Black is the new orangeIl governo di Wilders sarà quello più a destra di sempre nei Paesi Bassi

Leggi d’asilo più severe anche per gli studenti e contrari alle politiche green. Sembra la fine della tendenza progressista e liberale olandese, e l’ingresso nell’esecutivo di Rutte sembra rompere il fronte centrista europeo

Lapresse Wilders

Sono passati vent’anni da quando il leader sovranista Geert Wilders ha lasciato i liberali del Partito popolare per la libertà e la democrazia (Vvd), formazione dell’ormai ex premier Mark Rutte, in disaccordo con la linea del partito riguardo al potenziale ingresso della Turchia nell’Unione. Dal 2004 a oggi, Wilders è passato da lupo solitario di estrema destra a kingmaker dei Paesi Bassi, capace di formare il governo più di destra della storia olandese.

Dopo sei mesi di negoziazioni, la settimana scorsa infatti Wilders è riuscito a raggiungere l’intesa per un governo di coalizione con il suo Partito della Libertà (Pvv), unendo altri tre partiti: il Vvd, il centrodestra del Nuovo Contratto Sociale (Nsc) e i populisti del Movimento degli agricoltori-cittadini (Bbb). Rimane molto difficile valutare la stabilità di questa coalizione di governo, anche se Wilders nei mesi scorsi ha rinunciato ad assumere un ruolo di spicco nell’esecutivo, un aspetto che ha aperto grossa speculazione sul nome del prossimo primo ministro.

Il candidato principale sembra essere Ronald Plasterk, un multimilionario ex ministro con Rutte. Tuttavia, è già evidente che il nuovo premier avrà difficoltà a realizzare molte proposte, soprattutto perché alcune promesse sono in diretta contraddizione con altre. Il “Wilders I” è, in ogni caso, la culminazione di un graduale spostamento dello spettro politico olandese verso la destra (estrema) e l’accordo di governo annunciato dal nuovo esecutivo sembra essere un passo decisivo in questa direzione, a partire dal titolo: «Speranza, coraggio e orgoglio».

Soprattutto, l’attuazione di questo programma potrebbe portare a uno scontro frontale con l’Europa su temi come immigrazione, energia e politiche green. Molte delle misure energetiche e climatiche in linea con il Green Deal europeo saranno annacquate, come la sostituzione delle caldaie a gas con pompe di calore elettriche e la riduzione delle emissioni di azoto. Gli olandesi non hanno mai avuto una grande propensione all’ambientalismo: ci sono troppi grandi porti e industrie inquinanti e un’agricoltura intensiva, ma negli ultimi anni c’è stato un certo desiderio di ridurre le emissioni, incarnato dal cosiddetto Klimaatakkoord (accordo sul clima), faticosamente messo insieme dal governo Rutte.

I Paesi Bassi sono infatti il secondo esportatore agricolo al mondo per valore e in passato i governi avevano cercato di ridurre le emissioni provenienti dagli escrementi degli animali e dai fertilizzanti; negli ultimi anni, le proteste da parte degli agricoltori e le manifestazioni contro le misure ambientali che si sono diffuse in tutta Europa rischiano di aver cambiato lo scenario nel Paese. La coalizione Wilders dice che negozierà con l’Ue su misure alternative, ma dovrà affrontare i gruppi ambientalisti e potenzialmente anche la Commissione europea: il nuovo governo sarà forse il più ostile all’ambiente in Europa, una strategia coraggiosa per un Paese in cui milioni di persone vivono sotto il livello del mare.

L’accordo ha promesso anche di limitare l’accesso agli studenti internazionali e ai lavoratori provenienti da Paesi extra-Ue, rinunciando alle politiche europee in materia di asilo e migrazione. Una prospettiva irrealistica, poiché richiederebbe modifiche ai trattati dell’Ue e l’approvazione degli altri ventisei Stati membri, ma che la nuova maggioranza ha definito la «politica sull’asilo più rigida di sempre». «Saranno adottati passi concreti verso regole di ingresso più rigide per l’asilo e il pacchetto più completo di sempre per controllare l’immigrazione», si legge nell’accordo. Le persone senza un permesso di soggiorno valido saranno deportate «con la forza, se necessario».

