Non solo palliniProlegomeni dei giochini del New York Times (utili a non leggere Guerra e Pace)

Dopo aver azzeccato per venti volte la parola di Wordle, il sistema ha azzerato il mio numero di vittorie. E non c’è neanche uno straccio di servizio clienti giocatori cui chiedere indietro i soldi dell’abbonamento per la gravissima ragione di streak diminuito

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Mercoledì mattina, A. mi ha mandato un messaggio disperatissimo nove minuti dopo le 8. Al messaggio, allegava una schermata di cui riconoscevo la provenienza, essendo una schermata che vedo una volta al giorno da un paio d’anni.

Nella schermata c’erano varie scritte e vari numeri, la combinazione disperante diceva: «Current streak: 0». Traduco casomai questa pagina venisse letta da persone normali (mi chiedo cosa ci facciate qui) che non conoscono i codici degli iniziati: era la schermata del risultato di Wordle, e il fatto che l’attuale sequenza di vittorie (current streak) fosse a zero significava che A. aveva iniziato la giornata nel modo peggiore: non riuscendo a indovinare in sei tentativi la parola di cinque lettere.

A. e io ci conosciamo poco, e ci scriviamo solo per Wordle, per Connections, per Spelling Bee, insomma per le uniche cose serie delle nostre vite: i giochini del New York Times per cui paghiamo apposito abbonamento (c’è un abbonamento per i giochi e uno per le ricette; poi sì, c’è anche qualche retrogrado che si abbona per leggere gli articoli).

Mercoledì avevo fatto Wordle a mezzanotte – se fino alle undici non sono crollata, a quel punto, anche se non ho niente da fare e potrei dormire, tiro mezzanotte per fare il nuovo Wordle – e quindi non ricordavo. Sono andata a controllare. Che sollievo, l’avevo indovinato in quattro.

Sollievo si fa per dire. Ricordo ancora il trauma del 27 marzo, quando la soluzione era «stung», e io alla sesta e ultima chance mi sono giocata come una stronza «stunt», io che mai mai mai scelgo la parola che ripete una lettera, io che ho delle regole, dei princìpi, io che ero a «Current streak: 174», e il giorno dopo mi sono ritrovata a zero, trattata come una parvenue senza credenziali, senza precedenti, senza quarti di nobiltà.

Tra l’altro era mattina, il 27. Mi ero svegliata all’alba e avevo fatto la sbruffona dicendo a me stessa: faccio Wordle e torno a dormire. E chi si è più riaddormentata. A. mi ha chiesto come mi fosse venuto in mente di insistere dopo tutti quegli errori, lui dice che se alla quarta non l’ha ancora azzeccata va a fare una doccia per chiarirsi le idee.

Ho giurato che non avrei giocato mai più, come quell’altra cretina che giurava su Tara che non avrebbe più avuto fame, ma figuriamoci: la mattina dopo ero lì zelante. E, si metta agli atti, ho indovinato «mayor» in tre. Il che mi ha restituito l’autostima abbastanza da, quando il pomeriggio sulla Central line mi sono seduta a fianco a una tizia che stava facendo Wordle, dirle che io sapevo la soluzione. S’è messa a urlare «non dire niente» come in quella scena di “Curb your enthusiasm” in cui tutti s’incazzano con quella che la mattina svela la soluzione del Wordle che non hanno ancora fatto.

È che non abbiamo problemi seri di cui occuparci, io, A., quelli di “Curb your enthusiasm”, quella della Central line? Anche, sì. Oppure, se siete devoti alla religione della psiche, è che ci accaniamo sull’enigmistica per non pensare ai guai seri (ora non me ne viene in mente neanche uno più serio che interrompere una sequela di centosettantaquattro vittorie, ma non cavilliamo).

Quando la tipa sulla Central line si è alzata per scendere dal metrò, le ho chiesto se l’avesse risolto, e lei mi ha detto di sì ma che non era la parola che pensavo di sapere io, perché lei faceva un Wordle tarocco, uno di quelli d’archivio: il marito le vietava di fare quello nuovo senza di lui. Pensavo l’incubo massimo fosse quello di chi è costretta ad aspettare il marito per vedere le puntate delle serie televisive, e invece c’è gente che vuole compagnia pure per Wordle. L’inferno è la coppia.

Qualche settimana fa ho incontrato a una cena una vecchia conoscenza, un tizio che non vedevo da forse vent’anni ma che evidentemente ogni tanto legge le mie scemenze. A un certo punto cito i pallini, che sono un giochino che faccio e di cui mi vergogno moltissimo, una roba in cui devi unire pallini dello stesso colore e tutto esplode. Di recente mi sono accorta d’essere arrivata al livello quattromilaseicentonovanta del gioco, e mi sono vergognata di tutto il tempo buttato.

