Caro vs costosoQuanto costa? Possiamo chiedercelo anche al bar

Le tante sfumature del mondo degli spiriti viste secondo la misura dell’euro

Quanto è giusto pagare che cosa. Un quesito che ci poniamo sempre più spesso e che sempre più consumatori sembrano in grado di decifrare. Senza ombra di dubbio il mondo della ristorazione ha meno segreti rispetto a quello dei distillati, per non parlare del vino che è ancora un altro campionato. L’attenzione per la cucina, l’exploit dei grandi chef e il progressivo diventare sempre più social e instagrammabili di certe realtà a livello internazionale ha fatto sì che la percezione e la consapevolezza del cliente finale sia aumentata.

La qualità si cerca, si paga, si apprezza e in modo sempre più tangibile l’ingrediente fresco e selezionato diventa una scelta premiante. Non solo sul piatto ma sull’esperienza generale intorno a quel piatto, quindi con un beneficio che, a cascata, si riflette sul ristorante stesso. Che cosa succede invece nel mondo dei distillati? Sicuramente lo scenario è differente, così come il pubblico di riferimento e i livelli di conoscenza.

Le dinamiche possono essere diverse, a seconda della tipologia di prodotto, e ci sono grandi sfumature nei mercati di riferimento, anche per via delle tendenze di consumi. «In primo luogo i distillati sono particolarmente energivori. Per produrli, viene messa in campo una spesa energetica particolarmente elevata, di natura estremamente varia a seconda dei Paesi di produzione senza dubbio. I distillati hanno uno smercio infinitamente inferiore ad altri liquidi – con le dovute sfumature – e di conseguenza anche dei costi di stoccaggio molto più ampi» afferma Angelo Canessa, spirits specialist per Velier SpA.

Pensiamo in effetti a prodotti da meditazione, con grandi invecchiamenti, come whisky o rum, che maturano in botte per anni e anni. Un’azienda, prima di poterli vendere, deve aspettare molto tempo e oltre a questo, inglobare anche una parte del rischio di impresa (concedeteci questa espressione) per un’incertezza di come quel prodotto può evolvere. Aggiungiamo anche un altro aspetto: a seconda dei luoghi di invecchiamento parte del prodotto viene persa, il così detto angel share. «Il distillato che invecchia in Europa – quello che noi chiamiamo invecchiamento continentale – non avrà mai lo stesso costo di un distillato che matura sulle isole (invecchiamento tropicale). Le condizioni quasi inimmaginabili, per non parlare della resa qualitativa sul prodotto finale» prosegue Canessa.

È chiaro che se analizziamo la situazione del mondo gin ci si apre uno scenario molto più ampio e variegato. Abbiamo prodotti di grandissimo mainstream, con prezzi anche molto inferiori a tante etichette prestigiose di vino, così come nuovi imbottigliamenti super fancy (e costosi). Non a caso sempre più brand puntano sull’impatto scenico, visivo, di comunicazione del prodotto stesso con packaging e attività di posizionamento decisamente ambiziose.

Un caso interessante da seguire è quello delle nuove frontiere cavalcate dai distillati analcolici. La stragrande maggioranza dei prodotti di qualità di questa tipologia – compresi bitter analcolici o amari analcolici – escono a un prezzo di mercato per litro che non si discosta così tanto dal mondo alcolico.

Eppure, rispetto al drink analcolico non ci si aspetta di spendere una cifra eguale al cocktail, anzi. Eppure, le etichette presentate sul mercato sembrano andare in una direzione differente. Il low ABV e il No Alcool non costano meno, anzi, spesso i procedimenti per arrivare a qualcosa che sia aromatico e persistente senza il kick dell’alcol è più sfidante ancora. Come in tutti i settori, il lavoro più grande in questo senso che ogni bartender e indirizzo possono coltivare, e che la stampa può contribuire a migliorare, è la cultura intorno al mondo degli spiriti.

Quella che si definisce una civiltà del bere, un apprezzamento in senso ampio del lavoro, della professionalità, dell’heritage, della conoscenza approfondita in questa materia. Si è restii a spendere dieci euro per un piatto di pasta e dieci euro per un daiquiri, però a ben pensarci non ci si dovrebbe stupire più di tanto perché, anzi, facilmente sarà il drink ad avere un costo maggiore rispetto alla nostra portata del cuore. Forse d’ora in poi sapremo distinguere meglio che cosa è caro e che cosa è costoso.

Courtesy immagini Adam Wilson, Unsplash

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