Cambiare vita Voglio fare il pastore

Una scuola, gratuita, per imparare come si allevano gli animali, un modo intelligente per aiutare chi desidera restare nel proprio territorio e trarne di che vivere

Foto di Marco Vassallo

Da grande voglio fare il pastore! Potrebbe essere questo il nuovo trend per chi vive in campagna, lontano dalle grandi città, e non vede (al momento) un possibile futuro nella sua terra. Sì perché non tutti i giovani hanno la smania di trasferirsi nelle grandi città a lavorare, chiusi in uno studio e a litigare con il traffico sin dalle prime ore del mattino. Secondo l’indagine sulle aree interne “Giovani Dentro”, promossa dall’associazione Riabitare l’Italia con il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (Crea) e altri partner, il 67 per cento dei giovani dai 18 ai 39 anni vorrebbe rimanere nel territorio in cui vive. E il 94 per cento degli intervistati vede un motivo valido per considerare il lavoro agricolo e la pastorizia come un possibile sbocco lavorativo.

Da ciò è evidente che quello che manca spesso a chi vuole rimanere o spostarsi in provincia per cambiare vita sono gli strumenti, una rete di relazioni che li sostenga e le opportunità lavorative, non certo la passione e la voglia.

La scuola di pastori
Ed ecco l’opportunità: una scuola del tutto anticonvenzionale, nata dalla collaborazione tra Crea, nell’ambito delle attività della Rete Rurale Nazionale, e l’associazione Riabilitare l’Italia, per aiutare i giovani ad avviare o continuare una attività di pastorizia nelle aree interne del Paese, spesso le più coinvolte dall’abbandono. Il primo esperimento lo scorso anno, nel cuneese: quindici ragazzi di età ed estrazioni diverse, che hanno scelto o di lasciare città come Milano per intraprendere questa nuova vita più vicina alla natura, o di proseguire l’attività dei genitori, occupandosi di un allevamento.

Un lavoro femminile
Dall’esperienza dello scorso anno è emerso che l’interesse per questo tipo di attività è per lo più femminile, e secondo Daniela Storti, direttrice scientifica della Scuola Giovani Pastori, le motivazioni possono essere di ordine sociologico. «C’è evidentemente un cambiamento – spiega la direttrice – nella considerazione di un mestiere tradizionalmente concepito come maschile e che non è più percepito così. Le donne a tutti gli effetti possono assumere questi ruoli un tempo pensati solo per gli uomini, anche dal punto di vista fisico. C’è poi un fattore legato alla cura, al sostentamento degli animali, che è un atteggiamento connaturato nell’animo femminile».

Tutte le problematiche
Se da un lato le peculiarità di una vita più a contatto con la natura sono evidenti, non si possono trascurare le criticità. «Il vincolo economico – chiarisce ancora Storti – è l’ostacolo maggiore. Mantenere un equilibrio sul fronte dell’economia è complicato, e poi, se vogliamo, c’è anche la paura di essere lasciati soli nella conduzione di questa attività. Rispetto a cinquanta anni fa sono cambiati i modelli di gestione di questo lavoro: ora si ha bisogno di una rete sovralocale, le relazioni sono nazionali ma anche extranazionali. Ed è proprio questa l’opera che tenta di fare la scuola, mettere in contatto i giovani imprenditori con professori, ricercatori e allevatori che hanno un respiro più ampio, connessioni con realtà nazionali ma anche straniere, per uno scambio di professionalità che integri ogni sapere».

Il luogo prescelto
Quest’anno l’area selezionata per il progetto è in Sicilia, nel territorio delle Madonie, un luogo dalle enormi potenzialità per lo sviluppo di una attività di pastorizia. «Per identificare un’area – spiega Sabrina Lucatelli, direttrice di Riabitare l’Italia – guardiamo il nostro Paese dalle zone che si spopolano, nella convinzione che la situazione di debolezza che le caratterizza non sia né naturale né tantomeno ineluttabile. La nostra associazione ha lo scopo di organizzare seminari, tavoli e percorsi professionali collaborando con numerosi poli universitari sparsi nell’intera penisola, con istituti di ricerca, associazioni ed Enti locali».

L’organizzazione della scuola
Anche questa volta verranno selezionate quindici persone che tra maggio e luglio avvieranno un percorso professionale gratuito. Come avvenuto nella prima edizione, l’esperienza è aperta a soggetti di qualsiasi provenienza e con qualsiasi occupazione. Nel momento della selezione verrà data, però, priorità ai candidati più giovani e a quelli intenzionati ad avviare attività nel territorio madonita.

Gli studenti prescelti abiteranno nelle strutture dell’ex Convento dei Padri riformati, nel comune di Petralia Sottana, in provincia di Palermo. I corsi cominceranno il 13 maggio e agli studenti sarà offerta formazione sia pratica che teorica su pascolo e allevamento in aree montane e su caseificazione e trasformazione delle materie prime.

Sono previsti approfondimenti online su varie tematiche come la gestione dei pascoli, il rapporto con gli animali selvatici, il controllo qualità, con la possibilità di confrontarsi con aziende e realtà del territorio. Il metodo didattico adottato è quello della peer education, in cui non figura il tradizionale rapporto gerarchico docente-allievo nelle aule.

Un Festival per dare inizio ai lavori
A inaugurare il percorso sarà il Festival della pastorizia (“Dove vai, pastore? Festival della pastorizia, dell’erranza e del ritorno nelle Madonie”). Organizzato proprio nel comune di Petralia Sottana, la kermesse vedrà la partecipazione anche degli studenti selezionati dal bando. Dal 10 al 12 maggio il comune siciliano sarà teatro di un confronto tra studiosi e attori del territorio con l’obiettivo di sviluppare una riflessione costruttiva su aree interne e sull’attività pastorale, nella direzione di una maggiore attrattività di questi territori.

E anche dopo la fine dei corsi i nuovi imprenditori non verranno lasciati soli. Tutti i professori, gli allevatori e i tecnici che li hanno affiancati durante la formazione rimarranno a disposizione per supportarli nel loro nuovo lavoro. «La collaborazione continua in una sorta di rete tra tutti gli attori – chiarisce la direttrice della scuola – con la finalità di essere al servizio, tutti per uno, uno per tutti. Perché diventare pastore significa affrontare sacrifici non comuni: la solitudine, il vivere in luoghi spesso poco accoglienti, privi dei più comuni servizi. Non è a portata di tutti, occorre avere una forte motivazione ed essere sostenuti da una passione indomita». Poco romanticismo, molta fattibilità

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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