Armata rottaL’offensiva russa non ha prodotto risultati, ma l’Occidente deve ancora aiutare Kyjiv

L’esercito russo ha registrato perdite ingenti ed è a corto di munizioni. È il momento di costruire una politica industriale e logistica all’altezza delle sfide poste dai conflitti della nuova globalizzazione polarizzata

AP/Lapresse

Siamo ormai nell’ottavo mese della pressione offensiva russa, iniziata con la prima offensiva su quello che era il saliente di Avdiivka (10 ottobre 2023). In questi sette mesi pieni, gli invasori hanno conquistato circa quattrocento chilometri quadrati, equivalenti grossomodo alla provincia di Monza-Brianza, su un fronte lungo milleduecento chilometri. Ma la superficie, da sola, dice poco.

A parte la stessa Avdiivka, la cui importanza era data dalle estese fortificazioni e dalla sua prossimità alla città di Donetsk, praticamente non è stato preso nessun punto significativo, come nodi di comunicazione, basi logistiche, centri industriali, insediamenti significativi o passaggi obbligati, come l’attraversamento di un fiume o la forzatura di un valico: quattrocento chilometri di campi e piccoli villaggi, in mezzo alla pianura.

Un’offensiva si produce nello spazio, ma anche nel tempo. Il secondo elemento è forse ancora più importante del primo, dato che un’offensiva non ha lo scopo, semplicemente, di far cambiare colore a delle parti di mappa. Un’offensiva, tipicamente, ha lo scopo di scardinare il dispositivo nemico, penetrarne le difese, raggiungere obiettivi in profondità e accerchiare i difensori, tagliando loro le vie di fuga. In pratica, si compone di atti tattici (i singoli combattimenti) all’interno di manovre operative (la conquista di punti chiave, la rottura dello schieramento nemico), in un quadro strategico (la modifica a proprio favore dei rapporti di forza generali esistenti all’inizio della manovra, in modo da costringere l’avversario a prendere atto che la prosecuzione dello scontro sarà a proprio svantaggio).

Il tipico segnale della riuscita di un’offensiva è l’accelerazione della manovra: una volta superato il punto di maggior resistenza, le forze attaccanti hanno una superiorità tale da potersi muovere liberamente alle spalle della difesa. Un altro segnale tipico è il rapporto di perdite, che possono essere molto più alte per l’attaccante nelle fasi iniziali, quando assalta posizioni fortificate a piena forza, ma poi, una volta superate queste difese, si rovescia a suo favore, dato che combatte contro un nemico in ritirata o in rotta, a cui è sempre più difficile rispondere al fuoco in modo coordinato ed efficace.

Torniamo per un momento all’offensiva ucraina dello scorso anno. Ne è stato decretato il fallimento, perché si è esaurita prima di aver conquistato obiettivi di qualche valore. Ma va anche detto che è stata condotta contro fortificazioni e campi minati fittissimi e che, per quasi tutto il suo svolgimento, le perdite ucraine documentate sono state nettamente inferiori a quelle russe il che, per un’offensiva rimasta nelle fasi iniziali, è un dato rimarchevole. Le perdite russe di questi otto mesi, invece, sono davvero spaventose: basandosi sui dati ufficiali ucraini (da prendere con qualche riserva, ma comunque indicativi per lo meno della tendenza), dal 10 ottobre al 12 maggio siamo a:
– Circa duecentosedicimila uomini (su un totale di 482.000, più del quaranta per cento)
– 2.626 carri armati (su 7.454)
– 5.246 blindati di vario tipo, tra cui i veicoli da combattimento della fanteria (totale 14.375)
– 6.017 pezzi di artiglieria, compresi i lanciarazzi (su 13.538)
– 253 sistemi da difesa aerea (su 797)
– trentacinque aerei da combattimento (su trecentocinquanta)
– 7.696 veicoli non blindati, ossia camion, auto e cisterne (su 16.819).

Insomma, perdite enormi in senso assoluto, che diventano ancora più rilevanti se esaminate più da vicino.

Innanzitutto, l’intensità: il quaranta per cento delle perdite umane e più di un terzo di quelle relative alle forze di terra, nel giro di sette mesi su ventisei (o, a essere precisi, duecentotredici giorni su ottocentodiciannove). Insomma, arrotondando un po’ possiamo dire un terzo delle perdite in un quarto del tempo.

Il dato dei veicoli non protetti è forse il più importante: qui, le perdite degli ultimi sette mesi sono quasi la metà del totale, il che indica un uso massiccio di questi mezzi, non certo pensati per l’uso in zona di combattimento, sulla linea del fronte. Questo è confermato da abbondante materiale video, in cui si vedono i soldati russi attaccare e farsi massacrare a bordo di semplici fuoristrada, quando non addirittura su moto. La tabella allegata, presa dal profilo X dell’analista Andrew Perpetua e relativa ai dati registrati il 9 maggio, illustra chiaramente la quantità di mezzi “civili” usati dai russi e distrutti.

