Quesiti linguistici«Venghino, signori, venghino», spiegato dall’Accademia della Crusca

L’espressione veniva usata per attrarre il pubblico a pagare per assistere a fenomeni scarsamente credibili. Come i coccodrilli catturati a mani nude, allevati come figli, e che si comportano come agnellini

(Unsplash)

Tratto dall’Accademia della Crusca

Diverse lettrici e lettori chiedono se siano corrette e in quali contesti eventualmente si usino forme quali venghino, venghi e avvenghino invece di vengano, venga, avvengano.

Risposta
La risposta è assai facile: si tratta di forme substandard, non accettate nell’italiano contemporaneo standard e d’uso comune.
Forme di questo tipo nascono per uno scambio tra le desinenze di congiuntivo presente proprie dei verbi della prima coniugazione (che è la coniugazione che contiene il maggior numero di verbi, e la più produttiva in italiano contemporaneo) e quelle proprie delle altre coniugazioni. L’italiano standard ha le desinenze  i nelle forme del singolare e  ino nelle forme di terza plurale nel congiuntivo presente dei verbi della prima coniugazione (ami/amino da amare, parli/parlino da parlare, ecc.) e le desinenze  a nel singolare e  ano nella terza plurale nel congiuntivo presente dei verbi delle altre coniugazioni (veda/vedano da vedere, legga/leggano da leggere, dorma/dormano da dormire, finisca/finiscano da finire, ecc.). Si osservi che il verbo andare, comunemente considerato appartenente alla prima coniugazione, ha però nel congiuntivo vada/vadano, non vadi/vadino (forme substandard di cui si è trattato anche qui); le desinenze del congiuntivo sono coerenti con l’etimo vadĕre, che non apparteneva alla prima coniugazione latina; il verbo andare dell’italiano contemporaneo è notoriamente un concentrato di cosiddette “irregolarità”: al suppletivismo delle basi (vad , v  e anda ) si aggiunge l’eteroclisi, cioè la flessione di diverse forme del paradigma secondo coniugazioni diverse.

Mentre digito il testo di questa risposta il correttore ortografico di Microsoft Word mi corregge automaticamente vadi in vada, ma non corregge vadino, venghi e venghino (limitandosi a sottolineare in rosso queste forme). Il diverso trattamento di forme altrettanto non standard da parte di questo strumento commerciale può forse aver giocato un ruolo nel far insorgere dubbi in chi ci ha scritto.

Gaetano Berruto (Varietà diamesiche, diastratiche, diafasiche, in Introduzione all’italiano contemporaneo. La variazione e gli usi, Roma-Bari, Laterza, 1993, p. 64) definisce forme verbali analogiche quali vadi e venghino “forme caricaturali dello stereotipo dell’ital[iano] popolare”.

In un altro contributo nel quale si studiano i tratti peculiari dell’italiano popolare (L’italiano popolare e la semplificazione linguistica, “Vox Romanica”, 42 [1983], pp. 38-79, ripubblicato in Id., Saggi di sociolinguistica e linguistica, a cura di Giuliano Bernini et al., Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2012, pp. 141-181, da cui si cita), Berruto avanza anche un’altra ipotesi, complementare più che alternativa a quella già esposta, sulla genesi di queste forme: «almeno per certi sostrati dialettali, per il congiuntivo è possibile vedere una forma ipercorretta, essendo il congiuntivo – vitale nei dialetti […] – simile o uguale al corrispondente italiano: cf. per es. piemontese [k-a ˈvaga] “che vada”, e in italiano popolare piemontese mi pare specialmente frequente la forma in  i» (Berruto 2012, p. 153). L’uso di congiuntivi in  i,  ino invece che in  a,  ano sarebbe quindi a volte dovuto anche a un tentativo, più o meno consapevole, di produrre forme il più possibile diverse da quelle dialettali, percepite per definizione come scorrette in italiano.

Va anche ricordato che la assoluta inappropriatezza di forme quali vadi, venghi, venghino ecc. caratterizza l’italiano standard contemporaneo, ma non la lingua letteraria di epoche del passato. Luca Serianni (nel suo Viaggiatori, musicisti, poeti. Saggi di storia della lingua italiana, Milano Garzanti, 2002, p. 26) osserva:

è tutt’altro che raro che le scritture del passato offrano esempi di forme che oggi risultano devianti e suscitino [sic], anzi, una forte sanzione sociale. Si pensi ai congiuntivi analogici in  i dei verbi irregolari della prima classe vadi, vadino, facci, faccino […]
Sono forme che, oggi, appartengono alle scritture popolari e che squalificherebbero chi le facesse proprie anche nel parlato informale: negli anni Settanta la fortunata serie del Fantozzi di Paolo Villaggio faceva leva tra l’altro su forme come vadi o facci per ridere alle spalle dello sfortunato ragioniere. Eppure, in passato, forme del genere erano abbastanza frequenti anche in scrittori di raffinata cultura: da Dante ad Ariosto. Dalla LIZ 2.0 ricaviamo che vadi, vadino, facci, faccino sono largamente attestati dal Duecento (Guittone d’Arezzo e Novellino) al Leopardi delle Operette morali. I grammatici ottocenteschi prendevano le distanze da congiuntivi del genere ma, trovandone qualche esempio nei classici, non li consideravano (come avverrebbe oggi in qualsiasi scuola da Chiavenna a Sciacca) errori marchiani.

Le osservazioni di Serianni, con il riferimento alle forme di congiuntivo non standard messe in bocca ai personaggi della serie di Fantozzi, confermano la valutazione di Berruto relativamente al valore caricaturale di queste forme, spesso citate per marcare stereotipicamente la mancata padronanza della lingua standard da parte di chi le produce.

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