TamponareIl dibattito scientifico attorno all’uso dei geotessili per proteggere i ghiacciai

Al di là della loro efficacia su superfici ristrette, è fondamentale realizzare questi enormi teli senza ricorrere al poliestere. Un progetto presentato alle Nazioni unite si è proposto di utilizzare un materiale biodegradabile e riciclabile, ottenuto a partire dal legname, che dopo il suo lavoro in alta quota viene destinato all’industria dell’abbigliamento

AP Photo/LaPresse (ph. Matthias Schrader)

Il ritmo di fusione dei ghiacciai aumenta costantemente, sovvertendo le previsioni del passato. A confermarlo è uno studio pubblicato sulla rivista Nature e frutto di un progetto dell’ICEMASS finanziato dall’Unione europea, che ha incrociato i dati satellitari storici della Nasa con nuovi metodi statistici per costruire topografie 3D, riuscendo così a creare un modello di valutazione molto accurato e completo degli oltre 217 mila ghiacciai mondiali attualmente catalogati. Ebbene: dal 2000 al 2019 sono stati persi circa 267 miliardi di tonnellate di ghiaccio l’anno, ovvero una quantità di crosta ghiacciata grande due volte la superficie antartica. 

Si tratta di una massa che, fondendosi, raggiunge gli oceani andando così a peggiorare la situazione dell’innalzamento del livello dei mari. Un possibile modo per tamponare questa erosione galoppante è l’utilizzo dei geotessili, ossia strutture di tessuto permeabili che, ancorate al terreno, hanno la capacità di filtrare, rinforzare, proteggere, drenare ma anche di riflettere la luce (se bianchi). Applicare dei geotessili bianchi sui ghiacciai riesce a garantire una maggiore riflessione della luce solare, andando così a contrastare la fusione della massa ghiacciata. 

La comunità scientifica, però, è ancora spaccata su questa pratica perché, se da un punto di vista puramente fisico coprire il ghiaccio con teli bianchi indubbiamente rallenta la fusione della porzione coperta, dall’altra parte contribuisce ad alimentare il problema quando i geotessili sono composti da fibre sintetiche, quindi da poliestere. Questi teloni, infatti, rilasciano grandi quantità di fibre plastiche e ostacolano i normali processi ecosistemici, come l’assorbimento di CO2. Per questo, trentanove scienziate e scienziati che si occupano di glaciologia e di cambiamenti climatici hanno firmato una lettera aperta pubblicata sul World glacier monitoring service per mettere in guardia sui rischi connessi a questa pratica.

L’utilizzo di geotessili tuttavia è sostenuto dalle comunità montane anche per proteggerne l’economia, essendo destinato soprattutto ai ghiacciai frequentati dagli sciatori. Fermo restando che l’utilizzo di questi teli è una strategia difficile da applicare su larga scala – l’efficacia si nota solo su porzioni contenute – realizzarli con un materiale alternativo al poliestere è sicuramente un compromesso che segna un passo avanti. A tal proposito, recentemente è stato presentato, presso la sede delle Nazioni unite, il progetto Glacial threads: from forest to future textile, organizzato dal Gruppo Lenzing, una società che produce fibre cellulosiche e biodegradabili ottenute a partire dal legno. 

L’idea che sta alla base del progetto è quella di produrre geotessili cellulosici biodegradabili, che favoriscano la conservazione e la difesa dei ghiacciai dall’abbassamento delle temperature; al tempo stesso si evitano gli effetti collaterali connessi al rilascio delle microplastiche. I geotessili realizzati a partire dal legname, che in questo caso proviene da foreste gestite in modo sostenibile, sono completamente biodegradabili e riciclabili e, una volta terminato il loro utilizzo – generalmente il periodo massimo di efficacia è di due anni – vengono reinseriti nel ciclo tessile come materia prima per essere riciclati e rigenerati e comporre fibre tessili destinate all’industria dell’abbigliamento. 

