Quesiti linguisticiIl femminile nelle cariche delle Forze Armate si può usare, dice l’Accademia della Crusca

Se in ambito ufficiale la prassi linguistica prevede l’uso delle sole forme maschili per indicare gradi e qualifiche, nelle comunicazioni private si suggerisce l’utilizzo di parole come capitana, brigadiera o colonnella. Perché sono corrette

(Unsplash)

Tratto dall’Accademia della Crusca

“Nelle Forze Armate italiane, come bisogna esprimersi riguardo alle donne?”, “È corretto dire la Tenente?”, “Descrivendo un eventuale Generale dell’esercito donna, qual è il modo più corretto per esprimersi?” si chiedono lettrici e lettori, forse preoccupati di incorrere in una qualche sanzione se usano un titolo non appropriato verso rappresentanti delle Forze Armate.

Risposta
Queste domande si inseriscono nel filone ormai noto, e già più volte affrontato su queste pagine, degli interrogativi che continuano a sorgere sull’uso dei termini che indicano ruolo istituzionale o titolo professionale riferito a una donna. La perplessità è ben motivata anche per quanto riguarda i gradi e i titoli militari, perché in questo caso gli aspetti sui quali si richiede un chiarimento sono in realtà più d’uno: non solo quello della “correttezza” linguistica delle singole forme femminili, una questione che deve essere affrontata sul piano morfologico e lessicale ricorrendo all’analisi linguistica, ma anche quello della appropriatezza d’uso, sia perché in questo campo − come per esempio in quello istituzionale e giuridico − la tradizione ci ha abituato all’uso delle sole forme maschili, e quelle femminili destano ancora diffidenza, sia perché l’ingresso del personale femminile nelle Forze Armate, che rappresenta ancora solo poco più del 6% del totale (secondo i dati attualmente disponibili sul sito della Camera dei Deputati), è recente e il suo stato giuridico è regolamentato da precise disposizioni di legge che lo equiparano al personale maschile.

Cominciamo dalla correttezza sul piano lessicale. I termini di genere grammaticale maschile che indicano funzione e ruolo nelle Forze Armate sono conformi alle regole di formazione previste per tutti gli altri sostantivi della lingua italiana, e lo stesso avviene per i corrispondenti termini di genere grammaticale femminile. Si hanno dunque sostantivi semplici (radice + desinenza, es. capitano/capitana); sostantivi derivati (radice + suffisso + desinenza, es. bersagliere/bersagliera); sostantivi composti (es. guardiamarina).

Per quanto riguarda l’appropriatezza d’uso e l’accettabilità in contesti sia ufficiali sia colloquiali, è necessario considerare che la prassi delle Forze Armate prevede per i gradi militari l’uso delle sole forme maschili, in forza del fatto che in Italia fino all’alba del Duemila la carriera militare è stata riservata ai maschi. La legge 9/2/1963 n. 66, che consentiva l’accesso delle donne a tutte le cariche compresa la magistratura, aveva infatti mantenuto la riserva per il servizio militare, rimandando l’arruolamento della donna a leggi speciali. Per concretizzare il precetto costituzionale contenuto nell’art. 3 della Costituzione e sciogliere la riserva contenuta nella legge suddetta furono predisposti negli anni seguenti diversi schemi di provvedimenti legislativi che ipotizzavano varie soluzioni, quali l’istituzione del servizio femminile su base volontaria, del Corpo Ausiliario Femminile, del Corpo Militare Interforze, del reclutamento femminile in via sperimentale per cinque anni.

Un primo obiettivo fu raggiunto con l’accesso delle donne alle Forze di Polizia a ordinamento civile: la legge n. 121 del 1981 sul riordino della Pubblica Sicurezza e la smilitarizzazione della Polizia di Stato consentì il reclutamento di personale femminile nella Polizia di Stato, nella Polizia penitenziaria e nel Corpo forestale dello Stato. Un secondo obiettivo sarebbe stato colto nel 1997 con l’approvazione del disegno di legge delega per l’istituzione del Servizio Militare Volontario femminile.

Per esempio:

Due anni dopo, con la legge 380 del 20 ottobre 1999 Delega al Governo per l’istituzione del servizio militare volontario femminile, le donne finalmente possono partecipare, su base volontaria, ai concorsi per il reclutamento di Ufficiali, Sottufficiali in servizio permanente e militari di truppa in servizio volontario nei ruoli delle Forze Armate e del Corpo della Guardia di Finanza. Dal momento che fino ad allora il mondo militare era stato configurato per una realtà esclusivamente maschile, la legge prevedeva anche la costituzione di uno specifico Comitato Consultivo,, che fu costituito nel 2000, con il compito di assistere il Capo di Stato Maggiore della Difesa e il Comandante Generale del Corpo della Guardia di Finanza nell’azione di indirizzo, coordinamento e valutazione dell’inserimento e dell’integrazione del personale militare volontario femminile. A questo proposito il Comitato Consultivo è stato attivo attraverso l’elaborazione della direttiva Etica militare (2002, contenuta nel compendio Rapporti tra personale di sesso diverso in servizio nella Forza Armata dello Stato Maggiore dell’Esercito, Annesso 3, 2013) con lo scopo di fornire una base etica e comportamentale per prevenire possibili fenomeni critici di interrelazione tra il personale, e mettere in evidenza come la completa applicazione dei principi di pari opportunità di diritti e doveri sia una garanzia per il corretto assolvimento dei compiti istituzionali. Altre attività hanno riguardato il settore del reclutamento, per la definizione annuale delle aliquote, dei ruoli, dei corpi, delle categorie, delle specialità e delle specializzazioni in cui hanno luogo i reclutamenti del personale femminile: era infatti previsto inizialmente un limite massimo nei reclutamenti del personale femminile, poi decaduto nel 2006.

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