Non è una kermesseL’Europa al voto tra guerra, crisi e la lezione della Storia

I candidati al Parlamento dell’Unione dovrebbero dire basta all propaganda elettorale e portare avanti i valori democratici necessari a creare un’identità transnazionale comune

AP/LaPresse

Mentre l’Europa è in piena crisi adolescenziale – in preda a dissidi interni e conflitti di crescita, alla ricerca della propria identità futura – l’Italia si prepara a dare il suo contributo alle prossime elezioni mostrando, senza pudore, di cosa è capace la politica nostrana. Quando si dice «il pesce puzza dalla testa». Ed ecco che schierare in campo i leader dei principali partiti italiani – in capo tra tutti la nostra premier – da destra a sinistra, passando per il centro, si prospetta una kermesse da prima serata, non tanto edificante per la dignità delle istituzioni democratiche, ma sicuramente molto rappresentativa del sentiment dominante e di quanto la politica abbia sempre meno a che fare direttamente con idee e progetti, e sia invece sempre più questione di popolarità, imboniture e di fanclub più o meno consapevoli.

Il teatro dell’assurdo, che la realtà di questi tempi mette in scena, arriva al parossismo con l’annuncio, più o meno esplicito, che alla fine molti dei più papabili vincitori della kermesse, decisi a metterci la faccia in uno slancio di italico altruismo, rinunceranno di buon grado allo scettro e alla poltrona, cedendo il passo alle comparse più meritevoli delle preferenze del pubblico elettore, ma comunque non ritenute sufficientemente in grado di guidare da sole le liste verso la vittoria. L’obiettivo di queste prestigiose candidature – tranne che per il leader di Italia Viva, che ha annunciato chiaramente che si dimetterà dal Senato – non è quindi quello di sedere nel futuro Parlamento ma solo quello di scalzare l’avversario in un confronto di popolarità. Ed evidentemente anche le idee e i progetti da soli non bastano: ci vuole un testimonial efficace per rendere credibile il messaggio, perché se c’è una cosa chiara a tutti è che nessuno crede più nella capacità dei partiti di rappresentare idee e progetti, nemmeno i loro stessi leader.

E via allora con le più sofisticate strategie di comunicazione dei populisti imbonitori, dall’inossidabile proclama di aver a cuore «la pace nel mondo», al più sottile invito colloquiale a farsi chiamare solo per nome come si fa con un compagno di classe, fino ai manifesti con le foto del caro estinto ad evocare l’endorsement eterno. In questo circo mediatizzato, dove ormai tutto può accadere senza che susciti troppa meraviglia, i romantici delle idee, dei progetti e della tensione politica si guardano in giro spaesati, alla ricerca di quella dialettica dell’umano che ridia senso e dignità all’esercizio del proprio diritto politico.

Ma per sfortuna o, molto più probabilmente, per ciclico ricorso storico, l’attualità del mondo ci consegna ineludibilmente – e malgrado le innumerevoli armi di distrazione di massa che continuamente bombardano il senso comune – un unico grande argomento a cui ancorare la scelta che andremo a fare l’8 e il 9 di giugno: in Europa c’è di nuovo la guerra. E noi siamo europei, che questa realtà ci convinca o meno.

Pertanto, se crediamo che l’Europa non sia solo un continente, ma l’insieme di Stati che condividono una storia comune di evoluzione e progresso, che il tempo ha visto incontrarsi e scontrarsi fino al punto in cui hanno maturato la convinzione, giusta, che l’Europa unita è più forte e con lei lo sono i singoli Stati che ne fanno parte, se crediamo che gli Stati Uniti d’Europa non sia solo uno slogan elettorale, ma un principio ispiratore a cui tendere nelle scelte future che si compiranno in uno scenario internazionale sempre più incerto e precario, in un mondo un cui i valori occidentali appaiono messi fortemente in crisi dalle ambizioni espansionistiche di regimi ed economie autoritari e illiberali; allora oggi più che mai dobbiamo affermare che l’Europa deve essere ancora più unita e più forte, per assumere un ruolo centrale nello scenario geopolitico mondiale, e in particolare nel Mediterraneo. Dobbiamo pretendere da chiunque siederà ai banchi del futuro Parlamento europeo l’impegno a perseguire questa grande ambizione, che vuol dire avere chiari alcuni obiettivi e priorità.

