Sogno del ritornoLa deportazione dei tatari di Crimea e il destino dei popoli soggiogati da Mosca

Per la popolazione autoctona della penisola ucraina, il 18 maggio è una data spartiacque, è il giorno in cui nel 1944 Stalin ordinò il loro sradicamento dalla penisola e il trasferimento forzoso in Asia centrale

Commemorazione per i settanta anni della deportazione (Kyjiv, 18 maggio 2014) | Wikimedia Commons

Il 18 maggio 1944 per i tatari di Crimea, la popolazione autoctona della penisola ucraina occupata dalla Russia nel 2014, è una data che divide la loro vita in prima e dopo. Prima e dopo la deportazione.

La notte del 18 maggio 1944 con l’accusa di collaborazionismo con i nazisti tedeschi – assolutamente fasulla, anche perché i tatari di Crimea durante la Seconda guerra mondiale hanno eroicamente fatto parte dell’esercito sovietico – Stalin ordinò la deportazione di tutti i tatari di Crimea dalle loro case nelle città crimeane, incluse persone anziane e madri con i figli piccoli. Nel 1944 la popolazione dei tatari di Crimea sulla penisola ammontava a circa duecentomila abitanti, il numero a cui è stata ridotta in tre secoli di occupazione russa.

La Crimea viene annessa dall’Impero russo nel 1783 con il decreto di Caterina II dopo tre secoli di indipendenza politica (con il Khanato di Crimea). Con l’arrivo dei russi, si manifesta la prima ondata di sfollamento dei tatari di Crimea in quanto oppositori del nuovo regime politico imperialista.

La seconda ondata risale al 1856, dopo la sconfitta dell’Impero russo nella Guerra di Crimea. I tatari della Crimea vengono visti come traditori in quanto fiancheggiatori dell’Impero Ottomano e cominciano a lasciare la penisola, che intanto veniva forzatamente popolata dagli slavi dell’Impero russo.

Nel 1917, con la caduta dell’Impero, i tatari di Crimea, come l’Ucraina e come la Georgia, proclamano la propria indipendenza fondando la Repubblica popolare di Crimea, che verrà soffocata come le altre repubbliche indipendenti dai bolscevichi che poi avrebbero fondato l’Unione Sovietica.

Negli anni Trenta del Novecento, durante il terrore rosso, verranno uccisi poeti e scienziati, curatori di musei e archeologi che lavoravano per preservare la storia della Crimea. L’ultimo passo verso lo sterminio dei tatari di Crimea è, appunto, quello compiuto la notte del 18 maggio 1944. Erano rimasti in poco più di duecentomila.

Dopo la deportazione, l’Unione Sovietica si è impegnata a cancellare qualsiasi traccia dei tatari di Crimea presente sulla penisola, rinominando città, vie, palazzi. La Repubblica socialista sovietica della Crimea nel dopoguerra viene integrata nella Rss dell’Ucraina, sulle cui spalle cade anche il peso della ricostruzione della penisola devastata dalle battaglie.

Neanche un anno dopo la deportazione, l’11 febbraio del 1945, a Yalta, nel cuore della Crimea, si tiene la conferenza alla quale partecipano Franklin Roosevelt, Winston Churchill e Iosif Stalin. I vincitori non vengono giudicati e questa regola costa caro ai popoli stretti dalla morsa dell’Unione Sovietica, che non hanno giustizia per i crimini commessi dal partito comunista. La “deportazione” come crimine contro l’umanità viene riconosciuta nel 1946 in un documento Onu firmato anche dall’Unione Sovietica.

Per i primi anni della loro vita in esilio, ai tatari di Crimea era proibito sconfinare nei villaggi dell’Asia centrale, cioè la regione in cui sono stati deportati. A causa della mancanza di servizi sanitari e di condizioni di vita decenti tra i deportati hanno perso la vita cinquantamila persone.

Per molti anni ciò che ha tenuto in vita chi è rimasto è stato il grande sogno del ritorno, che in lingua dei tatari di Crimea suona come “haytarma”, il ritorno nella terra natia, nella patria, la penisola di Crimea. Il sogno del ritorno è stato tramandato di generazione in generazione, fino a quella nata in esilio con i cognomi russificati. La lingua dei tatari di Crimea ha cominciato ad appassire, i concetti nuovi sono stati descritti da parole russe, di fatto interrompendo l’evoluzione della lingua tatara di Crimea.

