La prospettiva dell’Occidente Il paese più felice del mondo, e altre favole del comunismo

Anita Likmeta esordisce da Marsilio con un romanzo di formazione colmo di grazia e senza eccessi ambientato nell’Albania rossa della sua infanzia, con una coda che mette tutto al suo posto

AP/Lapresse

Il Paese delle Aquile è il più felice che ci sia. Le favole del Paese delle Aquile raccontano di case germogliate come foglie, di asini, di meli, città sperse nel cielo stellato dove vivono gli extraterrestri. Anita Likmeta, nata in Albania durante il regime comunista di Enver Hoxha, esordisce nella narrativa con un romanzo, “Le favole del comunismo” (Marsilio), in cui tesse i fili del suo passato fino a mettere in prospettiva il nostro presente.

«Fuori il freddo è pungente. Un freddo arrabbiato. I cassoni d’acciaio collocati agli angoli della casa sono pieni della pioggia che per settimane ha picchiato duro». Nel paese della protagonista, entroterra dell’Albania, l’acqua non esce dai rubinetti, ci si lava grazie a una tazza che pesca dentro i rimasugli della pioggia.

Nel paese della protagonista è il 1996 e lei è ancora bambina, le finestre non hanno vetri, ma un telone di plastica a sbattere rumoroso in mezzo al vento. Siamo in uno dei villaggi della prefettura di Durres, lì dove la luce non arriva dalle lampade, ma da un generatore a benzina che solo di tanto in tanto il nonno di Ari si permette d’accendere. Di là, in Occidente, lo stato di diritto e nei difetti che resistono dentro quello che è il sistema più contraddittorio e al contempo il meno ingiusto, una libertà che viene accordata per nascita. Di qui, in Albania, la favola del comunismo.

Il demone dell’Occidente viene stigmatizzato nei racconti popolari – bibbia laica di un credo basato sulla paura, sulla coercizione e il castigo –, nel sorriso bonario di Mike Bongiorno, in quel suo incedere per nulla innocuo: “Allegria!”. La morale delle pastocchie raccontate come iniziazione a un sistema di valori in rifiuto dell’Occidente è semplice: «Se sentirai la parola Allegria! e non avrai la prontezza di torcere subito il viso dall’altra parte, chiuderti le orecchie e abbassare lo sguardo, dannati sarete tu e la tua famiglia per mille generazioni».

Si fa fatica a decidere se il sentimento che più erompe dalla storia della piccola protagonista, narrata da Likmeta in prima persona e grazie a tasselli narrativi scarnificati da ogni orpello, ma anzi con una misura che ragiona per sottrazione, sia la paura o la frustrazione data dall’ingiustizia. I margini di cambiamento sono nulli. L’incubo che qualcosa vada storto, senza preavviso, pervade ogni pagina.

«La verità è che se mia madre fosse qui forse mi racconterebbe una favola». La madre di Ari, rimasta incinta troppo giovane per lavorare, si è vista costretta a lasciare sua figlia dai nonni. I racconti fantasiosi di fatti leggendari, le favole, appunto, che si ascoltano o che si inventano, s’iscrivono nell’orizzonte della nostalgia, dolorosa attesa di una madre imbarcatasi sulla nave insieme agli altri ma che un giorno tornerà dalla figlia, e in quello dell’indottrinamento, mistificazione della realtà in lode al Partito. «Guardate il compagno Tahir, aveva detto il Partito, prendete esempio da lui, che ha otto figli ma vive nell’abbondanza, perché riconosce la ragione del Partito. Chi riconosce la ragione del Partito ha raccolti abbondanti e capre che danno latte. Chi riconosce la ragione del Partito ha sempre uova nel pollaio e farina per il pane».

Se non fosse che, a mezzo di contrasto, il reale di cui narra Likmeta venga a comporsi in un ventaglio di scene dal segno opposto: donne raggelate che imbracciano le zappe, giovani scomparsi misteriosamente, anziani che stringono i denti e a fatica affondano la pala nel terreno.

Fino al giorno in cui la Storia non cambia verso e Berlino viene liberata: è il canto del cigno dei regimi dell’est. Data la censura, nel paese delle Aquile, il più felice che ci sia, i giornali non parlano di ciò di cui discute tutto il resto del mondo. Ma da adesso basta poco perché la vita di Ari non ne esca stravolta. E dunque il suo arrivo in Italia, e il rifiuto di provare nostalgia per quanto ci si è lasciati alle spalle: «La nostalgia è per le persone che non hanno cuore e che vorrebbero averne uno».

In contrasto con la fotografia in bianco e nero messa a fuoco fin qui, ecco i colori di Milano, i vetri alle finestre, l’iPhone, Siri, Lana Del Rey, un bagno grande quanto la stanza dove da piccola Ari si sedeva a consumare il pranzo, una casa in cui regna sempre l’ordine e la pulizia, e poi Twitter, Instagram, Facebook, Linkedin, una doccia e perfino la vasca.

«Non so dove l’ho sentito dire, non me lo ricordo: se tutti portassero in piazza la loro croce, se di tutte le croci se ne facesse una montagna, alla fine ciascuno riprenderebbe la sua». Ognuno ha il suo dolore, è vero, e le sue favole per stemperarlo. Ognuno ha una cifra diversa del dolore degli altri, è naturale, e da qui uno sguardo limitato sul mondo. Ma quello che Anita Likmeta mette in luce attraverso gli occhi ingenui della piccola Ari, e quelli lucidi della donna che imparerà a essere, è quanto al di là del proprio orizzonte di attese e disattese ci sia un quadro più grande, oggettivo, universale e storico, un contesto che non può essere relativizzato.

Ci si lamenta spesso dell’Occidente, perché ci è concesso farlo, perché è un nostro diritto, ma per incontrare un metro di giudizio che muti a partire dalle differenze, basta allargare di un minimo la prospettiva. E allora quel semplice salire in taxi verso casa, nel cuore di Milano, dove ci sono così tante luci che la notte sembra giorno, nella partitura di questo romanzo colmo di grazia e senza eccessi, smette di essere uno dei tanti gesti, un gesto qualsiasi, e diventa il compimento eroico della parabola.

Le favole del comunismo

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