Piano con l’entusiasmoIl parrucchiere di Amazon e altre noie del capitalismo del non saper lavorare

Presto verremo tutti sostituiti da robot meno incapaci di noi a fare il nostro mestiere, nel frattempo Apple batte Bezos nel monetizzare l’inettitudine

Unsplash

Ho un file di Pages in cui appunto ogni occasione che mi fa pensare «dovrei fare un pezzo sul fatto che nessuno sa più lavorare». Lo so: sembra un signoramiismo di quelli che mancano solo le mezze stagioni.

Però una cosa che capisci da vegliarda, quando sei abbastanza lucida da non temere che il gruppo di sedicenni davanti al baretto rida di te dicendo «boomer» (hanno quarant’anni e stanno su Twitter, ma sempre sedicenni al baretto sono, e sempre ostentare superiorità è l’unica cosa che per tre secondi fa dimenticar loro le voragini d’insicurezza in cui si agitano), è che i luoghi comuni diventano tali perché sono veri.

L’altro giorno qualcuno si lamentava degli specializzandi alla guardia medica che non gli avevano risolto non so che problema, e sono insorti gli specializzandi (se dedicassimo a imparare a lavorare il tempo che dedichiamo a difendere le nostre corporazioni, saremmo il Giappone).

Io, che pur di non lavorare discuterei perfino coi trentenni su Twitter, ho tentato invano di spiegare a due dottorini evidentemente cani e altrettanto evidentemente prodotto delle migliori elementari del mondo (quelle che hanno tolto dal programma la comprensione del testo) che era ovvio che uno specializzando fosse incapace: nessuno sa lavorare se non dopo anni che lavora, l’università nel migliore dei casi t’insegna a studiare, a lavorare t’insegna solo lavorare, perciò non puoi saper fare un lavoro che fai da tre quarti d’ora.

Quelli mi rispondevano «lo specializzando è un medico», essendo evidentemente seguaci del pensiero magico e convinti che se a uno gli metti l’etichetta «medico» gli spunteranno all’improvviso doti diagnostiche e tutte cose. Lo stesso giorno (la vita è sceneggiatrice) compariva questo tweet (o come si chiamano ora) d’altra specializzanda: «Ecco come inizia la mia mattinata con il mio collega che aprendo la siringa per sbaglio mi spruzza il sangue del paziente in faccia e negli occhi e ora sono al pronto soccorso a farmi analisi e lavaggi». Poi, quando io dico che mi rifiuto di farmi fare prelievi da trentenni, mi scrivono che sono una cafona. Cafona sì, ma senza sangue spruzzato, ops, negli occhi.

Ma non è, temo, questione di gioventù (un difetto che poi passa – o almeno così accadeva fino al secolo scorso). È che, mentre ci lagniamo perché l’intelligenza artificiale ci arrubberà la carriera e verremo sostituiti da un robot, facciamo di tutto per essere sostituibili.

Stavo cercando un posto dove mi lavassero i capelli a Londra, e qualcuno mi ha detto: dietro l’angolo ce n’è uno di Amazon. Mi affaccio, e scopro che sì, c’è un Amazon Salon, qualunque cosa esso sia. È deserto, e m’illudo sia fatta: riuscirò a farmi velocemente la piega e ad arrivare a teatro in tempo. È a quel punto che entro in una galassia che ha completamente abolito l’intelligenza naturale, quella minima che avevano i nostri bisnonni analfabeti e non abbiamo noialtri con le notifiche sul telefono.

Prima, devo inventarmi un indirizzo inglese perché l’appuntamento va preso dal sito di Amazon UK, che però lo tratta come se fosse non un appuntamento ma un oggetto, e quindi se non hai un indirizzo di consegna inglese ti dice che non può consegnarti la piega. Non devi consegnarmela, imbecille d’un programmatore che hai creato questo modulo: è una piega, vado in negozio, anzi ci sono già, siamo a Londra, sarò mica la prima forestiera che ci viene?

