Contro il fast fashionGli swap party possono frenare la nostra bulimia d’acquisto

Sostenibilità, valore emotivo e community: questi eventi, fondati sullo scambio di capi e accessori usati, superano i limiti delle applicazioni di acquisto e possono svolgere una rilevante funzione educativa

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Da bambini lo scambio era la prassi, nonché l’unico modo per riuscire a ottenere qualcosa che desideravamo. Quante carte dei Pokémon abbiamo scambiato prima di avere finalmente Charizard? Nulla di nuovo, però. Il baratto per migliaia di anni ha costituito l’economia degli esseri umani. Oggi, a partire da lì, nel mondo della moda c’è chi cerca di fare la differenza contro fast fashion e consumismo. 

Come racconta Roberta Zumbo, l’idea di Swap in the city è nata dieci anni fa a New York da un articolo di giornale in cui si parlava di swap party: un evento in cui i partecipanti scambiano vestiti, accessori e oggetti usati. Zumbo, rientrata in Italia, ha iniziato a organizzarne anche in casa propria e pian piano gli scambi casalinghi si sono allargati: «C’erano sempre più richieste, allora ho deciso di organizzare degli eventi aperti a chiunque», Oggi, iscrivendosi a una newsletter, è possibile sapere in anticipo quando avverrà lo swap party e prenotarsi. 

Ma ogni swap party ha le sue regole. Alcuni prevedono all’ingresso un controllo qualità, altri un lotto di vestiti di partenza. Possono essere a numero aperto o chiuso. A seconda dell’organizzazione, è prevista una quota di iscrizione. In certi casi c’è una “moneta” di scambio: gettoni, mollette e persino bottoni. È il caso di Ciapa el butun, appunto “prendi il bottone”. A gestire l’iniziativa sono due amiche, Debora Magnani e Giulia Eretti, partite dal comune di Pogliano Milanese. «Questi mercatini sono stati una scoperta e siccome qui intorno non ce n’erano molti, abbiamo deciso di portarli noi».

All’origine del trend: sostenibilità, valore emotivo e community
Come spiega Erminia D’Itria, dottoressa di ricerca in Design del Politecnico di Milano e dal 2018 membro del Fashion in Process Research Lab, gli swap party sono nati negli Stati Uniti: «Possiamo trovarne esempi già negli anni Quaranta». All’epoca a causa dei razionamenti bellici, le persone si scambiavano vestiti, articoli per la casa e alimenti: «Era il modo più semplice ed economico», dice l’esperta. 

Oggi, come ricorda D’Itria, c’è una propensione da parte della Generazione Z e dei Millennials verso la sostenibilità: «Partecipando a questi eventi, è possibile prolungare la durata di vita dei propri indumenti, che altrimenti finirebbero in discarica». La circolarità, poi, è in molti casi il punto di partenza: «L’obiettivo è creare momenti in cui le persone si scambino pratiche di sostenibilità”, spiega Alice Bellini, che dal 2018 con l’associazione Inspire aderisce a Nei tuoi panni, un progetto creato a Roma dall’associazione Tao e che vede anche la collaborazione del Movimento di decrescita felice. 

Come precisa Bellini, i baratti hanno un aspetto che li contraddistingue: «A differenza di un negozio di seconda mano, durante uno scambio puoi incontrare la persona che ha portato il capo e conoscerne la storia». Gli swap party enfatizzano il legame emotivo che si crea tra l’utente e il proprio abito. Da ciò, anche il potere di creare comunità: «Offrono l’opportunità quasi unica di entrare in contatto con persone che condividono i nostri stessi interessi», aggiunge D’Itria.

Gabriella Sisinni e Chiara Pieri, co-founder di Declout, un’applicazione che consente di fare scambi e regali di capi d’abbigliamento tra persone della stessa città, lo confermano. «Abbiamo iniziato ad accorgerci che le persone avevano voglia di vedersi – spiega Sisinni – e quindi accanto all’applicazione abbiamo creato dei momenti di aggregazione». All’inizio, aggiunge, «pensavamo di andare più lentamente rispetto all’applicazione, ma alla fine le due cose si sono ribaltate».

Una delle soluzioni contro il fast fashion?
Gli swap party, come ricorda D’Itria, superano i limiti delle applicazioni di acquisto. Ad esempio su Vinted la maggior parte dei capi «ha delle implicazioni ecologiche e anche socio-culturali forti». In alcuni casi, gli abiti indossati anche una sola volta sono rivenduti a prezzi più alti di quelli originari. E così si genera «una bulimia di acquisto». In ciò, consiste la differenza. Nelle applicazioni di acquisto, così come negli eventi di swap, i capi di fast fashion non mancano. 

Nel primo caso, però, la «bulimia di acquisto» viene nutrita dalle logiche delle piattaforme, mentre gli swap party pongono un freno, svolgendo una funzione educativa. Non agiscono direttamente sull’industria del fast fashion, ma contribuiscono a creare un cambiamento di mentalità. «Siamo così abituati ad associare sempre un prezzo alle cose, che questo ci distoglie dal percepire il vero valore di un capo, che risiede nelle modalità con cui è stato fatto, da chi è stato creato, chi l’ha indossato prima e anche a chi andrà dopo», riflette Sisinni di Declout. 

In un’ottica di sostenibilità, la gestione degli abiti che non vengono scambiati è essenziale. Serena Luglio, founder di Swapush, racconta di avere una collaborazione con Humana Vintage, a cui vengono consegnati tutti i capi rimasti dagli swap. Nei primi anni Duemila, con Facebook, Luglio ha iniziato a organizzare scambi. Oggi realizza baratti durante eventi aziendali e ha creato un’applicazione, cercando di trasformare un hobby in professione. Il salto però è difficile. «Avevo aperto un negozio di scambio a Milano: “Swappami”», racconta Serena Luglio. «Non essendoci una vendita e lavorando solo con le tessere di fidelizzazione, però, era difficile restare in piedi», ammette. Secondo la founder di Swapush, esperienze simili per poter funzionare dovrebbero essere aiutate dalle municipalità. 

«Il problema – spiega D’Itria – è che tu puoi lavorare una cosa fino a che non diventa rifiuto. Nel momento in cui lo diventa, in Italia è impossibile fare qualsiasi cosa. Per questo, anche a livello normativo, si stanno cercando di creare sistemi più snelli che permettano di cambiare modello». Secondo la ricercatrice del Politecnico, un primo cambiamento arriverà sicuramente dall’Unione europea, ma in ogni caso si tratterà di un processo graduale. 

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