La presentazione del progetto alle Nazioni unite è arrivata dopo una fase di test di questi geotessili in fibra di legno iniziata nel 2022 nel ghiacciaio austriaco dello Stubai dove, è stato provato, l’applicazione dei geotessili biodegradabili in questione è riuscita a salvare più di quattro metri di massa di ghiaccio durante una delle estati più calde degli ultimi decenni. 

Per rendere visivamente tutto ciò è stata coinvolta, per la definizione del logo, Cittadellarte – Fondazione Pistoletto, che ha assunto come immagine del progetto Glacial threads: from forest to future textiles il Terzo Paradiso, iconica creazione di Michelangelo Pistoletto. L’opera in questione, Terzo Paradiso, già presente a Ginevra con la scultura Rebirth, realizzata nel 2015 per il settantesimo anniversario dell’Onu, è una specie di simbolo di infinito composto da tre cerchi e simboleggia l’unione tra il primo e il secondo paradiso. 

Nella visione di Pistoletto il primo paradiso è popolato da esseri umani che vivono in totale armonia e commistione con la natura, il secondo invece è il paradiso artificiale, quello creato dall’intelligenza umana e raggiunto grazie alla tecnologia, che ha prodotto non solo prodotti e comodità artificiali, ma anche bisogni artificiali. La connessione equilibrata tra l’artificio e la natura rappresenta il raggiungimento per l’artista del Terzo Paradiso e, in questo senso, il logo è azzeccato per raccontare un prodotto artificiale il cui scopo è quello di salvaguardare un ambiente naturale. Non solo: i tre cerchi rappresentano i cicli del processo: la produzione, l’uso e il riciclo. 

Il simbolo del terzo paradiso, già presente a Ginevra con la scultura Rebirth, realizzata da Pistoletto nel 2015 per il settantesimo anniversario dell’Onu come segno di un nuovo inizio, è il simbolo della rinascita che incarna lo scopo e la missione delle Nazioni unite: la ricerca di equilibrio tra tutte le idee divergenti, la creazione di un nuovo mondo di armonia attraverso il dialogo tra gli opposti, l’ispirazione a governare e fare politica secondo la promozione di uno sviluppo inclusivo e sostenibile. 

Rebirth, posizionata di fronte al Palazzo delle Nazioni unite, sottolinea la natura collettiva degli sforzi necessari a contenere gli effetti del cambiamento climatico, che richiedono la partecipazione di tutti i centonovantatré Paesi, rappresentati dal medesimo numero di pietre che compongono la scultura. «Questo è il simbolo della creazione, che è fatto di tre cerchi. I due cerchi opposti rappresentano le differenze e tutti i diversi elementi. Poi si combinano al centro e creano qualcosa che prima non esisteva», ha chiarito Michelangelo Pistoletto. «La natura, il ghiacciaio e la moda. Dalle foreste, che sono natura, creiamo il tessuto per ricoprire il ghiacciaio per preservarlo e, dopo, usiamo lo stesso materiale per produrre altro tessuto, che servirà per alimentare l’industria della moda». 

Realizzare geotessili evitando l’utilizzo di materiale plastiche è certamente una buona cosa, ma occorre essere consapevoli che stiamo parlando di una soluzione che può tamponare un problema, non risolverlo parzialmente o completamente. In primo luogo, come anticipavamo, perché l’adozione dei geotessili non è percorribile su larga scala, e poi perché la loro stessa applicazione implica l’impiego di risorse potenzialmente impattanti sul clima e l’ambiente, come i combustibili necessari per muovere i gatti delle nevi. Per salvare i ghiacciai servono azioni concrete volte a stabilizzare il clima del Pianeta e mantenere l’innalzamento delle temperature entro i due gradi centigradi rispetto al periodo preindustriale, altrimenti non ci sarà nessun geotessile che tenga. 

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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