Zero zero zero in condottaLa Buchmesseide di Saviano e il mesto mezzaseghismo della nostra classe dirigente

La destra balorda fa la solita figuraccia non invitando alla fiera del libro di Francoforte lo scrittore italiano più famoso, mentre la sinistra pensa di risolvere quel casino che c’è più in basso a destra sul mappamondo con il meme «All eyes on Rafah»

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Non è che io ogni giorno posso scrivere della mezzasegaggine delle classi dirigenti, abbiate pazienza. Mi vengo a noia. Vi giuro che cerco di smettere di scriverne, ma purtroppo chi ha ruoli di responsabilità in questo secolo proprio non riesce a smettere d’essere mezza sega.

C’è dunque solo da scegliere tra mezzaseghismo allegro e quello mesto. Se oggi mi avessero lasciata in pace, mi sarei occupata dell’inadeguatezza di Vincenzo De Luca, che non si fa trovare con la risposta pronta quando Giorgia Meloni decide di bullizzarlo con il «quella stronza della Meloni». O di quella di chi pensa di risolvere i problemi del mondo coi post su Instagram.

Invece vengo dirottata sul mezzaseghismo mesto da questi geni del purissimo presente al governo, che fanno una delegazione di cento scrittori per la Buchmesse, la fiera del libro di Francoforte, un posto infernale in cui nessuno vuole andare ma poi se non t’invitano è dramma (tipo le feste di Capodanno), e chi è che non invitano, indovina indovinello?

Di due scrittori viventi noti all’estero dispone l’Italia, non è che ci sia tanto da scialare. Sono due, e una non la puoi invitare perché è uno pseudonimo e non ha alcuna intenzione di sottoporsi all’inferno che è essere gente famosa. Esclusa Elena Ferrante, chi ti resta di tradotto in tutto il mondo? Roberto Saviano. E tu che fai? Non lo inviti.

Il mondo delle classi dirigenti mezzaseghiste è un gigantesco ginnasio, e loro non sono mai mai mai quella abbastanza sicura di sé da invitare al suo compleanno la più carina della classe, quella che attirerà l’attenzione, quella che potrebbe metterle in ombra. Loro sono la ginnasiale insicura che si circonda di amiche cesse per risaltare.

Devo dirle, caro Mauro Mazza, che segnale di mezzaseghismo sia questo? Non è necessario, perché gliel’hanno già detto tutti, e quindi ricopierò uno dei tweet (o come si chiamano ora) di Paolo Giordano: «Credo che Roberto sia l’unico di noi ad aver parlato all’Accademia di Svezia. Come si può anche solo pensare di non invitarlo in una delegazione italiana? Quanta miopia serve anche solo strategica?».

Mazza – preposto a decidere chi invitare e chi no – ha così formulato la scelta d’invitare le compagne di classe meno popolari: «Dare voce a chi finora non l’ha avuta». Oddio, quindi Mauro Mazza s’incarica di scoprire nuovi autori? Cos’è, il Severino Cesari che la destra si può permettere? Ma poi tra i cento autori inclusi nella delegazione c’è gente da fantastiliardi di copie come Erin Doom: non mi pare abbiano scelto la nicchia, ecco.

Sandro Veronesi ha definito le ragioni addotte da Mazza «balorde e ridicole», e quindi mi tocca essere un po’ grata a Mazza, l’operato del quale ha dato occasione a Veronesi di ricordarmi che parola splendida sia «balordo», e che parola necessaria in questo secolo in cui magari fossero fascisti, magari fossero malvagi, magari fossero grandiosamente strategici: sono balordi.

Vi vedo che scuotete la testa e dite no no sono proprio fascisti, ma pensateci. Il loggionista della Scala affrontato come un pericoloso terrorista in smoking. La polizia alle quattro di notte per notificare non so bene cosa, forse una querela per schiamazzi. Il monologo potenzialmente irrilevante reso, impedendogli d’andare in televisione, il testo più familiare a chiunque avesse un telefono. Lo scrittore più famoso d’Italia escluso dalla delegazione italiana alla Buchmesse l’anno in cui l’Italia è paese ospite.

