Il prezzo della libertà Per un 25 aprile di tutti, anche di Fratelli d’Italia

In prossimità della Festa della Liberazione si accendono le solite polemiche, e a gettare benzina sul fuoco ci pensa un governo che ancora fatica ad allontanare (e condannare definitivamente) il suo passato

AP/Lapresse

Come si avvicina il 25 aprile, fioccano le polemiche. Quest’anno prima del solito, germinate dalla censura Rai ad Antonio Scurati. Il costo di una divisione antica, una guerra civile che, tra il 1943 e il 1945, ha insanguinato l’Italia, il prezzo pagato dalla libertà per farsi strada dopo vent’anni di dittatura, dopo le leggi razziali, dopo l’entrata in guerra e le migliaia di morti sul Don, in Africa, in Grecia e Albania, ovunque. Dopo la soppressione di leghe, sindacati, municipi, dopo le minacce e gli omicidi che cancellarono le opposizioni e raso al suolo la casa del socialismo italiano.

La festa della Liberazione, in Italia, è una festa a metà. La conferma, da un lato, che i vincitori di oggi seguono a stento le tracce di Gianfranco Fini, ben più deciso nel condannare il passato fascista e, dall’altro, che la ferita nella quale hanno figliato i due totalitarismi del Novecento – quello nero e quello rosso – in Italia non si è ancora cicatrizzata del tutto.

Eppure da quel 25 aprile del 1945 è sorta un’Italia nuova. Questa Italia. Prima, dopo l’8 settembre 1943, la formazione dei Comitati di Liberazione che raccolgono tutte le forze politiche antifasciste, su su fino a liberali e monarchici. Collaborano con gli alleati che risalgono la penisola, partecipano alla liberazione delle città, insediano i primi organi di governo nei municipi liberati dai podestà.

Poi il referendum istituzionale, il voto alle donne, la vittoria della Repubblica. Poi l’Assemblea costituente, la Costituzione, un parlamento eletto liberamente e scelte decisive del governo De Gasperi per costruire un pezzo d’Europa. Dovresti gioirne, celebrare quel giorno senza altri aggettivi, e invece.

Alla Presidente del Consiglio si offre ora una straordinaria opportunità. La vittoria elettorale del settembre di due anni fa ha spalancato le porte del governo anche agli eredi del più cupo ventennio. Chi ha responsabilità di governo ha giurato sulla Costituzione, chi è stato eletto deve osservare la Carta prima e più di ogni altro cittadino italiano.

Il 25 aprile è un giorno da segnare sul calendario per tutti, nessuno escluso, e se rappresenti l’Italia devi essere in prima fila a festeggiarlo. Le ragioni della tua libertà, dei diritti di cui godi, risiedono tutti nella simbologia di quel giorno.

Un leader dovrebbe comportarsi come l’Enea di Virgilio. Sconfitti i latini, Enea ne adotta la lingua, mescola la sua cultura, i suoi costumi a quelli del popolo vinto. Roma nasce da lì.

Mi chiedo quando Giorgia taglierà l’ultimo lembo del cordone ombelicale delle origini, quando griderà ai quattro venti che la battaglia giusta era quella ingaggiata da Matteotti, quando porterà un mazzo di fiori in un cimitero alleato, sulla tomba di un ragazzo di vent’anni venuto dal Minnesota per liberare l’Italia, quando condannerà non solo le stragi naziste, e lo ha fatto, ma ricorderà che le guide della Wehrmacht erano italiani, fascisti italiani.

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