Chissà cos’avrei potuto fare nel tempo dedicato a far esplodere pallini. Imparare il russo e leggere “Guerra e pace” in originale e poi dire a tutti che insomma, quella traduzione che abbiamo letto in gioventù non era granché. Mettere così tanto in ordine il guardaroba da far riemergere quelle ballerine di Lanvin che vorrei molto usare ma saranno almeno tre anni che non le incontro nel disordine. Riuscire almeno una volta a farmi la messinpiega da sola.

È d’altra parte vero che l’impegno intellettuale richiesto dai pallini è nullo, e quindi io li abbino per colore mentre faccio altro, sto al telefono, guardo un film, e intanto scoppio pallini: è tempo perso ma in multitasking.

Insomma dico a questo tizio che io e i videogiochi non abbiamo alcun rapporto, con la sola eccezione dei pallini, ma lui deve aver letto qualche articolo in cui parlavo del mio morboso attaccamento al current strike e quindi trasecola: ma come, e Wordle?

E a quel punto io mi rendo conto che, con la scusa che per fare i giochini enigmistici devi essere alfabetizzata, io mica conto le ore buttate così come tempo perso coi giochini. Certo, mi ci vogliono due ore per trovare tutte le parole dello Spelling Bee ed essere non solo Genius ma addirittura Queen Bee, ma mica sono due ore a esplodere pallini: sono due ore a espandere il mio dizionario inglese (sì, come no).

Tra l’altro sospetto che questa cosa dell’inglese non ci faccia bene, a tutti quanti. Ieri qualcuno mi ha scritto in un messaggio «la seconda referenza», e non intendeva quelle che dai alla colf quando la licenzi: stava ricalcando «reference», perché nessuno di noi sa più né l’inglese né l’italiano. Io in un paio d’anni di Spelling Bee ho imparato a notare subito se nella schermata ci sono la i e la n e la g e si possono quindi fare i gerundi; ma a quel punto mi limito a provare tutte le combinazioni di lettere foneticamente plausibili appiccicando in fondo un gerundio, mica imparo verbi nuovi: tiro degli spaghetti contro il muro, e spero che qualcosa attecchisca.

Conosco una che sulla app dei giochi del New York Times, oltre a tutti quelli già elencati, fa il minicruciverba (una tossicodipendenza che incredibilmente non ho ancora sviluppato), ma lo fa prima da sloggata per poi barare e far risultare il cruciverba compilato in venti secondi. Quando dice il risultato tutti fingono di crederle: perché è evidentemente una donna disperata, e perché non si sbugiarda qualcuno su una questione così seria, non sai mai come potrebbe reagire.

Per non parlare di Connections, che è completamente delirante. Da quando un americano (per cui è ovviamente più facile che per me: i riferimenti dei nessi che devi trovare per risolverlo sono insulari come sanno esserlo solo gli americani) mi ha detto che l’obiettivo è completare per primo il rigo viola, cioè quello più arbitrario e quindi più ostico, mi sento un Nobel mancato ogni volta che ci riesco. Ben due volte nell’ultima settimana, e ognuna m’è venuta in mente quella sera che Paolo Conte mi disse che questa mica è enigmistica, «L’enigmistica è leale». 

Tutto questo per dire che a mezzanotte e cinque di giovedì ho scritto disperata ad A. Avevo indovinato al terzo tentativo «facet», mi sentivo Darius Ardashir (il genio del purissimo presente di “Felici i felici”), ma poi mi è apparsa la schermata finale. «Current streak: 1». Macosaca’. Ho le prove che non ho dimenticato di giocare ieri, alle nove di mattina ero lì che mi scambiavo immagini con A., mi lamentavo che sulle mie settecento partite mi desse una percentuale del novantacinque di vittorie, la stessa che mi dava centosessanta vittorie fa, quegli umanisti ciucci in statistica dei programmatori del New York Times.

Ho una schermata del giorno prima, e quella schermata dice «Current streak: 20» (in italiano: non hai più sbagliato niente dopo il 27 marzo, ora vedi di stare attenta), e il giorno dopo mi ritrovo azzerata? Non c’è neanche uno straccio di apposito servizio clienti giocatori cui rivolgersi, con cui protestare, cui chiedere indietro i soldi dell’abbonamento per la gravissima ragione di streak diminuito. E sarebbe questa la libera stampa, il più grande giornale del mondo, l’informazione affidabile. Che vergogna. Che scandalo. Non lo sapete che l’enigmistica è leale?

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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