Estranea contemporaneità Il rapporto tra arte e intelligenze artificiali è al centro della Biennale di Venezia

Dall’Italia al Kazakistan, passando per la Francia, quest’anno i padiglioni esplorano le centinaia di declinazioni con cui le nuove tecnologie possono esperire l’umano. Tra tabù sfatati, onirici viaggi nel tempo realizzati attraverso la pittura e contenuti multimediali di ogni tipo

courtesy of La Biennale di Venezia, photo by Marco Zorzanello

Il sentimento di estraneità raccontato alla Biennale di Venezia nelle mille possibili declinazioni del suo titolo Stranieri ovunque, ha a che fare con la contemporaneità di un mondo global-localizzato. Perché questo mondo conserva tradizioni ancestrali, tabù antichi e attuali, pregiudizi mai superati, che vanno ad alimentare un senso identitario che sia nazionale, legato cioè ai confini di un territorio geografico, culturale, oppure fisico, di un corpo cioè non necessariamente rispondente all’identità sessuale o di genere. La dimensione diasporica o di esilio attraversa tutti i continenti del globo terraqueo in un senso di appartenenza e di estraneità inscindibili per i cittadini, migranti o stanziali, appartenenti (volenti o nolenti) alla globalizzazione.

La narrazione di questo sentire rispecchia la dicotomia irrisolvibile tra locale e globale in una rassegna ricchissima di opere realizzate con media “classici” come la pittura, la scultura, tecniche artigianali di tessitura e di cucito insieme a video e all’intelligenza artificiale. Così Elyla, artista del Nicaragua, per la prima volta a Venezia e visibile alle Corderie dell’Arsenale, racconta delle tradizioni popolari del suo paese in un video che rompe i vincoli di potere che rappresenta. Torita-encuetada è una video performance dedicata alla liberazione dal giogo coloniale attraverso un rituale del fuoco che richiama un’antica pratica nicaraguense, quella del toro encuetado. La danza rituale suggerisce un ritorno a pratiche di rispetto della terra e alla decolonizzazione dell’identità sessuale e di genere in Mesoamerica: una sfida alle norme sociali in cui l’utopia queer, o meglio cochón, diventa una pratica rivoluzionaria del presente.

Torita-encuetada, photo by Marco Zorzanello, courtesy of La Biennale di Venezia

Con il regista nicaraguense Milton Guillén e le musiche di Susy Shock e Luigi Bridges, il rituale filmato conduce all’incontro di corpo-divinità ancestrali della regione del Pacifico del Nicaragua, invitando gli spettatori ad assistere alle intersezioni tra cultura, prassi artistica anticoloniale e sacro. I tabù di una tradizione imposta e colonizzatrice si infrangono in una nuova pratica che affonda le radici in un pensiero antico, distante dalla politica di genere.

Julien Creuzet è l’artista scelto dalla Francia per il suo padiglione, ai Giardini. Parigino, classe 1986, racconta le sue origini in un viaggio nella Martinica della sua infanzia. E tratteggia così il volto dello stato francese, che si interroga sulla propria identità, a caccia di una ridefinizione di sé. Il titolo è una poesia: «Attila cataracte ta source/aux pieds des pitons verts/finira dans la grande mer/gouffre bleu/nous nous noy.mes/dans les larmes marées de la lune» che in italiano suona più o meno così: Attila distrugge la tua fonte/ai piedi delle verdi cime/finirà nel grande mare/abisso blu/anneghiamo/nelle lacrime delle maree lunari.

Pavillon France, phoyo by Marco Zorzanello, courtesy of La biennale di Venezia

E forse ci anneghiamo anche noi, una volta entrati nel padiglione che è un omaggio anche a Édouard Glissant (artista della Martinica cui ora i famigliari hanno dedicato una residenza d’artista). Perché la guida di questa immersione in una Martinica distante, è una tarantola endemica dell’isola, il matoutou falaise, dai poteri magici e taumaturgici: cura e nutre e quando appare è come un dono. Per vederla occorre sentire un legame profondo con l’ambiente circostante, è simbolo di ciò che è dato ma che si disvela solo raramente. O forse solo nell’arte e in un modo di vivere ancora da codificare e sperimentare, fatto di una comprensione poetica del mondo e delle diverse ecologie della vita. In forma di scultura e di video, ma anche di voci: sono settanta quelle degli artisti che abbracciano vocalmente l’edificio e i paesaggi ultramarini e ultraterrestri dell’universo Creuzet.