La proposta di ridurre i benefici fiscali per gli espatriati e di limitare il flusso di studenti stranieri nel paese ha già irritato però molte aziende, che hanno tratto enormi benefici dell’attrattività olandese per i talenti internazionali. Molti leader aziendali si sono espressi contro queste politiche, con alcuni che hanno persino avvertito che potrebbero espandere le loro attività all’estero. La tradizionale apertura dell’Olanda al mondo sarebbe dunque cancellata con un colpo di spugna dalle politiche di Wilders, che prevedono più controlli alle frontiere, meno assunzioni di personale non comunitario, meno inglese parlato nelle università e processi per l’ottenimento della nazionalità olandese più complessi.

«Un nuovo vento sta per soffiare in questo paese», ha detto Wilders, che ha promesso nuovi controlli alle frontiere. «Possiamo essere di nuovo orgogliosi di questi bellissimi Paesi Bassi. Saranno di nuovo nostri», con un refrain salviniano dell’«Aiutiamoli a casa loro» che sembra dietro l’angolo. Chissà che non abbia preso ispirazione da Salvini anche per quanto concerne i limiti di velocità, un altro tema su cui il leader leghista ha sempre manifestato dei problemi: la nuova maggioranza olandese ha infatti proposto l’innalzamento del limite da cento a centotrenta chilometri all’ora in autostrada, una soglia che Salvini in passato ha addirittura detto di voler superare, sempre in barba agli sforzi europei per ridurre le emissioni.

I problemi in chiave europea potrebbero non finire qui: oltre allo scontro diretto tra Wilders e le regole dell’Unione, la formazione di questo governo alla vigilia delle Elezioni europee di giugno potrebbe aprire nuovi scenari politici. La decisione del Vvd dell’ex premier Rutte di entrare nel governo di Geert Wilders ha provocato reazioni molto dure nella galassia centrista e macroniana. Valérie Hayer, eurodeputata francese che guida il blocco di Renew Europe al Parlamento Europeo, ha espresso «totale disapprovazione» in seguito all’annuncio della coalizione olandese. Il Vvd è un pilastro di Renew Europe e l’alleanza tra Rutte e Macron è stata un perno attorno a cui sono girate molte mosse del mondo centrista in Europa. «Geert Wilders non sarà il premier olandese, ma può ancora danneggiare l’Europa», ha detto il Guardian qualche tempo fa.

Il successo di Wilders, oltre a essere una novità per un paese tradizionalmente liberale e progressista, ha dunque evidenziato anche la crescita dell’estrema destra in tutto il continente e mette i partiti centristi in una posizione difficile. In tutta Europa, i partiti di estrema destra stanno avanzando anche con il sostegno dei giovani: nel caso dei Paesi Bassi, la crisi abitativa è diventata una preoccupazione chiave. Politico di recente ha scritto che a differenza dei loro genitori e nonni, le nuove generazioni si sentono meno vincolate a un partito, diventando elettori più imprevedibili e quindi un bacino di nuovi sostenitori per i candidati anti-establishment.

In Portogallo, i dati hanno suggerito che gli under trenta rappresentavano circa il venticinque percento di coloro che hanno votato per il partito di estrema destra Chega. In Francia, secondo un sondaggio sugli elettori al primo turno delle elezioni presidenziali del 2022, il presidente Emmanuel Macron era solo la terza scelta dei giovani votanti, dietro al candidato di sinistra Jean-Luc Mélenchon e alla sovranista Marine Le Pen del Rassemblement National. La partita delle europee dunque è sempre più combattuta e Wilders sembra pronto a rilanciare la sua sfida con timing perfetto.

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