Sopravvissuta al QatargateNon c’è Pace senza Giustizia compie trent’anni e guarda al futuro

L’indagine della magistratura belga finita pressoché nel nulla è servita soprattutto a infangare la reputazione di molte organizzazioni per i diritti umani. Quella nata dall’idea di Emma Bonino e Marco Pannella continua però a portare avanti la stessa lotta che nel 1994 spinse alla sua fondazione

Roberto Monaldo/LaPresse

Quando il 9 dicembre del 2022 scoppiò il cosiddetto Qatargate tra gli arrestati, accusati di fare parte della rete di Antonio Panzeri e di essere o spalloni o usufruttuari delle valige piene di contanti trovate all’ex eurodeputato del Partito democratico, spuntò anche il nome di Niccolò Figà Talamanca, segretario generale di “Non c’è Pace senza Giustizia” (No Peace Without Justice, Npwj), la Ong fondata da Marco Pannella e Emma Bonino nel 1994.

Personaggio sconosciuto al grande pubblico, ma noto e apprezzato tra gli addetti ai lavori come studioso e attivista della causa dei diritti umani e della giustizia internazionale e organizzatore di campagne politiche e di advocacy sui temi più disparati, Niccolo Figà Talamanca venne tenuto in carcere due mesi, poi interrogato e scarcerato senza condizioni. Non aveva confessato e per lui, come per altri nomi finiti in quell’inchiesta, non c’era alcuna prova, né alcun indizio di coinvolgimento in attività illecite, ma solo una nota contiguità in attività lecite con Fight Impunity, la Ong di Panzeri. Tanto bastava.

La Mani Pulite bruxellese, che avrebbe dovuto moralizzare l’Unione europea e che ha fruttato una cagnara pazzesca di sputtanamenti alla rinfusa, è finita praticamente nel nulla. Panzeri ha patteggiato un anno di pena, per tutti gli altri il procedimento si è fermato. Il giudice istruttore Michel Claise ha dovuto lasciare l’indagine quando si è scoperto che suo figlio era in affari con il figlio di un’eurodeputata vicina a Panzeri, Maria Arena (mai indagata), poi ha lasciato la magistratura e si è candidato per il parlamento federale belga (Antonio Di Pietro dev’essere proprio il suo modello), mentre la Corte d’appello di Bruxelles apriva un’inchiesta sull’inchiesta, per le violazioni di diritto commesse nella pesca a strascico di indiziati e di prove.

Anche dopo la scarcerazione di Figà Talamanca e la sua sostanziale uscita dall’inchiesta (per la ratifica formale, campa cavallo), pochi avrebbero scommesso sulla possibilità di rimettere in piedi e far proseguire le attività di Npwj, anche considerando che il sequestro cautelare di più di settecentomila euro disposto dalla magistratura belga ne aveva paralizzato il funzionamento e avrebbe dovuto condurre alla sua liquidazione.

Invece, Npwj oggi celebrerà a Roma, nella sala della Protomoteca del Campidoglio, il trentesimo anniversario dalla sua fondazione, alla presenza di molti dei protagonisti delle sue campagne passate e, si spera, future (qui il programma dei lavori), a partire da quelle in corso sullo stato di diritto in Libia (finanziata dalla Commissione Europea) e sui diritti delle popolazioni indigene e la tutela dell’ambiente in Amazzonia (promossa, prima della sua morte, da Elsa Peretti e tuttora sostenuta dall’omonima fondazione).

La scelta del luogo non è casuale. Proprio in quella sala del Campidoglio il 17 luglio 1998 venne votato lo Statuto della Corte penale internazionale, una delle tante invenzioni pannelliane, con un’idea trasformata in una campagna e poi in un’acquisizione di diritto duratura.

Npwj, dopo l’apertura dell’indagine penale, è stata anche oggetto di un’indagine amministrativa delle istituzioni europee, che a differenza di quella giudiziaria non si è interrotta, ma si è conclusa riconfermando l’aderenza dell’organizzazione al codice di condotta europeo e la sua permanenza nel cosiddetto “Registro Trasparenza”.

Come Figà Talamanca ricordò nell’intervista rilasciata a Linkiesta un anno dopo il suo arresto, le parti più oscure di questa vicenda riguardano la guerra senza esclusioni di colpi tra i servizi dei vari Paesi della penisola araba, le soffiate e i dossieraggi veicolati a mezzo stampa da agenzie di intelligence private e l’obiettivo di usare un caso di corruzione pubblica come imputazione per l’intero sistema dei diritti umani, a partire dalle organizzazioni che si battono apertamente per la loro difesa. Quale strategia migliore di far passare tutti gli attivisti come parte di una grande organizzazione a delinquere transnazionale al soldo di potenze straniere?

Non c’è Pace senza Giustizia continua quindi la sua attività zavorrata da una condanna mediatica preventiva, che, come è noto, passa in giudicato molto prima che i proscioglimenti o le assoluzioni rimettano, astrattamente, le cose a posto. Grazie a finanziamenti privati arrivati a parziale compensazione delle somme sequestrate dalla giustizia belga, che saranno restituite chissà quando, è riuscita a chiudere correttamente il bilancio del 2023, senza dichiarare fallimento e già questo è un piccolo miracolo dovuto alla buona reputazione delle sue attività e dei suoi dirigenti. E ora, con un board completamente rinnovato (confesso il conflitto di interesse: ne faccio parte) guarda con fiducia a un futuro, che rimane pieno di incognite.

 

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