Cavoli a Bruxelles Meloni vorrebbe smontare l’Ue, ma non sa come fare e non sa come rimontarla

A due mesi dalle elezioni, la premier dice di voler cambiare dall’interno le politiche e le istituzioni di Bruxelles, ma non ha una visione strategica che guardi al presente e al futuro

Roberto Monaldo / LaPresse

Giorgia Meloni vuole «smontare» l’Europa. Ne ha parlato ieri al Vinitaly, facendo riferimento in particolare alle politiche ambientali e alle risorse dedicate all’agricoltura. Ne ha parlato tra tante altre cose: il pericolo di escalation in Medio Oriente, il terzo mandato dei presidenti delle Regioni, l’autonomia differenziata. Ma il messaggio più oscuro rimane quello su come vorrebbe smontare e poi rimontare l’Europa, visto che mancano meno di due mesi al voto europeo.

In campagna elettorale, come capolista ovunque (ormai la sua candidatura è certa), dovrà essere più chiara. Alcuni esempi della parte destruens li abbiamo, soprattutto con i suoi alleati interni (Matteo Salvini) ed esterni (Viktor Orbán). Per il resto quello di Meloni rimane un messaggio enigmatico, dato che il “giocattolo” di Bruxelles la premier lo ha ben conservato e lucidato finora – perché ha aiutato in tutti i modi l’Italia e garantito una montagna di soldi con il Pnrr. Per non parlare di quello che ha fatto e sta facendo per lei Ursula von del Leyen, anche sull’immigrazione e il Piano Mattei, tanto che la candidata del Partito Popolare alla presidenza della Commissione europea è in difficoltà anche per questa liaison politica vista male (quantomeno con sospetto) da Socialisti, Liberali e macroniani. Perfino da una parte degli stessi Popolari.

Il presepe però a Meloni non piace. L’Europa deve essere smontata. Eppure finora è proprio sulla politica estera e il suo modo di stare a Bruxelles che la leader di Fratelli d’Italia ha marcato la differenza rispetto al passato sovranista e trumpiano. Rimane invece forte, e in continuazione con quel passato, la sua avversione al Green Deal e a tutto ciò che sulla questione ambientale ha caratterizzato la maggioranza Ursula e la presenza della sinistra socialista e verde nel Parlamento europeo. È dell’altro giorno il voto contrario a Strasburgo sulla direttiva Case Green contro la quale hanno votato Fratelli d’Italia, Lega e la delegazione italiana di Forza Italia, in dissenso al gruppo di appartenenza del Ppe.

Questo lavoro di smontaggio potrebbe andare ben oltre le tematiche ambientali e la difesa degli agricoltori che a suo parere sono «i primi bioregolatori: bisogna ricordare che per difendere l’ambiente è fondamentale l’opera dell’uomo». L’idea a destra è sempre quella opposta agli Stati Uniti d’Europa in tutte le sue versioni, compresa quella più soft di una maggiore integrazione in tutti i campi. La base di partenza rimane comunque l’Europa della Nazioni. La certezza negativa sono i compagni di viaggio che si è scelta per demolire. Poi è più difficile montare qualcosa che non sia sgangherato e utile a chi punta alla indebolire l’Europa. Come puntano a fare Vladimir Putin e Donald Trump. E con loro Matteo Salvini e Marine Le Pen.

Meloni a Vinitaly ha sostenuto che l’Italia sta facendo da «apripista» in molti dossier, ma quando parla di ricostruire indica solo alleati di destra. La stessa von der Leyen non può contare ancora sul suo sostegno, perché stabilire prima del voto chi siederà al vertice della Commissione per la premier è una discussione filosofica.

La destra, anche quella dei Conservatori, non ha idea di come fare avanzare l’Unione europea verso una soggettività politica comunitaria sulla difesa e sicurezza comune, sulle politiche di bilancio, sull’innovazione, per superare l’irrilevanza di Bruxelles sull’Ucraina e il Medio Oriente. Sarebbe il caso che Meloni si pronunciasse presto sul report sul mercato unico, scritto da Enrico Letta per la Commissione – verrà presentato giovedì – in cui si afferma che senza maggiore integrazione l’Europa rischia il declino. Occorre superare il deficit di dimensioni delle aziende rispetto ai concorrenti globali. L’idea di smontare, senza una visione su come rimontare, è il vero rischio letale delle Europee del 9 giugno. Consegnandoci a un destino di decadenza nel bel mezzo di un mondo in fiamme e in piena transizione tecnologica.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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