Queridos patriotasLa nuova destra mondiale di Giorgia e Marine ha poche idee e tanti nemici

I sovranisti radunati a Madrid tuonano contro socialisti e popolari, ma non esprimono una linea comune su geopolitica, difesa, Putin, energia, tecnologia e transizione verde

Roberto Monaldo / LaPresse

C’era la nuova destra mondiale ieri a Madrid adunata da Santiago Abascal. C’erano trumpiani arrivati da Oltreoceano, che non vedono l’ora di terminare il lavoro iniziato dal capo golpista e ossigenato. C’era il “sobrio” presidente argentino Javier Milei: dopo aver cantato, ha attaccato i socialisti «cancerogeni e assassini», esaltato il capitalismo senza regole, bocciato la giustizia sociale  («è sempre un furto»), insultato il premier spagnolo Pedro Sánchez e la «sua moglie corrotta». Poi si è aperta la discussione elettorale dei Conservatori e il colpo di scena è stata Marine Le Pen che dovrebbe essere impegnata anima e corpo a portare voti al suo Rassemblement national e alle liste di Identità e Democrazia, in competizione teoricamente con i Conservatori stessi. E invece l’ospite francese (assente Matteo Salvini) è stata accolta come una di loro e lei ha parlato come una della stessa famiglia politica che di fatto si è formata sul palco di Vox. È la novità di questa tornata elettorale alla quale Giorgia Meloni è la protagonista federatrice di un blocco unico della destra di cui fa parte anche Viktor Orbán.

I nemici li ha indicati la stessa premier collegata da Roma con l’arena Vistalegre e salutata con un boato dai «queridos patriotas». Sono i socialisti e liberali della maggioranza Ursula che devono finire all’opposizione per fare largo a una coalizione di centrodestra dentro la quale fare prigionieri i Popolari. Un delirio. Non una parola su Ursula von der Leyen, nessuna visione comune su come affrontare la Russia e combattere in Ucraina, temi che tagliano nettamente questo blocco della destra. Non c’è una strategia comune sull’immigrazione perché questi gruppi politici che pensano di governare l’Europa vogliono chiudersi ermeticamente.

Vogliono distruggere il Green Deal perché ha spalancato l’elettrico ai cinesi. Sul banco degli imputati, anche su questo, sempre socialisti, in particolare Franz Timmermans come se il Ppe fosse passato da Bruxelles fischiettando. Ma loro, l’accozzaglia di destre nazionaliste, xenofobe, putiniane ma anche anti-putiniani come i polacchi del PiS, si spacciano per i veri difensori dell’Europa mentre gli altri la distruggono. «Ci sono punti in comune. Meloni e Salvini hanno a cuore la libertà. Non c’è dubbio che ci siano delle convergenze per la libertà dei popoli che vivono in Europa», ha detto la presidente del Rassemblement national.

Peccato che a Madrid non c’era pure il leader leghista impegnato in Italia in una durissima competizione con Fratelli d’Italia e Forza Italia, a braccetto con il generale Vannacci. Ma i patrioti marciano divisi per colpire uniti e conquistare Bruxelles, per difendere la famiglia tradizionale che deve tornare a fare figli, evitando la sostituzione etnica.

Poi, il 10 giugno si sveglieranno dal sogno elettorale e si troveranno divisi come e più di prima, a guardare in cagnesco, dai rispettivi Paesi, i conti pubblici degli altri, a cominciare dai patriotti nordici che non vedono l’ora di tirare fuori il cartellino rosso in faccia all’Italia con su scritto i parametri del nuovo Patto di stabilità. Usciranno dalla paccottiglia propagandistica e si accorgeranno che una parte di loro dovrà seguire Meloni nell’abbraccio, che oggi definiscono innaturale, non solo con i Popolari ma con gli odiati macroniani e socialisti.

Ovviamente tutto dipenderà dalla sorpresa che verrà fuori dalle urne. I sondaggi non danno per fortuna un grande vantaggio al blocco unico della destra destinato a franare un minuto dopo il voto perché gli interessi delle singole Nazioni (Italia in testa) vanno ben oltre. Per il momento c’è questa deriva di Meloni che accetta la liaison con Le Pen, immaginando che due donne a capo di due partiti con le migliori performance elettorali, possano dare le carte a Bruxelles e a Strasburgo. E rianimare quell’Europa che la premier italiana ha definito stanca, debole, viziata, in declino. E vuole rianimarla con chi ha nel suo dna la volontà di schiantarla ancora un po’, che parla di sovranismo nazionale e non di sovranismo europeo nella tecnologia, nella difesa, nella geopolitica, nell’energia.

Se la destra o anche una sua parte di essa, con Meloni-Le Pen come perno, dovesse avere la meglio e fare prigioniero il Ppe, sarebbe la fine di quel poco di senso comune europeo che ancora rimane. Ci tocca andare a votare e sperare che la deriva della leader di Fratelli d’Italia sia un bluff, pronta ad altre metamorfosi.

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