Gli scudi di HamasLe operazioni militari a Rafah sono inevitabili per il rilascio degli ostaggi israeliani

La stampa internazionale sta presentando le decisioni prese dall’Idf nella Striscia di Gaza in maniera parziale, omettendo le precauzioni prese dall’esercito per tutelare i civili e i crimini dei terroristi islamisti

AP/LaPresse

Migliaia e migliaia di volantini in arabo, decine di migliaia di messaggi nei cellulari, diffuse ovunque le cartine che spiegano minuziosamente quali sono le strade di Rafah oggetto dell’azione militare da cui allontanarsi, descrizione minuziosa delle vie di fuga e delle tendopoli in cui rifugiarsi, quarantamila tende acquistate da Idf e montate ordinatamente in zone sicure e protette dai combattimenti.

I media ne fanno appena cenno, ma in realtà è enorme lo sforzo messo in atto dall’esercito israeliano per dislocare la popolazione di Rafah dai quartieri che intende colpire perché sovrastano la rete di tunnel in cui si trovano quattro brigate di Hamas armate di tutto punto e i superstiti tra i centotrenta ostaggi israeliani ancora detenuti in spregio a tutte le leggi umanitarie e di guerra. È questo impegno capillare e organizzato la prova che Israele a Gaza non solo non commette un genocidio contro i palestinesi, ma anche che non commette crimini di guerra.

Mai nessun altro esercito ha avuto questo impegno a favore della popolazione civile durante un’operazione militare. Men che meno la coalizione, di cui facevano parte gli Stati Uniti, il Canada e i paesi europei e arabi, che nel 2014 e 2015 assieme alla Russia, per sconfiggere l’Isis, ha bombardato Mosul e le altre città irachene e siriane con seimila bombardamenti aerei facendo ottantamila vittime di cui nessuno oggi si ricorda. Allora nessuna protesta dell’Onu, nessuna università occupata per fermare il «genocidio» della popolazione civile irachena e siriana massacrata dall’aria e da terra dalla Coalizione anti Califfato. La ragione della mancata indignazione internazionale per l’anteprima di quanto oggi è costretto a fare Israele per contrastare la ferocia di Hamas è chiara. A bombardare e a produrre enormi «danni collaterali» tra la popolazione civile in Siria e Iraq non erano israeliani, non erano ebrei.

Negli ultimi mesi, inoltre, a differenza di quanto accadde a Mosul e nelle città irachene e siriane rase al suolo dalla Coalizione anti Isis, sono entrati nella Striscia migliaia e migliaia di camion articolati che distribuiscono cibo e sostentamento ed eliminano qualsiasi rischio di carestia. Dall’inizio delle operazioni militari ogni abitante di Gaza, bambini inclusi, ha ricevuto non meno di un chilo al giorno di cibo. L’unico problema è che i miliziani di Hamas ne sequestrano parte e la rivendono al mercato nero lucrandoci.

Questo è il quadro di una guerra che vede Hamas giocare ancora una volta sulla pelle della popolazione civile, usata come scudo umano, in spregio aperto alle leggi di guerra e umanitarie. Un quadro in cui Hamas gioca sporco anche sul tavolo della trattativa. Lunedì 6 maggio, infatti, ha comunicato che accettava la mediazione dell’Egitto e del Qatar, ma era un trucco: al posto della tregua temporanea accettata da Israele ha inserito unilateralmente nel documento da siglare un cessate il fuoco definitivo ovviamente rifiutato dal governo di Gerusalemme.

Israele, per tentare di obbligare Hamas a rilasciare gli ostaggi, è obbligato a riprendere l’azione militare, nonostante l’ipocrita pressione di una comunità internazionale solo attenta ai contraccolpi elettorali interni. E lo sta facendo per gradi.

Ha diviso Rafah in un reticolo di centinaia di riquadri che contengono i vari isolati abitativi e ha comunicato capillarmente che è decisa a intervenire con le armi solo in quelli di sud est, in prossimità della linea di confine. Uno schema di intervento militare graduato e parziale che chiaramente può essere sospeso non appena Hamas cederà alla pressione bellica e firmerà l’accordo. Accordo che da parte israeliana è «generoso», come dichiara Anthony Blinken, perché prevede anche la liberazione di centinaia di detenuti palestinesi tra i quali – la notizia non è confermata – pare ci sia anche Marwan Barghouti, leader delle Brigate di al Aqsa di al Fatah, condannato a ben quattro ergastoli. E la guerra continua.

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