Il tempo stringeL’Ucraina rischia di perdere la guerra e l’Occidente non può stare a guardare

Zelensky è a corto di uomini, di armi e di fondi che aspetta da mesi, mentre la Russia continua ad avanzare indisturbata. Europa e Stati Uniti non possono più esitare se non vogliono consegnare Kyjiv a Putin

AP/LaPresse

Da un anno la guerra in Ucraina è entrata in una fase di stallo in cui Kyjiv non riesce a ottenere successi significativi. La presa di Avdiivka da parte dei russi, per esempio, ha colpito molto duramente il morale dei soldati e dei cittadini di tutto il Paese, che si sentono abbandonati dall’Occidente e soprattutto dagli Stati Uniti (da mesi il Partito Repubblicano blocca alla Camera un pacchetto di aiuti militari). 

La situazione al fronte potrebbe peggiorare nei prossimi mesi. La Bbc spiega che una nuova offensiva di Mosca è ormai data per scontata. Se dovesse avere successo il Cremlino potrebbe dirigersi verso zone dell’entroterra che non sono protette dai militari, con danni potenzialmente enormi per la resistenza ucraina.

Non è ancora  chiaro quale sarà il prossimo obiettivo delle truppe russe. Al contrario di Kyjiv, Mosca può permettersi di scegliere dove e come concentrare i suoi soldati, e quindi i possibili bersagli non sono certi. Sempre secondo la Bbc, il Cremlino potrebbe puntare a conquistare Zaporizhzhia. La regione omonima è già stata annessa illegalmente alla Russia nel 2022, ma la sua capitale è ancora in mano all’Ucraina, e quindi per il Cremlino si tratta – al momento – di una sorta di vittoria a metà. La città, poi, ospita anche un’importante centrale nucleare che potrebbe funzionare da deterrente per futuri attacchi. 

Zaporizhzhia, però, è in realtà un obiettivo poco probabile: la città è circondata dalla «Linea Surovikin», il campo minato più grande al mondo costruito dagli stessi russi per proteggersi da una possibile controffensiva ucraina. Ora la loro stessa opera militare gli impedisce di avanzare in questa direzione. 

C’è anche un’altra città che la Russia brama ormai da settimane: Kharkiv. Oltre che un importante centro economico, Kharkiv ha un forte valore simbolico, poiché è stata la prima capitale dell’Ucraina (sotto l’occupazione sovietica, dal 1919 al 1934). Se Mosca prendesse la città, il morale della popolazione scenderebbe sotto terra, e inoltre l’economia di tutto il Paese ne risentirebbe gravemente. 

Un ultimo fronte verso cui l’esercito di Mosca potrebbe decidere di procedere è nell’oblast di Donetsk, dove negli ultimi giorni la fanteria e i carri armati russi procedono a velocità allarmanti grazie alla situazione favorevole creata dal clima mite degli ultimi giorni. L’obiettivo è la città di Chasiv Yar, non lontana da Bakhmut, e la sua presa, se seguita da quella della città di Kramatorsk, significherebbe per Kyiv la perdita dell’intera provincia.

Se Mosca riuscisse a conquistare uno qualunque di questi obiettivi sarebbe un problema enorme, secondo il presidente Volodymyr Zelensky: «La maggior parte della popolazione non scapperebbe, ci sarebbe uno spargimento di sangue».

L’Europa ha imparato da tempo che la guerra non riguarda solo Russia e Ucraina, ma tutto il continente e il mondo democratico. Forse non subito, ma sicuramente tra due, tre o quattro anni Mosca si sentirebbe pronta ad aprire un nuovo fronte, ancora più vicino all’Unione europea. Potrebbe scoppiare una guerra in Moldova, nella regione separatista della Transnistria. Il pretesto sarebbe molto semplice: così come in Ucraina, il Cremlino si ergerebbe a difensore dei suoi compatrioti oltre i confini nazionali.