Poi, sono le quattro e il negozio è vuoto, secondo il sito c’è posto solo alle sei e un quarto. Va bene, tanto ci vogliono venti minuti, faccio in tempo ad andare a teatro. La parrucchiera s’impettisce: ci vuole un’ora. No, guardi, a fare la piega a me ci vogliono venti minuti a prendersela comoda, è l’unico vantaggio dell’avere quattro capelli in croce. Vuole insegnarmi il mio lavoro? E lei vuole insegnarmi i miei capelli che vengono maneggiati da suoi colleghi ogni due giorni da quasi quarant’anni? La cliente va lavata e massaggiata con calma, ci vuole un’ora. La cliente ha sempre ragione e preferisce fare in fretta che venire massaggiata.

Questo dibattito non ha soluzione, ma inizia a farmi sospettare che ci sia qualche problema in una professionista che non guarda la realtà ma solo il fatto che l’algoritmo le dà scaglioni da un’ora. A cosa mi servi, se non vedi cos’hai di fronte e non sai adeguartici? Cos’aspetta Bezos, così attento al risparmio, a sostituirti con un robot con spazzola?

Sto lì un’ora, ci sono tre parrucchieri che non fanno niente, e arriva una cliente sola. Chiedo: scusate, ma non potete farmi prima? Il parrucchiere maschio ha una crisi isterica che quella della sua collega era niente: c’è un sistema, e il sistema funziona. Ho osato mettere in discussione l’agenda organizzata dall’algoritmo, verrò scomunicata?

Non dubito che funzioni (premetto, vile), ma visto che siamo tutti qui a perdere tempo magari potremmo velocemente occuparci della mia piega prima che arrivi la prossima cliente prenotata dall’algoritmo. Lei vuole sminuire il nostro lavoro, alza la voce agitando una spazzola: c’è molto da fare tra una cliente e l’altra. Credo stia implicando che togliere dalla spazzola i capelli morti avanzati dalla piega precedente sia un compito che gli porterà via la prossima ora e un quarto. Penso fortissimo ai parrucchieri da cui vado abitualmente, che nel tempo di questa discussione mi avrebbero già fatto la piega e commentato l’ultima puntata di “Belve” e congedato. Gli ultimi a saper fare il loro lavoro, probabilmente.

Il file con annotati tutti quelli che non sanno lavorare non posso consultarlo, perché ho spaccato il monitor del computer con un gesto goffo. Sono andata all’Apple Store. Una ragazza incapace di dare del lei ma molto gentile mi ha detto che c’erano quattro ore di attesa, visto che non avevo preso appuntamento. Oddio, è come il parrucchiere di Amazon. Inutile anche chiedere se, tra un appuntamento e l’altro, qualcuno possa investire i quattro minuti necessari a dire le cambiamo il monitor, sono cinquecento euro, venga domani a riprendersi ’st’estorsione.

Mi dà appuntamento alle tre e venti. Va bene, vengo tra quattro ore, ma mi dice poi quanto ci mettono a riconsegnarmelo? Non è che posso stare tre giorni senza computer. Eh, quello glielo dicono all’appuntamento, devono fare le verifiche. Esseri umani incapaci di aprire un file su uno dei loro inutili attrezzi e dirti subito che attualmente ci sono tot computer da aggiustare e orientativamente un giorno e mezzo di attesa. Non costerebbero meno una dozzina di androidi?

Certo poi c’è la questione che nessuna persona che abbia la mia riserva di pazienza torna quattro ore dopo: in quattro ore hai già ordinato un nuovo computer senza fattura (sulla parte business del sito Apple, quella fatturabile, lo stesso computer costa cento euro in più: poi ci lamentiamo degli idraulici). Computer del quale il sito è in grado di dirti che arriva domani alle nove, mica come la riparazione dalle tempistiche misteriose.

Quindi alla fine gli hai dato più soldi del rene che ti sarebbe costata la sostituzione del monitor. Quindi forse il capitalismo del non saper lavorare funziona alla perfezione, quindi forse i commessi meno capaci dei robot sono un investimento. Certo, solo se vendi computer: la piega finisce che te la vai a fare dal parrucchiere a fianco, e Bezos ci perde quaranta sterline. Speriamo non tocchi fargli un prestito.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

X

Linkiesta senza pubblicità, per gli iscritti a Linkiesta Club

Iscriviti a Linkiesta Club