Ei FedezL’intervista all’ex marito della Ferragni e l’auspicio di un futuro migliore (per entrambi)

A “Belve” il separato ha parlato male del manager della moglie, e ha scherzato sul rimirare le fatture come attività erotica. Oggi sembra un commendatore in crisi di mezza età, ma ha meno da perdere rispetto a Chiara

Un fotogramma della puntata di Belve del 9 aprile

«Se noi facciamo schifo, perché il giornalismo deve fare più schifo di noi?». La domanda è esistenziale (ma pure esiziale), la formula l’intervistato all’intervistatrice (che non risponde), e io a quel punto mi chiedo: ma io ora come lo chiamo?

Come lo chiami il marito della Ferragni se non è più tale? È troppo tardi per usare il suo cognome da scapolo, e tardissimo per il nome d’arte. Certo, potrei rifugiarmi in «l’ex marito della Ferragni», ma c’è un ulteriore problema: se non riesce a evadere dal gorgo d’irrilevanza in cui è finita, presto ogni definizione di prossimità alla Ferragni verrà accolta da «Ferragni chi?».

La cosa più bella che mi abbiano raccontato di recente della separazione Ferragni (una separazione cui tuttora non riesco a credere: poi ci torniamo) riguarda il piano di sorelle e amiche di comprare i biglietti per un qualche concerto di Marracash e poi fare «un sacco di storie, così quello stronzo impara».

Le storie non sarebbero i capricci (per quanto) ma le storie di Instagram, e «quello stronzo» sarebbe il marito o ex o quel che è di Chiara Ferragni, il quale avrebbe dei trascorsi bisticci con Marracash e non sarebbe affatto contento di vedere le (ex?) cognate che lo applaudono (e che hanno addirittura comprato i biglietti, dettaglio che rende l’aneddoto un po’ meno credibile: si è mai vista gente coi follower pagare qualcosa? Di chi era pure quella canzone-manifesto intitolata proprio “Senza pagare”?).

«Essendo io un povero arricchito, se mi offrono dei soldi…». A un certo punto, il fu marito della Ferragni (forse potrei chiamarlo Ei Fu, almeno è breve) dice che lei gli ha insegnato a dire ogni tanto dei no (proprio lei, che dalla biancheria d’acrilico ai tortelli Rana non ha mai incontrato un prodotto che fosse troppo dozzinale per diventarne testimonial), e che lui invece d’istinto ramazzerebbe tutto. È in quel momento che mi fa simpatia, anche per la citazione a orecchio di García Márquez («Non sono ricco, sono un povero che ha fatto i soldi»).

La cosa più ferragniana dell’intervista al fu coniuge è una cosa che il fu coniuge vorrebbe tantissimo dire, ma Francesca Fagnani cambia discorso, non saprei dire se perché troppo romana per avere una fissazione da milanesi di Porta Venezia per il (fu?) manager della Ferragni, o se perché attenta a scansare querele (cantava quello: no, certe cose non si scrivono, che poi i giudici ne soffrono).

Il marito dice che la moglie si è presa ogni responsabilità, mentre avrebbe dovuto dire la verità, cioè che quegli accordi teoricamente caritatevoli e realmente avidi li avevano stretti altri. I suoi manager?, butta lì Fagnani; uno solo è, dice il fu marito che chiaramente non vede l’ora di fare il nome ma non glielo fanno fare, e quel pezzo di “Belve” finisce come finisce sempre il giornalismo italiano: con quelli che sanno le cose che se le dicono tra di loro, e il povero pubblico ignaro.

Alle cene saperlalunghiste si è detto per mesi che lei l’avrebbe pure cacciato, il manager, ma non poteva perché lui aveva carte con cui ricattarla («ha i dossier» è sempre semprissimo la chiave di lettura del mondo preferita dai saperlalunghisti). Adesso si dice che lui e lei (lui il manager, no lui il marito) avrebbero rotto e che l’ufficializzazione della separazione delle carriere avverrà a giugno.

