Il nome della cosaL’antisemitismo è diventato uno slogan istituzionalizzato (e impunito)

Ormai è in atto una legalizzazione delle espressioni un tempo utilizzate solo da terroristi, disadattati o storici odiatori di Israele

LaPresse

I nomi dell’antisemitismo ripittato sono diventati cose. Sono diventati cose, cioè realtà, fatti, perché quei nomi non erano riconosciuti per quel che erano, non erano denunciati per ciò che promettevano e non erano condannati per impedire, appunto, che maturassero nella realtà di un antisemitismo non solo diffuso, ma solidificato da quella trasformazione. La dicitura «dal fiume al mare» traduce un motto del fondamentalismo terrorista che non aveva mai assunto nessuna dignità né godeva di un accreditamento qualsiasi: ora è il nome legittimo posto a  soppiantare sulla carta geografica quello dell’usurpatore sionista.

Questo termine, «sionista», era adoperato e rinfacciato a mo’ di insulto da parte di qualche disadattato: ora è affibbiato a chiunque non sia disposto a giurare sul nazismo di Israele e sulle responsabilità nel compimento del genocidio, e diventa la catena umana che impedisce al professore ebreo di entrare nel campus, diventa la bastonata sulla testa del rabbino, diventa la lista delle società e delle collaborazioni accademiche da cui si depenna la componente israelita. 

L’altro termine, «genocidio», usato dalle tre del pomeriggio del 7 ottobre 2023, diventa falsamente la cosa «plausibile» su cui avrebbe statuito la Corte Internazionale di Giustizia, e in forza di questa doppia falsificazione si realizza nella cosa che un energumeno addebita a un vecchio e a un bambino davanti a una scuola ebraica, e si incarta nel rapporto della consulente dell’Onu che scrive il suo romanzo sulla ”Anatomia di un genocidio”. 

L’immagine della «pulizia etnica» rappresentava la forzatura della propaganda filo-terrorista e la baggianata da accampamento pacifista: ora è il manifesto elettorale di un capolista del Partito Democratico ed è centinaia di like al tweet, visto ottantacinquemila volte, del prestigioso editorialista progressista.

La «punizione collettiva», quella cioè sofferta dai civili palestinesi e imputata alle esclusive responsabilità israeliane, era una tesi legittima ma controvertibile, considerando la simultanea responsabilità di quelli che deliberatamente sceglievano di mischiare sé stessi e i loro arsenali con quei civili: ora fiorisce in modo irrefutabile nei provvedimenti giudiziari che ne fanno una verità tonda appellandosi a quel che si dice in quei cortei, in quei post via social, in quei programmi elettorali. La giurisprudenza elaborata sui codici da talk show.

È un avanzatissimo processo di subdola legalizzazione che rende non solo ammissibile, ma ormai istituzionale, il pregiudizio antisemita facultizzato dall’uso di quelle parole lasciate libere di diventare cose. E, quando il processo si compie, quelle cose, proprio perché non se ne è riconosciuta né denunciata la causa, a propria volta si trasfigurano e diventano un’altra cosa ancora, la realtà cui ci si abitua: diventano consuetudine.

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