In primis l’Unione europea ha bisogno di una politica estera e di una difesa comuni: la guerra alle porte dell’Europa e in Medio Oriente dimostrano che non possono esserci stabilità politica ed economica senza la forza e il potere di tutelare in maniera decisa non solo i valori democratici su cui si fonda l’Unione Europea, ma tutto quello che è stato costruito nel nostro continente da questa comunità politica ed economica in termini di sviluppo, cooperazione e pacifica convivenza tra gli Stati che ne fanno parte.

Ancora una volta, è la storia a tenere il discorso, insegnandoci che la pace si mantiene di certo con la cooperazione, ma anche grazie alla forza potenziale che si è in grado di esercitare all’occorrenza. E un esercito comune, con un ordinamento unitario e sovrannazionale, ne è presupposto imprescindibile. Oggi i Paesi dell’Unione si atteggiano in maniera più o meno esplicita e decisa nei confronti dell’invasione Russa in Ucraina, il che rende le loro singole posizioni – seppure prevalentemente tutte schierate dalla parte di Kyjiv, ma con gradi di coinvolgimento differenti – poco efficaci, proprio perché non unitarie e compatte.

L’invasione russa cela una chiara volontà di attaccare i processi democratici dell’Occidente, prefigurando l’ipotesi molto concreta che l’invasione dell’Ucraina sia solo una tappa della strategia espansionistica e delle mire antioccidentali della Russia di Putin. Quindi c’è una sola priorità per i cittadini che l’8 e il 9 giugno andranno a votare per rinnovare il Parlamento Europeo, ed è quella di scegliere dei rappresentanti che abbiano chiaro il valore della difesa ucraina, che in ultima istanza è difesa del continente intero, e dell’Italia stessa. La scelta che siamo chiamati a fare alle prossime elezioni europee non è una semplice scelta di campo tra destra e sinistra, tra candidati più o meno popolari ed empatici, ma tra chi, candidandosi con questo o quel partito, ritiene e dichiara apertamente che Putin è un criminale di guerra, e chi invece, meno esplicitamente, ne avvalla l’agire anche solo non condannandolo.

Affinché l’Europa possa essere più forte è necessario poi che sia più forte anche il suo Parlamento, ossia che abbia potestà legislativa, e soprattutto la capacità di prendere decisioni su temi cruciali in modo tempestivo. Questo sarà possibile solo attraverso l’abolizione del voto all’unanimità, che il più delle volte paralizza le determinazioni su scelte delicate ed urgenti, come appunto le questioni di politica estera. E affinché sia più unita è essenziale che i suoi cittadini si sentano finalmente parte di un unico grande Stato sovrannazionale. Così come i cittadini degli Stati Uniti si definiscono e si sentono prima americani, anche i cittadini italiani, francesi, e tedeschi devono sentirsi prima europei. Ogni comunità, grande o piccola che sia, ha tra i suoi presupposti fondanti il senso di appartenenza e un principio di identità che di per sé dà forza al suo essere, e che si sostanzia di diritti e doveri. Maggiori sono i diritti – sociali, civili, politici ed economici – che i membri di un gruppo sociale condividono, minori sono le differenze e le disuguaglianze tra loro, più forte sarà l’identità comune. Per questo per rafforzare l’Unione è necessario rafforzare la cittadinanza europea.

Chi in questa campagna elettorale farà valere questi argomenti a corollario di un’Europa più unita e più forte non ha, evidentemente, necessità di altre strategie, perché ha già la storia dalla sua parte, basterà solo raccontarla oltre ogni subdola propaganda, evitando di cadere nel tranello di inseguire l’avversario sul suo terreno di gioco. Chi ha un progetto politico e la ragione delle idee dalla sua parte non ha necessità di altre narrazioni.

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