Sono tutte uscite così goffe, così balorde, così mal congegnate che c’è una sola spiegazione razionale, ed è che sia un grande piano, efficientissimo, per permettere alla sinistra una propaganda in cui dire vedete, la destra ci vessa, ci opprime, ci discrimina, ci esclude. Solo che questa non può essere la spiegazione, e non solo perché il reale e il razionale ormai praticamente mai coincidono. Il guaio è che sarebbe necessario, per aver organizzato il tutto da sinistra, che la sinistra fosse capace di fare il suo lavoro, invece che mezzasega quanto la destra.

E invece, mentre la destra s’incarta nelle proprie balordaggini, la sinistra pensa di risolvere quel casino che c’è più in basso a destra sul mappamondo instagrammando il meme «All eyes on Rafah». Sono gli stessi che nel 2020 pensavano di risolvere la violenza razziale negli Stati Uniti postando il quadrato nero, e l’anno scorso di salvare le iraniane tagliandosi le doppie punte davanti alla telecamera del telefono. Siamo noi, siamo in tanti, invece di nasconderci di notte mettiamo cuoricini alle buone cause, per paura della disapprovazione social, degli automobilisti, dei linotipisti.

«Ci eravamo perfino spinti a scrivere, alcuni di noi, che era molto brutto che Israele e Palestina fossero in guerra da così tanto tempo, e che bisognava trovare una soluzione; non avevamo idea quale, ma nessuno ne aveva idea, quindi il proposito era sufficiente; e poi pensavamo, scrivevamo, che in tutti i luoghi del mondo ci sarebbe stato bisogno di pace e non di guerre. Scrivevamo che bisognava dare lavoro ai disoccupati, che la cultura era importante, e un sacco di altre cose che sono tutte lì, a testimoniare il mio (nostro) senso civile. Non era compito nostro trovare soluzioni, però era compito nostro tenere desta l’indignazione». Lo scrive, undici anni fa, Francesco Piccolo nel “Desiderio di essere come tutti”, a proposito d’un’epoca che in confronto sembra Bloomsbury, nella quale le banalità venivano scritte negli editoriali invece che ridotte a meme.

Ieri, Piccolo ha scritto su Repubblica che non andrà neanche lui a Francoforte, premettendo che «Non mi piace prendere posizioni pubbliche, ancorché virtuose, me ne vergogno» (non ha rinnegato il sé stesso del 2013).

Però, dice, io rispetto i governi eletti ma loro devono rispettare la letteratura. Dice che “Gomorra” esisteva da prima di questo governo; non dice, per eccesso di modestia, «e comunque io ho vinto lo Strega e sono uno dei più importanti scrittori italiani: non mi pare stiate dando voce a chi finora non l’ha avuta, invitandomi».

Mi piacerebbe pensare che le rinunce annunciate solo ieri mattina – Piccolo, Veronesi, Giordano; e, mentre scrivo questo articolo ed è primo pomeriggio, c’è un’aria da “Dieci piccoli indiani”, e chissà se della delegazione selezionata da Mazza poi non rimarrà nessuno – fossero escamotage furbi di gente che si sfila dall’infernale gita fuori porta alla fiera crucca del libro. Ma, poiché non esiste mezzasegaggine senza ridicolaggine, alla fine ci saranno tutti, più o meno.

Saviano sarà lì invitato dal suo editore tedesco, Scurati che già da mesi aveva declinato l’invito della delegazione ufficiale sarà comunque alla fiera, Veronesi dice alla Stampa che «se si renderà necessario per il mio lavoro andrò a Francoforte privatamente». Insomma, tanta balordaggine per nulla.

E anzi, molta più pubblicità per Saviano che in quei giorni, non ci vuole un genio del giornalismo culturale per prevederlo, verrà intervistato assai più della delegazione ufficiale (dei piccoli indiani sopravvissuti), in quanto outsider, escluso dal governo, cane sciolto e tutte quelle altre banalità retoriche che tanto piacciono alla narrazione per menti semplici. La Meloni, che per sé ha scelto la figura dell’underdog, queste cose dovrebbe saperle. Si sarà dimenticata di spiegarle a Mazza.

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