
Ad Abu Shouk, a nord di El Fasher, nel Darfur , il centro sfollati vede crescere di giorno in giorno i propri ospiti in maggioranza feriti negli scontri tra le forze paramilitari di supporto rapido (i ribelli della RSF) e gruppi alleati dell’esercito sudanese.
La capitale dello stato del Nord Darfur, El Fasher è assediata da mesi e la situazione impedisce di muoversi a un milione di persone che vivono nel centro abitato della regione sudanese del Darfur non sotto il controllo paramilitare. Se nei primi mesi dell’assedio l’area urbana sopravviveva grazie a una fragile pace, dallo scorso aprile sono esplose le violenze alla periferia della città. Una involuzione che si deve al fatto che i gruppi armati più potenti della regione si sono appena impegnati a combattere a fianco dell’esercito.
La situazione è particolarmente drammatica ad Abu Shouk, dove i gruppi filo sudanesi stanno affrontando i combattenti della RSF di stanza a nord. La RSF, responsabile di diversi massacri negli anni scorsi è stata inserita nelle formazioni criminali di guerra da Human Rights Watch. Nei giorni scorsi la crisi si è acuita e le bombe sono cadute anche all’interno del campo, uccidendo decine di persone.
In questo campo c’è un solo medico, Adam Haroun, che fatica a gestire il flusso di persone ferite e in fuga. Ma oltre alla guerra si stanno incrociando altre criticità come epidemie di malaria, denutrizione e da una strana malattia respiratoria che si pensa sia causata dall’inquinamento provocato dai bombardamenti. «Le persone muoiono per cause sulle quali basterebbe fare prevenzione» spiega Haroun al Guardian. «Mancano medicine e soldi per le cure, la popolazione qui ha perso tutti i mezzi di reddito e il mondo sembra avere altre priorità».
Quella scoppiata in Sudan un anno fa è insomma una guerra che non fa più notizia visto che il mondo occidentale è impegnato nelle tensioni mediorientali e nel conflitto russo-ucraino. Ma il crescendo di morti tra la popolazione che sta avvenendo a causa della contrapposizione tra l’esercito, guidato dal leader Abdel Fattah al-Burhan, e la RSF, comandata dal suo ex vice Mohamed Hamdan Dagalo è una emergenza umanitaria che colpisce una popolazione che soffre da anni.
Una crisi che le Nazioni Unite definiscono senza mezzi termini «di proporzioni epiche» e che fa prevedere il peggio. Incombe una pesantissima carestia ed è a rischio la convivenza di oltre 8,7 milioni di persone sfollate, più che in qualsiasi altra parte del mondo.
El Fasher è considerato il centro umanitario per eccellenza in Darfur e ospita centinaia di migliaia di sfollati fuggiti della violenza etnica che si è radicata in Darfur negli ultimi vent’anni. Se i paramilitari della RSF e le milizie alleate decidessero di lanciare un’invasione su vasta scala, c’è il rischio di atrocità. Probabilmente una volta conquistato il potere la RSF e le milizie arabe alleate potrebbero avere mano libera nel massacro dei membri del gruppo etnico Masalit in tutto il Darfur. Secondo l’ONU a El Geneina, lo scorso anno, sono state uccise fino a quindicimila persone in due singoli massacri.