenzione dei governi. Nello stesso anno, infatti, viene istituita la Pay Party Unit, un’unità pensata per monitorare le radio pirata e i telefoni e per stanare i promotori dei free party con gli elicotteri. Nomi e targhe di veicoli venivano registrate in un database. Dopo poche settimane dalla sua introduzione, la Pay Party Unit aveva intercettato quattromilatrecentottanta chiamate ed effettuato duecentocinquantotto arresti.

Courtesy of Cheyenne Clementi e Valentina Morandi

La guerra ai free party in Inghilterra continua nel 1990, quando il deputato Graham Bright introdusse l’Acid House Party Bill: ventimila sterline di multa, più sei mesi di reclusione per le feste non autorizzate. L’intento non è solo quello di limitare i rave, ma anche di spostarli verso eventi organizzati a fini di lucro, dando vita – tra il 1990 e il 1992 – a un circuito di rave overground, a pagamento. I party illegali si spostano così a Berlino Est, insediandosi in edifici decadenti e magazzini abbandonati appartenenti al partito comunista. «Tutto andò in una direzione più tendente al club. Io sono stato educato da pazzi rave illegali e l’energia era molto diversa rispetto a quella che venne dopo. Per questo arrivò la Spiral Tribe», racconta al Guardian Sebastian, ragazzo diciassettenne membro della Spiral Tribe, un gruppo anarco-hippy-punk che viveva in case occupate, riconoscibile per lo stile di vita post-apocalittico e per la concezione del “tempo a spirale”.

È proprio la Spiral Tribe a portare il sound system che scandisce il ritmo di quello che verrà ricordato come il free party più grande di tutti i tempi: il rave di Castlemorton del 1992. Grazie a un clima favorevole e un prolungamento del weekend consentito da una festività infrasettimanale, l’evento raduna tra le trenta e le quarantamila persone, per sei giorni di ballo continuo. Nel 1994 il Criminal Justice and Public Order Act rende illegali i party all’aperto. La musica diventa criminale. Il testo della legge, infatti, dichiara fuorilegge «quella musica che comprende suoni interamente o prevalentemente caratterizzati dall’emissione di una successione di battiti ripetitivi». Aumentano le norme repressive, aumenta il potere conferito alle forze dell’ordine. «Per questo le prime tribe inglesi si spostarono verso altri paesi europei, dando inizio alla golden age del movimento.

Da metà anni Novanta l’Italia è stata terreno fertile per i rave party: non c’era una legge specifica che prevedesse l’intervento delle forze dell’ordine, se non per motivi di ordine pubblico o per occupazione», racconta a Linkiesta Etc Cheyenne Clementi, che insieme a Valentina Morandi ha raccontato attraverso la fotografia sette anni di scena rave europea, tra il 1997 e il 2004 nel volume “Never Alone”. Gli scatti raccolti nel libro raccontano innumerevoli rave e Teknival (festival che raduna molti sound system) svolti in Italia e in Europa, tra Spagna, Portogallo, Francia, Ungheria e Repubblica Ceca, ai tempi ancora fuori dall’Unione. Partite come frequentatrici dei free party la vita delle autrici si è unita a quella dei traveller, spostandosi su quattro ruote, per contribuire alla nascita dei primi sound system italiani, in lunghe carovane di furgoni e camion.

Courtesy of Cheyenne Clementi e Valentina Morandi

In Italia le prime tribe approdano a metà anni Novanta a Osmannoro, zona industriale di Firenze. A fine anni Novanta viene organizzato il primo Teknival sui colli tra Emilia e Toscana. Il 20 giugno 1997 a Bologna si tiene la prima street rave parade antiproibizionista sul modello della parata rave di Berlino, importata dal centro sociale Livello 57. Nel 1999 si tengono il Tequinox a Bologna e  il Teknival al lago di Bolsena. Dal 1999 al 2004 poi il Czech Teck, immancabile appuntamento estivo in Repubblica Ceca. «Le foto del Tequinox del ‘99 raccontano di una festa indimenticabile per molti – racconta Clementi –. Avevamo trovato il luogo girando per la periferia bolognese, in cerca di un capannone abbandonato che potesse accogliere gente da tutta Europa. Quattro sound system (Tekno Mobil Squad, Olstad, Metek e Tomahawk) per una festa che durò quattro giorni, al termine dei quali arrivarono diverse camionette della polizia a sgomberarci in maniera pacifica e collaborativa. Vedendo le luci blu da lontano, la nostra impressione fu che un nuovo sound system stesse arrivando per unirsi alla festa!».

