Educazione soncinianaI bambini cafoni, il mio spazzolino bagnato e la patologizzazione della realtà

Non abbiamo ancora cominciato a dire a voce alta quanto siano sovradiagnosticate le neurodivergenze. Non ci siamo inventati niente, arriviamo solo tardi a copiare i più scemi dei fenomeni americani

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Da piccola avrei fatto di tutto pur di non lavarmi. Sì, so che questo incipit è un regalo ai picchiatelli che potranno con un agile screenshot commentare «anche da grande» sotto qualche foto in cui hanno deciso che ho i capelli sporchi (sono sempre, sempre foto in cui sono uscita da dodici minuti dal parrucchiere: cos’aspettino gli stati sociali di tutto il mondo a pensare a pensioni d’invalidità per portatrici di capelli sottili io non lo so proprio – fine della divagazione).

Da piccola avrei fatto di tutto pur di non lavarmi – come tutte, come tutti. Ai bambini non piace lavarsi. Io bagnavo lo spazzolino e lo rimettevo nel bicchiere, così se qualche adulto controllava se mi fossi lavata i denti ci cascava sicuro. Era meno macchinoso che lavarseli davvero? No, ma ve l’ho detto: ero disposta a tutto.

Molti anni dopo, divenuta dipendente dai gruppi di picchiatelli su Facebook, mi sono fatta dopo anni di onorato e spassoso silenzio cacciare da un gruppo assai succulento. Raccoglieva madri di bambini cafoni, solo che il presente i bambini cafoni non dice più che sono cafoni: dice che hanno il disturbo oppositivo provocatorio.

E qui ci vorrebbe un’altra divagazione che però richiederebbe non tre righe ma tre volumi. Mentre si incomincia a recedere dal delirio delle disforie di genere sovradiagnosticate, e presto a credere che esistano bambini trans resteranno solo le redazioni newyorkesi, non abbiamo ancora cominciato a dire a voce alta quanto siano sovradiagnosticate le neurodivergenze.

È un dibattito che è inutile fare, perché la psichiatria asseconda le mode più di Zara, nessuno vuol restare senza clienti e figurati se non ti certificano che hai il disturbo da deficit dell’attenzione se non lavi i piatti dopo cena, se vuoi fare il pisolino dopo pranzo, se ci resti male quando il fidanzato ti lascia.

Giuro, ho visto storie Instagram di celebrità di quartiere che spiegavano che c’è uno studio che dice – c’è sempre uno studio che ti asseconda, qualunque stronzata tu voglia sostenere – che gli ADHD hanno un rapporto peggiore col rifiuto; voialtri normali, invece, se vi sfanculano siete lieti.

(Come sempre, Nanni Moretti è la nostra Pizia: “Habemus Papam” e il suo deficit di accudimento sono del 2011. Mica è vero che la storia al primo giro è tragedia e al secondo farsa: in Italia, al primo è commedia e al secondo reality).

Dicevo, il gruppo di madri di piccoli teppisti. Uno non voleva fare la doccia. Ma tipo costringerlo, come si è sempre fatto con tutti i bambini del mondo? Avessi suggerito di farlo al forno, si sarebbero indignate meno. Non capivo il trauma dell’acqua. Non capivo i bisogni del bambino. Ero praticamente la Franzoni. Avrei dovuto raccontare il mio dramma dello spazzolino bagnato, allora sì che mi avrebbero accolta.

Tempo fa Minnie Driver ha raccontato a Conan O’Brien che i bambini americani sono molto maleducati a tavola, e per lei è inconcepibile perché ha avuto un’educazione inglese e insomma, ha rassicurato i presenti e la madre dietro le quinte, non dico che mi menassero, ma se mi comportavo male al ristorante mi portavano in macchina e mi lasciavano lì chiusa finché loro non finivano di cenare.

Oggi se lasci un figlio in macchina scoppia un casino non dico pari a quello che ti toccherebbe se osassi lasciar solo un cane, ma insomma la potestà genitoriale secondo me te la levano, e qualcuno che per strada ti riconosce e ti sputa come fossi il simbolo d’ogni immoralità lo trovi. È perché i bambini in cent’anni sono passati da gente abbastanza piccola da esser mandata nelle miniere a creature sacre, certo.

Ma è anche perché è difficile resistere al mercato, amore mio: secondo i dati della loro cassa di previdenza, nel 1998 prendevano servizio in Italia milletrecentoundici nuovi psicologi; nel 2014, quattromiladuecentotrentatré. In totale, nel 2018 in Italia lavoravano settantunomilanoventottantatré psicologi; nel 1996 erano novemilaquattrocentoventitré. E il 2018, ultimo dato disponibile, è prima della pandemia, cioè della Grande Scusa Collettiva, del trauma di massa dopo il quale anche il cane e il gatto di casa hanno avuto diritto a una qualche psicoterapia (idea per una commedia: il pesce rosso viene mandato da un freudiano, sono sedute molto poco loquaci).

I dati degli anni Novanta sono più bassi perché l’americanizzazione dell’occidente era solo all’inizio, ma lì era già tutto ben avviato. Quella che Joyce Carol Oates nel 1988 definì «patografia», il giornalismo che ti dà la copertina se racconti che ti hanno stuprata in sedici (ovviamente negli anni l’asticella scende, ora per la copertina basta «Bullismo: a scuola mi prendevano in giro per le lentiggini»); e tutta la letteratura che comincia con Cristiana F. ed Elizabeth Wurtzel e poi sposta l’asticella sempre più in basso, fino al nostro secolo di «un pomeriggio d’estate ho bevuto due birre: eccovi il memoir del mio alcolismo» (sempre più in basso, fino al Nobel alla Ernaux).

Non ci inventiamo niente, arriviamo solo tardi a copiare i più scemi dei fenomeni. L’Observer titolava nel 1999 sui ragazzini bisognosi di sostegno psicologico per il traumatico passaggio da elementari a medie; Repubblica titola nel 2024 «Come fare se mio figlio non vuole andare a scuola? La risposta del neuropsichiatra».

Oltre che americanizzati siamo anche molto più ignoranti, e quindi il neuropsichiatra risponde in un video, ché figurarsi se abbiamo la dedizione intellettuale necessaria a leggere un articolo. D’altra parte le consulenti per l’internet delle aziende (un mestiere che il welfare di questo secolo ha inventato per chi non sa fare proprio niente) riempiono i social di mirabili penzierini sull’oppressione inutile di insegnare ai ragazzini a leggere e scrivere, quando si va verso un mondo in cui si esprimeranno con audio e video.

Nel video il neuropsichiatra dice che l’ansia, la pandemia, spesso i ragazzini la mattina hanno mal di pancia, e io mi chiedo: ma quanto siamo stati fortunati a essere stati piccoli quando ci inventavamo il mal di pancia, i genitori facevano finta di crederci, quel giorno non andavamo a scuola, la nostra somaraggine era solo tale, e nessuno si era inventato questa puttanata dell’ansia?

Quanto sono stata fortunata che il mio spazzolino truffaldinamente bagnato non abbia contribuito a quell’economia di supplenza che è la patologizzazione della realtà? Ma soprattutto, quanto è frustrante che il neuropsichiatra non si esprima in un gruppo Facebook e io non possa suggerirgli di mandare a scuola a calci i figli?

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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