Il ricorso a questi mezzi segna un passo ulteriore rispetto alla massiccia reintroduzione di corazzati obsoleti prelevati dai depositi già verso la fine del 2022 ed è un segnale molto chiaro delle difficoltà reali delle forze di Mosca nell’approvvigionamento di materiali per il fronte. Diverse analisi, basate sulla ricognizione satellitare sui depositi russi, evidenziano come ormai anche l’enorme eredità di mezzi ex-sovietici sia stata quasi completamente depauperata e restino disponibili solo i veicoli più vecchi. La seconda tabella, elaborata dall’analista Osint Jompy, fornisce una stima di quanto dovrebbe essere rimasto nei depositi: ormai poca roba, in gran parte vecchia e inutilizzabile.

Mezzi negli impianti di riparazione dei carri armati russi

Anche la grande capacità di fuoco di questi mesi è dovuta in gran parte all’afflusso di munizioni da Iran e Corea del Nord, ma si tratta di stock una tantum, non di una produzione continua. Sulla base di diverse proiezioni, anche questo materiale si sta rapidamente consumando e, a partire dalla seconda metà dell’anno, il volume di fuoco russo potrebbe doversi ridurre, visto che la produzione non sarebbe sufficiente per alimentare questi consumi. Insomma, si sta verificando un po’ in tutti gli ambiti quello che abbiamo già visto per i missili: finita la pioggia di ordigni che aveva caratterizzato l’inverno 2022-23, ora i russi sono costretti a concentrare le loro bordate in un paio di giorni al mese e non hanno la capacità di colpire in modo davvero organico, strutturato e continuo, come richiederebbe una vera campagna missilistica.

Possiamo dire che gli invasori hanno avuto una importante finestra di opportunità. Tra l’afflusso di munizioni coreane e iraniane, il massiccio ricorso ai depositi, il reclutamento in massa di volontari nelle zone più disperate dell’impero e (soprattutto) la latitanza americana dovuta alle penose manovre dei repubblicani, hanno potuto ottenere una forte superiorità materiale, tanto che in questi mesi il loro volume di fuoco di artiglieria ha superato quello ucraino di più di dieci volte. Con tutti questi vantaggi e contro un nemico che non ha certo potuto preparare gli apprestamenti difensivi della linea Surovikin, i russi hanno potuto combinare ben poco.

Detto questo, sarebbe un grave errore farsi prendere dall’ottimismo. Questa è una guerra di materiali, che ormai si combatte tra sistemi industriali: se quello russo ha dei limiti evidenti e sembra ormai arrivato al massimo delle sue capacità, nemmeno l’industria occidentale, finora, si è mostrata capace di fornire all’Ucraina un aiuto all’altezza del fabbisogno reale. Un esempio molto chiaro è quello delle munizioni d’artiglieria: secondo le proiezioni più attendibili, le capacità produttive di tutti i paesi Nato dovrebbero raggiungere, tra la fine di quest’anno e l’inizio del prossimo, un totale di circa 3/4 milioni di colpi all’anno. Posto che all’Ucraina non ne andrà più della metà, visto che ci sono altri ordini e che comunque bisogna anche ricostruire le scorte delle forze occidentali, Kyjiv potrà ricevere un totale di 1,5-2 milioni di proiettili, a essere moderatamente ottimisti. In altre parole, saremmo dalle parti di quei cinque mila colpi al giorno, che dovrebbero rappresentare la soglia minima per continuare a combattere senza troppe difficoltà, ma non certo per sostenere una nuova offensiva prolungata che liberi i territori occupati.

Del resto, veniamo da più di trent’anni di spese per la difesa ridotte all’osso, in cui nessuno pensava che fosse necessario essere pronti a una guerra ad alta intensità. Proprio come con il Covid l’Occidente ha scoperto di non essere in grado di produrre rapidamente le mascherine, questa guerra ha evidenziato la necessità di una vera politica industriale.

Per aumentare la produzione di un bene, specie quando si tratta di materiale sofisticato, è necessario acquisire macchinari, che vengono prodotti su ordinazione, costruire impianti industriali, che spesso devono scontrarsi con i tempi della burocrazia e ancor più con le resistenze di amministrazioni e popolazioni locali, assumere e formare il personale, peraltro in una fase in cui la manodopera industriale qualificata scarseggia drammaticamente. L’industria della difesa europea è composta da aziende private, che possono affrontare investimenti di questa portata solo a fronte di impegni di spesa pluriennali da parte della committenza pubblica, che a sua volta deve fare scelte impegnative per periodi decisamente più lunghi di quanto sia stata abituata a fare negli ultimi anni.

L’industria può produrre quello che serve, portare la pace all’Ucraina e garantire sicurezza, stabilità e prosperità all’Europa e ai suoi alleati. Ma per farlo, è necessario che la politica si impegni davvero: in primo luogo, innalzando la spesa per la difesa almeno al due per cento del Pil, poi mettendosi sul serio a sviluppare un coordinamento europeo per il materiale militare e, infine, partendo da qui per costruire una politica industriale e logistica all’altezza delle sfide poste dai conflitti della nuova globalizzazione polarizzata. Di questo si dovrebbe parlare, tutti i giorni, in Italia e in Europa.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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