Tizio Famoso non deve morireI social ci hanno convinto che chiunque parli a noi, e di noi

Vongola75 pensa che tutto ciò che legge sul telefono sia rivolto a lei, facendole credere che qualunque influencer o principessa sia una cara amica

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Se non avete mai sentito parlare di Justin Theroux, lasciate che ve ne fornisca un breve identikit. Justin Theroux è un americano bonissimo che lavora nel cinema. La cosa più importante che ha fatto nella vita è stata sceneggiare “Tropic Thunder”, film capolavoro per il quale oggi darebbero l’ergastolo ostativo a tutti i partecipanti.

La seconda cosa più importante che ha fatto è stata andare a correre, in una serie per il resto inutile intitolata “The Leftovers”, con un pantalone che lasciava intuire che avesse un tacchino nelle mutande. La terza cosa più importante che ha fatto è stata sposare Jennifer Aniston.

Ora che sapete tutto ciò che è indispensabile sapere di lui, vorrei spiegarvi come Justin Theroux e le sue storie di Instagram hanno illuminato un pezzettino della mia consapevolezza rispetto all’affaire Middleton, affaire che come spesso accade con le notizie non è interessante in sé quanto è interessante come macchia di Rorschach.

Lunedì mattina apro Instagram, e ci trovo Justin allo Chateau Marmont, albergo che è un pezzo consistente della leggenda hollywoodiana, e nei corridoi del quale egli fa correre il suo gigantesco e sbavante cane. La mia considerazione per gli esseri umani che si mettono in casa un cane è quella che è, in questo caso aggravata dall’idea che, se uscissi da una di quelle camere e mi trovassi un cane che corre, mi verrebbe un coccolone, e neppure la vista di quel gran bono di Justin riuscirebbe a rianimarmi.

Mentre scorro le storie pensando peccato, Justin, eri così sdraiabile, non sai che ti sei perso, ero disposta a concederti l’accesso alle mie mutande, peggio per te, mentre mitomaneggio tra me e me, le storie di Instagram proseguono e c’è sempre Justin che festeggia i trent’anni della sua ragazza. Sulla torta c’è una scritta in francese, un dettaglio su cui rifletto per cinque secondi considerato che secondo People la ragazza è americana.

Scrivo alle mie amiche e le metto a parte di come la mia mitomania abbia deciso che Justin non avrà accesso alle mie mutande causa cane, e gli toccherà consolarsi con una trentenne alla quale porta la torta di compleanno a letto. Le amiche, solidali, promettono che non gliela daranno neanche loro. Lì finisce la questione, di cui Theroux non sarà mai informato (a meno che Google Alert non gli notifichi quest’articolo).

Nel frattempo però sui social c’è in atto un fenomeno interessante. Una delle caratteristiche di queste piattaforme è convincere gli utenti che chiunque dica qualunque cosa si stia rivolgendo proprio a loro, parli proprio di loro, ce l’abbia proprio con loro. D’altra parte, se una cosa che dico ti arriva nel telefono che hai in tasca, perché non dovresti pensare che è rivolta a te? È chiaro che Justin Theroux mette le foto della torta della fidanzata per fare dispetto a me, no?

Quel che sta succedendo è che un po’ chiunque, da Helen Lewis sull’Atlantic giù fino a Soncini su Linkiesta, ha scritto che l’isteria e la paranoia rispetto a foto e video di Catherine Middleton non è buon segno, e che non c’è da andare fieri di come ci si è comportati in queste settimane. Ci sono anche stati casi di comicità involontaria: sulla app del Corriere, l’articolo di Beppe Severgnini che stigmatizzava la morbosità stava subito sopra un «indovina che cancro ha» che francamente pareva un pezzo troppo lunare persino per Cronaca Vera.

Fatto sta che ogni Vongola75 ha ritenuto che proprio dei suoi tweet tentativamente spiritosi e autenticamente morbosi stessimo parlando, e la linea difensiva generalizzata è: non è certo colpa nostra, è Kensington Palace che ha fatto disinformazione, e ogni dettaglio ci faceva preoccupare di più, e ogni falsificazione ci aumentava il patema, dov’è Kate, sta bene?

Lo dicono davvero. Sembrano una parodia, ma sono seri, mentre spiegano che loro non sono pettegoli, loro sono preoccupati d’accertare che una che non conoscono non sia, non so, stata rapita dagli alieni, decapitata e il cadavere nascosto nei sotterranei di Buckingham Palace, o chissà quali altre paranoidi ipotesi che giustificano l’interesse morboso e li rendono mica delle comari ma ciò che più gli abitanti di questo secolo amano dirsi: empatici.

Perché le nostre nonne, che seguivano le vicende di Soraya sui rotocalchi, non pensavano di doversi preoccupare di tutelarla? Perché le vostre nonne, con meno dottorati di voi, sapevano distinguere tra le persone con cui avevano un rapporto, e quelle di cui osservavano le vite da lontano, e voi invece correreste nei messaggi privati di Theroux a dirgli che a voi non la si fa, voi lo sapete che la fidanzata non è davvero francese?

È perché le nonne lavavano i panni al fiume e non avevano l’eccesso di tempo libero che funesta questo secolo, e il lusso di sprecarlo illudendosi d’essere amici dei famosi? È perché le nostre nonne compravano Epoca in edicola e avevano ben chiaro che quello era intrattenimento per le masse, e a noialtri le vite dei famosi arrivano gratis in tasca e quindi non riusciamo più a distinguerle dai messaggi delle amiche?

Uno dei miei punti d’osservazione preferiti sono le presentazioni dei libri delle influencer, e per influencer in questo caso intendo chiunque abbia una massiccia presenza social, una presenza che ha maggior impatto dei libri che scrive. Quando a fine presentazione si va a chiedere all’autrice di firmare il libro, il pubblico di queste circostanze è uno spaccato di ventunesimo secolo come non ne ho visti altrove. Portano le poesie che hanno scritto. Hanno qualche bambino da far benedire. Raccontano privatissimi fatti loro a una che non hanno mai visto prima e che tra quindici secondi avrà dimenticato il loro nome.

La mia preferita è stata una che è arrivata al cospetto dell’autrice e le ha detto che lei il libro non l’aveva preso, «perché ho già tanta roba da leggere», ma, ha aggiunto in tono partecipe come fosse Mara Venier nel corso d’un’intervista, «volevo sapere: come stai?». Ma «come stai» in tono dolente lo chiedi se ti pagano per fare l’empatica nelle interviste, o se parli con una tua cara amica. Non se ti stai rivolgendo a una tizia che hai visto nel telefono.

E invece. E invece è andata così, che Kate Middleton è nostra cugina, Justin Theroux ci deve delle spiegazioni, e Annie Wilkes, l’infermiera che era talmente fan del romanziere che aveva inventato il personaggio di Misery da spaccargli le gambe pur di non farlo andar via da casa sua, beh, lei tutto sommato non era un’iperbole, ma solo uno scorcio su un futuro di pacchetti dati senza limiti, e la sanità mentale che ne consegue.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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