Intanto i beni più preziosi delle famiglie erano rimasti in Crimea, solo poche cose, come ricami e i gioielli portati via in una valigia, sono stati salvati. Nariman Aliev, il regista di origine tatara di Crimea che ha raccontato a Linkiesta la sua storia, dice che la cultura del suo popolo è sopravvissuta solo grazie alla «conservazione», cioè è stata conservata dalle famiglie, nelle storie raccontate, nei piatti preparati, nelle tradizioni rispettate anno dopo anno.

Per tutto il tempo dell’esilio, i tatari di Crimea hanno pensato alla loro deportazione come a un errore, un errore del quale non era al corrente il partito, per questo hanno fatto sempre di tutto per informarlo.

Negli anni Sessanta scrivevano lettere con richieste di ritornare e di ottenere compensi per le case perse. E quando hanno ottenuto il permesso di sconfinare hanno iniziato a organizzare piccoli presidi. Ma gli attivisti degli anni Sessanta per i diritti dei tatari di Crimea, come Mustafa Dzhemilev, presto sono stati arrestati e condannati diventando dissidenti.

Il ritorno, quel “haytarma”, è avvenuto solo negli anni 1990, quando l’Ucraina è diventata indipendente e la Crimea è stata integrata come Repubblica autonoma della Crimea nello Stato indipendente dell’Ucraina. Nel 1997 nella penisola hanno fatto ritorno centoventimila tatari di Crimea.

Negli anni di autonomia, la Crimea è stata un esempio di integrazione della società musulmana nella comunità ucraina, prevalentemente di fede ortodossa. Dopo decenni di esilio, i tatari di Crimea hanno potuto respirare l’aria di Bakhchysarai, l’antica capitale, di Akmesdzhyt (ribattezzata dai russi Simferopol), Karasubazar (ribattezzata dai russi Belogorsk), il loro Mar Nero, e hanno potuto gustare la frutta cresciuta nei loro orti e il pane preparato al forno e il caffè profumato per gli ospiti accolti nelle case tappezzate dai ricami “ornek”.

Nel 2014, dopo anni di pace, la Russia si è presentata di nuovo nella penisola di Crimea con i suoi appetiti colonialisti. Alcuni, soprattutto i giovani tatari di Crimea, sono fuggiti in Ucraina, altri più anziani sono rimasti sulla penisola che non lasceranno mai più dopo il trauma della deportazione.

Ancora una volta i tatari di Crimea sono stati visti non come popolazione autoctona, ma come nemici filoucraini, e quindi arrestati. Secondo Zmina Human Rights Center ci sono centotrentatré prigionieri politici in Crimea di origine tatara di Crimea. L’organo esecutivo di tatari di Crimea “Mejlis” è considerato un’organizzazione terrorista e quindi fuorilegge. La Crimea, il posto dove andavamo tutti noi ucraini d’estate al mare, è stata trasformata in una base militare da dove partono i missili verso l’Ucraina.

La storia dei tatari di Crimea su piccola scala è la prospettiva di quello che potrebbe accadere all’Ucraina e alla popolazione ucraina se dovesse cadere sotto l’occupazione russa, oggi, dopo l’aggressione su larga scala. Le città ucraine occupate dai russi sono già state russificate e chiamate “Russia”, come è accaduto ad esempio a Mariupol. E noi, quelli che resistono ancora alla colonizzazione russa, dobbiamo conservare la memoria dei posti occupati, dobbiamo dar loro voce in continuazione e conservare la loro cultura, come hanno fatto i tatari di Crimea con la loro cultura durante l’esilio.

Il crimine sovietico della deportazione dei tatari di Crimea non è mai stato condannato. I tatari di Crimea non hanno avuto giustizia e, sotto occupazione, oggi le prospettive per averla sono molto sfocate.

La storia della Crimea è un esempio di quei crimini di guerra sovietici che non hanno ricevuto mai la giusta attenzione. Quale momento migliore se non oggi, mentre la Russia per l’ennesima volta mostra la sua indole colonialista, per decolonizzare il pensiero e il fascino che ha l’Occidente verso la mistica Russia. La mistica Russia non è nient’altro che la storia del colonialismo secolare che ha sterminato, ucciso ecancellato altri popoli. Per miracolo abbiamo ancora le testimonianze dei tatari di Crimea, ma ci sono anche popoli che non possono parlare più.

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