Qualche giorno fa un amico di vecchissima data della Ferragni ha compiuto gli anni, e dell’immancabile festa instagrammabile c’era una foto di gruppo con tutti gli invitati, e la Ferragni non c’era ma c’era il manager. È perché Chiara era nei giorni in cui non appariva, o era perché c’è stata come in ogni separazione la divisione dei beni mobili, intesi come amici che devono scegliere di chi dei due restare amici? È perché, nella gerarchia di chi abbandona la nave che affonda, i fotogenici vengono prima dei topi?

Ma, soprattutto, perché Chiara Ferragni non posta da quando i bambini sono partiti per Miami col padre e i nonni? Per far vedere che senza di loro non è vita e non le va neanche di accendere il telefono per un outfit-of-the-day piccino picciò? O perché se non postava da una settimana la si notava meno se poi martedì sera non commentava l’intervista del fu marito?

La domanda su quanto fa schifo il giornalismo il fu marito l’ha fatta a commento delle voci attuali e trascorse, voci che ha riassunto perfettamente: prima dicevano tutti che fosse busone, ora dicono tutti che si scopi anche le serrature delle porte. Sento di poter dire che in questo il giornalismo è specchio non peggiorativo della società, un luogo in cui siamo tutti convinti di saperla lunghissima sulle mutande degli altri pur non conoscendo benissimo neanche i traffici delle nostre.

La cosa sorprendente che ha detto è che a legarlo immediatamente alla Ferragni fu l’intesa sessuale. Sorprendente perché, com’è ovvio accada con i Richard Burton e Liz Taylor che questo secolo si può permettere, dei coniugi Ferragni si è sempre detto tutto e il contrario di tutto, ma su una cosa tutti quelli che li avevano incontrati almeno una volta concordavano: la tensione sessuale tra quei due era inesistente come quella tra un comodino e un’albicocca.

Il marito della Ferragni scherza sul rimirare le fatture come attività erotica, quando Fagnani chiede dove finisse la coppia e cominciasse l’azienda, ma è ovvio che quello è il punto. Io ormai quando qualcuno racconta qualcosa di loro ripeto solo incredula: ma non avevano firmato per la terza stagione di Prime? Mi sembra impossibile che si faccia saltare così – per quelle paturnie di noi mortali, di noi normali, di noi che non ci facciamo pagare l’albergo dallo sponsor – un matrimonio che produceva un così alto livello di sceneggiatura pubblica e quindi di reddito.

È chiaro che lui – pur sembrando attualmente un commendatore in crisi di mezz’età che si compra la decappottabile e si mette il flipper nella casa della ritrovata scapolaggine – ha meno da perdere. Può fare i dischi, può fare la tv (nell’ultimo “Lol”, a proposito della sua conduzione, Abatantuono dice una cosa tipo: ha tante qualità, l’unica cosa che non sa fare è condurre).

Lei, se non ha il personaggio della moglie e madre da interpretare e le aziende del lusso l’hanno mollata e quelle da supermercato anche, cosa fa? Quanti outfit-of-the-day e pizze con mamma e sorelle puoi postare? Quanti amici non stipendiati ti sono rimasti?

Certo, potrebbe andare anche lei a “Belve” e dire anche lei che gli errori del marito non sono del marito ma, che so, della suocera. Forse è il modo in cui “Belve” può diventare un programma imperdibile: trasformandosi nel “Parole d’amore scritte a macchina” della televisione. La nostra storia in quattro pagine, che raccontata ci può perdere.

Non ho la pazienza di rivedere la prima ora di “Belve”, e non ricordo più a proposito di cosa il fu marito della Ferragni ha detto una frase che mi ero annotata, sul rischio in certi casi di finire «a fare i vegani mangiando la bresaola». Mi ero chiesta perché proprio la bresaola, sciapa scelta da gente che sta a dieta. Se il veganesimo è solo di facciata, suggerirei almeno della vera carne, e autorizzo i lettori a considerare questo auspicio allegoria d’un futuro, per la Ferragni ma pure per Ei Fu, meno rinsecchito, meno insapore, più godereccio. Ei fu, siccome immobile, dato il primo morso al filetto al sangue.

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