Labour WeeklyIl terzo quesito del referendum proposto dalla Cgil

Sarebbe un salto all’indietro nella normativa dei contratti di lavoro a tempo determinato, che potrebbero essere stipulati soltanto a fronte di esigenze specifiche o per sostituire lavoratori assenti. Ma chi esercita la professione di avvocato sa bene che aumentare la rigidità dei rapporti di lavoro a termine fa aumentare di pari passo anche il contenzioso davanti ai tribunali

FILIPPO MONTEFORTE / AFP

Il terzo dei quattro quesiti oggetto della raccolta firme della Cgil riguarda i contratti di lavoro a tempo determinato. L’obiettivo della Cgil è cancellare la «liberalizzazione» dei rapporti a termine per limitarne l’utilizzo a casi specifici e temporanei. Un punto molto importante per il sindacato che utilizza il referendum per rivendicare la lotta alla precarietà nel mercato del lavoro.

Da un punto di vista tecnico, un eventuale successo del quesito referendario determinerebbe un salto all’indietro della normativa italiana. I contratti di lavoro a tempo determinato potrebbero essere stipulati soltanto a fronte di esigenze specifiche o per sostituire lavoratori assenti (pensate alla classica sostituzione per maternità). I rapporti di lavoro a termine avrebbero una durata massima di 24 mesi e, se stipulati in assenza delle esigenze specifiche previste dalla legge e dalla contrattazione collettiva, si trasformerebbero in rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato.

In sostanza, ci troveremmo con una disciplina molto simile a quella vigente in Italia dal 2001 al 2012, quando prima il governo Monti e poi il governo Letta iniziarono progressivamente ad allentare le maglie della normativa riguardante i contratti di lavoro a tempo determinato. In questi ultimi anni, abbiamo assistito a una notevole schizofrenia legislativa che ha portato ogni esecutivo in carica a riformare strumentalmente i rapporti a termine per finalità politiche. Siamo così passati in poco tempo dal governo Renzi ,che ha ampliato la possibilità di utilizzare i contratti a tempo determinato, al cosiddetto “decreto dignità” del primo governo Conte che invece ha reinserito dei rigidi paletti per le aziende, poi parzialmente rimossi dal governo attualmente in carica.

Chi esercita la professione di avvocato sa bene che aumentare la rigidità dei rapporti di lavoro a tempo determinato fa aumentare di pari passo anche il contenzioso davanti ai tribunali. I dipendenti avrebbero maggiori possibilità di contestare la causale che giustifica la temporaneità del rapporto e chiedere quindi la trasformazione a tempo indeterminato. Una dinamica fatta di incertezza e intasamento delle aule di giustizia, che l’Italia ha già conosciuto nel primo decennio di questo secolo. Una dinamica che, evidentemente, piaceva molto al sindacato italiano. Contenti voi, contenti anche gli avvocati.

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*La newsletter “Labour Weekly. Una pillola di lavoro una volta alla settimana” è prodotta dallo studio legale Laward e curata dall’avvocato Alessio Amorelli. Linkiesta ne pubblica i contenuti ogni. Qui per iscriversi

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