E lo stesso escamotage varrebbe anche entro i confini dell’Unione: nelle tre repubbliche baltiche esistono comunità russofone più o meno consistenti che potrebbero spingere Vladimir Putin a voler attaccare. Non a caso, infatti, sono proprio Lituania, Lettonia ed Estonia (insieme a Danimarca e Norvegia) ad aver contribuito, proporzionalmente al loro Pil, in misura maggiore agli aiuti per Kyjiv. 

L’Ucraina comunque resiste, e lo fa al massimo delle sue capacità. L’esercito si sta concentrando, in particolare, sull’uso di droni kamikaze a lungo raggio. L’idea è di distruggere gli aerei russi prima che raggiungano il Paese, ossia quando ancora non possono danneggiare le armi e le truppe (scarse, e quindi preziose) ucraine. 

Il governo ha annunciato pochi giorni fa di aver colpito la base militare di Morozovsk, a trecento chilometri dal confine. I bersagli sarebbero stati sei caccia Sukhoi, estremamente pericolosi poiché proprio da questi aerei vengono sganciate le mine plananti di precisioni Kab, che nella battaglia di Avdiivka avevano fatto la differenza per la vittoria russa. Droni dello stesso tipo sono arrivati fino in Tatarstan, una regione russa poco lontana dagli Urali, dove hanno colpito una delle più grandi raffinerie della Federazione.

Questa tattica, secondo alcuni alleati dell’Ucraina, a partire dalla Casa Bianca, sarebbe motivo di ritorsioni da parte di Mosca. Ma il nuovo capo delle forze armate ucraine, Oleksandr Lytvynenko, sostiene che sia un modo etico (dal momento che gli obiettivi delle missioni sono militari, e non civili) ed economico di difendersi: «Un solo attacco a una base militare può distruggere sette, dieci, quindici aeroplani, del costo di trenta milioni di dollari l’uno. E a noi l’operazione costa meno di due milioni». 

La Lettonia, che capisce a fondo la necessità di difendersi dalla Russia, ha creato, insieme al Regno Unito, una coalizione di cui fanno già parte Germania, Canada, Paesi Bassi, Lituania, Svezia, Estonia e Danimarca e che mira a rifornire l’esercito Ucraino con droni per un valore di dieci milioni di euro all’anno. E Riga ha annunciato che è pronta a consegnare il primo lotto di armi.

La Germania, poi, ha confermato nei giorni scorsi che invierà all’Ucraina un nuovo sistema Patriot per la difesa antiaerea, ma esortando dozzine di alleati – oltrepassando anche i confini della Nato – a contribuire ai rifornimenti per l’Ucraina. Anche secondo il segretario della Nato Jens Stoltenberg e l’alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza Josep Borell sono necessari sforzi maggiori da parte del G7 per fornire all’Ucraina un numero più alto di sistemi di difesa antiaerea. Dmytro Kuleba, ministro degli esteri ucraino, ha ribadito l’importanza di inserire armi di fabbricazione franco-italiana e statunitense, le uniche «in grado di intercettare i missili balistici russi» nell’arsenale ucraino. 

Gli Stati Uniti, intanto, hanno assicurato che presto si terrà una votazione per sbloccare gli aiuti destinati a Kyjiv. Il Congresso, nel frattempo, ha confermato che inizierà a lavorare a un pacchetto di aiuti per Israele. Il governo ucraino non capisce per quale motivo l’aiuto di Washington per Israele contro gli attacchi Iraniani sia stato immediato, mentre per l’Ucraina continuano ad accumularsi ritardi. Zelensky ha spiegato che «questo significa che non è una questione di sicurezza. È pura politica, ed è una tragedia per il mondo e per la democrazia». Poi ha sottolineato che Kyjiv ha esaurito i missili a disposizione e per questo non è più in grado di sventare gli attacchi aerei russi. Proprio ieri il Cremlino ha colpito una zona residenziale nella regione di Dnipropetrovsk, uccidendo almeno otto persone, tra cui due bambini. Per questo motivo è cruciale che l’Occidente smetta di tergiversare e che sblocchi tutti gli aiuti possibili per l’Ucraina.

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