In Italia i free party passano pressoché inosservati fino al Teknival di Pinarolo del 2007. Trentamila persone, trenta sound system, cinque giorni di festa. In quel momento i media iniziano a parlarne: i giornali titolano con termini come “incubo” e “assedio” per descriverne le dimensioni dell’evento, la filosofia libera, estranea ai circuiti commerciali dei club, alimentando una reazione anti-rave.

Il declino della scena rave italiana inizia con il Teknival Space Travel vol. 2, più conosciuto come “rave di Valentano”, tenutosi a Viterbo nel 2021, che riceve una grande copertura mediatica per la violazione del divieto di assembramento in periodo di pandemia e la morte di un ragazzo venticinquenne – avvenuta negli stessi giorni –  nel lago di Mezzano, vicino a Viterbo. La correlazione tra il decesso e il rave party verrà successivamente smentita. L’opinione pubblica ne fu scossa irreversibilmente. Il colpo finale viene dato nel 2022 dopo il Witchtek, il rave party tenutosi vicino a Modena, il primo organizzato dopo l’insediamento del governo Meloni. Con il Witchtek viene emanata la legge anti-rave, che tuttora vieta l’organizzazione di free party, con pene che prevedono il carcere.

Courtesy of Cheyenne Clementi e Valentina Morandi

In Italia oggi rimangono i cortei, come la Street Parade Smash Repression, una parata nata con l’intento di protestare contro gli sgomberi e le leggi che hanno limitato i raduni. «Ogni weekend si moltiplicano in tutta Italia serate nei club – racconta Morandi – ma fatta eccezione per i dj italiani e internazionali che arrivano dalla scena rave, qualsiasi altro aspetto legato a quel movimento è inesistente, a partire dall’ingresso alla serata (durante i rave o i Teknival l’ingresso è libero o ha un prezzo simbolico) fino al concetto di T.A.Z. (zone temporaneamente autonome), in cui lo spazio per la festa viene creato in una sorta di moto rivoluzionario in cui chiunque diviene cooperatore portando musica, arte, performance, creatività in maniera libera e spontanea. Spagna e Portogallo sembrano essere i paesi europei più tolleranti verso i rave party».

Fuori dall’Italia, la scena rave resiste. Nella notte di capodanno 2022 viene sgomberato pacificamente un free party in un cantiere abbandonato ad Almeria, in Andalusia, a cui partecipavano milletrecento persone. A ferragosto dello stesso anno, a Salce, in provincia di Zamora si svolge un free party a cui si stima abbiano preso parte circa duemilacinquecento persone. In Germania eventi di questo tipo sono molto diffusi: ad oggi non esistono leggi specifiche per contrastare le feste. Nel 2020 un centinaio di persone organizzano un free party in una foresta nei pressi di Berlino. Nel maggio 2021 ad Amburgo viene sgomberato un altro rave party, a cui stavano partecipavano circa duemila persone. Anche in Francia le feste non si sono fermate, ma continuano a essere organizzate in Normandia, in Bretagna e anche nella capitale. La scena rave europea persiste anche in Olanda e in Repubblica Ceca, con eventi come l’Anniversary Rave.

Nonostante le leggi, i free party non sono mai fermati: sono rinati altrove, sotto diverse forme. «Quello che è stato durante quegli anni non si ripeterà – commenta Clementi –, ma abbiamo fiducia nelle nuove generazioni». Quello che rimane, intanto, è il ricordo – conservato dai raver – di un’unione di teste ed energie capaci di creare dal nulla un evento non precostruito, dove la musica è la sola vera protagonista attraverso cui poter evadere dalla routine quotidiana, dai preconcetti sociali, dalle dinamiche di competizione. «Noi non eravamo mai soli e quello che ci portiamo dietro da quegli anni continua a riempire», concludono le autrici.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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