Come ha detto l’artista in un’intervista, visitare questa mostra significa lasciarsi trasportare da una storia. E trovare le proprie chiavi per decodificarla. Qualcosa del genere accade anche al Padiglione Italia, certamente molto diverso dal lavoro di Creuzet. Ma Massimo Bartolini mette in scena un’architettura sonora in forma di poesia. Ed è proprio la poesia l’arma più potente di questa storia, altamente politica quanto delicata, primordiale e contemporanea, istintiva, raffinata, progettuale, inclusiva ed escludente.

photo by Andrea Avezzù, Courtesy of La Biennale di Venezia, padiglione ITALIA

Con un segreto: se si riesce a concentrarsi su di sé, in una pratica spirituale profonda, allora ci si connetterà anche alla moltitudine. Il viatico è la musica, che fa risuonare i tubi innocenti come fossero le canne di un organo “da cantiere”, nell’edificazione in corso di un tempo altro. Aleksandr Scriabin detta i toni dell’immaginazione determinando i colori della prima sala – viola e verde – scelti secondo la sua teoria delle tonalità della musica per cui questi colori rappresenterebbero il suono del la e del la bemolle che fuoriescono da un’enorme canna d’organo posizionata sul pavimento, in compagnia di una statua del Bodhisattva, l’illuminato che sceglie di tornare tra gli uomini per indicare loro la via. Si raggiunge quindi un reticolo di tubi con fontana e carillon per immergersi nei suoni che si trasformano in un mantra dinamico: siamo catturati e ipnotizzati, presi in trappola dalla rete di un ragno musicale, che ci coccola anche un po’.

E il giardino completa il percorso con l’idea che sarà il camminare di ognuno a dare una forma all’opera, mai definitiva, però. Questo castello contemporaneo o forse foresta urbanizzata sonora ci trattiene in uno stato di sospensione, come a prendere tempo… dal tempo che viviamo. Dunque viene da chiedersi che cosa sia il tempo nelle stralunate visioni di Pierre Huyghe che gioca con l’intelligenza artificiale e sensori altamente tecnologici e intelligenti, cioè capaci di apprendimento, per portarci in un non luogo (nella realtà il deserto cileno dell’Atacama) in compagnia di una donna senza volto. Nuda, in una luce crepuscolare, ci tiene sospesi in uno spazio-tempo ignoto, ma continuamente in evoluzione, per poi approdare in un bar nella periferia di Fukushima dove una scimmia indossa una maschera da ragazza e si muove in maniera codificata negli spazi del locale, ancora una volta senza tempo.

Pierre Huyghe, Liminal, 2024 -ongoingCourtesy the artist and Galerie Chantal Crousel, MarianGoodman Gallery, Hauser &Wirth, Esther Schipper, and TARO NASU © Pierre Huyghe, by SIAE 2023

Lo stesso accade in un rituale in pieno giorno dove uno scheletro umano viene analizzato da macchine animate, che mettono in scena un rituale (forse) funebre. Sono le macchine a fare, in un possibile accenno poetico di un futuro o forse di un presente vagamente previsto, certamente non ancora vissuto. La personale dedicata all’artista francese a Punta della Dogana comprende poi anche i suoi acquari, scatole in vetro sensibile che ingannano la percezione umana, anzi no: la rendono fallace, nel tempo della percezione. Dunque, cos’è il tempo? L’intelligenza artificiale ne infrange le certezze, creando mondi esperibili ma irreali, in un tempo reale. Infine, il padiglione del Kazakistan (al Museo Storico Navale) sorprende per la sua narrazione tra tradizione e visioni avveniristiche. Il titolo dice già molto: Jerūiyq: Journey Beyond the Horizon.

Mette insieme antiche tradizioni e quel «Jerūiyq», terra promessa, ricercata e pensata dal filosofo Asan Kaigy per il benessere delle popolazioni nomadi, afflitte da fame e malattie. Un’utopia triste al tempo presente per via dell’impoverimento del mare di Aral e per gli esperimenti nucleari che hanno massacrato le steppe kazake, insieme all’incontro con quella modernità globalizzata che si è imposta anche sulle rotte del popolo nomade. Il crash qui è totale, tra tende yurta e vecchi computer, dipinti di un mondo immaginifico e onirico e sculture aeree in metallo che parlano di rinascita.

photo by Andrea Avezzù, Pavilion of KAZAKHSTAN, Courtesy of La Biennale di Venezia

O meglio del superamento di un groviglio di ideologie che ha intrappolato il paese nel tempo, ammiccando a un futuro possibile, mentre si resta immersi in una proposta di suoni avvolgenti ed evocativi. Fino all’opera degli artisti Lena Pozdnyakova e Eldar Taghi: un lavoro digitale e analogico insieme che mixa la tradizione vocale kàzàka a suoni della natura per mettere in crisi la visione antropocentrica in una partitura che armonizza reale e sintetico, ma anche passato e presente. I tabù sono infranti? E quell’essere stranieri dell’esposizione internazionale, quale estraneità racconta davvero?

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