Palla al centroGli Europei sono diventati una vetrina per i nazionalisti dei Balcani

Le tensioni sociali sono sfociate anche in campo, tra bandiere, simbologie identitarie e cori xenofobi che riportano a galla questioni che a trent’anni di distanza dalle guerre jugoslave non sono state ancora risolte

AP/Lapresse

Il 20 giugno a Monaco di Baviera, prima che iniziasse la sfida tra Slovenia e Serbia, un uomo di nome Ivan Kocman ha esposto sugli spalti occupati dai tifosi sloveni una bandiera con la scritta “Trieste è nostra”. Kocman è un ex calciatore dilettante ed è il figlio di Goran Kocman, presidente di un piccolo club della quinta divisione italiana – il Kras Repen – legato alla comunità slovena di Monrupino, a dieci chilometri da Trieste, lungo il confine con la Slovenia.

La foto dello striscione, che Kocman ha pubblicato sui social, ha fatto discutere addirittura la politica locale, causando le ire di Fabio Scoccimarro, assessore regionale all’Ambiente per Fratelli d’Italia.

Questo episodio, che affonda le sue radici nella storia triestina – la città fu al centro di un caso diplomatico tra Italia e Jugoslavia dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale – è solo una delle numerose espressioni nazionaliste che hanno dominato questa prima fase degli Europei di calcio in Germania. Il nazionalismo balcanico è stato il vero protagonista dei gironi eliminatori del torneo, finendo per contagiare un poco anche i vicini: lunedì sera durante Croazia-Italia, un tifoso azzurro è stato fotografato sugli spalti con un cartello che recitava “Ridateci Fiume”.

Nazionalismo in ogni stadio
Trieste e Fiume non possono che sembrare rivendicazioni anacronistiche, però, rispetto a tensioni di ben altro tipo che si sono viste durante altri incontri della competizione. Fin dall’inizio delle partite, in alcuni video si sono visti tifosi albanesi girare la Germania con bandiere con la scritta “Autochthonous”, i volti degli eroi nazionali di inizio Novecento Ismail Qemali e Isa Boletini, e il profilo geografico della cosiddetta “Albania etnica”, che comprende anche il Kosovo e altri territori di Grecia, Macedonia del Nord e Serbia. Durante Serbia-Inghilterra del 16 giugno, i tifosi slavi hanno rivolto cori nazionalisti al giornalista kosovaro Arlind Sadiku, che in tutta risposta ha fatto loro il gesto dell’aquila con le mani (lo stesso fatto dai kosovari Shaqiri e Xhaka per festeggiare i gol alla Serbia ai Mondiali 2018).

AP/Lapresse

La Serbia è finita sotto procedimento per i cori e Sadiku si è visto revocare le credenziali Uefa per seguire gli Europei. Dopodiché, il 20 giugno la federazione di Belgrado ha anche inviato una lettera alla Uefa minacciando di ritirarsi dal torneo se non ci fossero stati omologhi provvedimenti anche contro i tifosi croati e albanesi, che nella gara del giorno precedente si erano uniti in un coro che diceva: «Uccidi il serbo». Al termine di quest’ultima gara, l’attaccante albanese Mirlind Daku aveva addirittura preso un megafono e intonato assieme ai suoi tifosi insulti contro la Serbia e la Macedonia del Nord, e per questo ha ricevuto una squalifica di due giornate. Lunedì 24 giugno, prima della sfida alla Spagna, alcuni tifosi albanesi hanno posato con un manifesto in cui chiedevano a Madrid di riconoscere il Kosovo (la Spagna è l’unico Paese dell’Europa occidentale a opporsi all’indipendenza unilaterale di Pristina).

Dallo stadio alla politica
Una situazione tutto sommato prevedibile: Euro 2024 è il torneo internazionale con la più alta concentrazione di selezioni dei Balcani meridionali di sempre, con quattro partecipanti (Albania, Croazia, Serbia e Slovenia) riunite in due soli gironi. E quelli riportati poco sopra sono comunque solo una parte degli episodi registrati. L’esperto di movimenti di estrema destra Ruben Gerczikow ha segnalato su X cori di serbi e sloveni per le strade di Monaco che rivendicavano il Kosovo come serbo, e altre simbologie cetniche. Sugli spalti sono stati notati vessilli dell’UÇK (l’Esercito di Liberazione del Kosovo) e il 16 giugno, negli scontri tra tifosi serbi e inglesi a Gelsenkirchen, è stato visto addirittura Danilo Vučić, il figlio del presidente della Serbia Aleksandar Vučić.

A quasi trent’anni dalla fine delle guerre nei Balcani, la regione sembra essere ancora oggi una polveriera, con il calcio che si conferma la principale valvola di sfogo di rivendicazioni nazionaliste mai soddisfatte, dove ognuno è pronto a reclamare le proprie presunte ingiustizie. La Uefa alla fine ha sanzionato per diecimila euro Serbia e Albania e aperto un procedimento sulla Croazia: tempi difficili, per chi ancora a Nyon pensa che sport e politica possano restare cose separate. Per ora, tutto ciò resta confinato al campo di gioco, anche se chiaramente non sono che un riflesso di tensioni sociali più ampie, come quelle che lo scorso autunno avevano fatto temere un rinfocolarsi del conflitto in Kosovo.

Sembra allora piuttosto assurdo che, mentre avviene tutto questo, Albania e Serbia stiano lavorando a una candidatura congiunta per ospitare gli Europei under ventuno del 2027, come è emerso lo scorso mese. La Uefa sarà chiamata a decidere nei prossimi mesi, ma quanto visto fin qui in Germania non può che indebolire la credibilità di un simile progetto.

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