Ceci n’est pas un electionIn Belgio non si vota solo per il prossimo Parlamento Ue, ma anche per il futuro del paese

Nel fine settimana si voterà anche per rinnovare i parlamenti federali e delle comunità in una situazione di incertezza a causa delle tensioni tra le due principali comunità linguistiche: i fiamminghi e i valloni. Secondo i sondaggi il primo partito è Vlaams Belang, movimento di estrema destra, separatista ed euroscettico

Polet / Reporters

Il Belgio si prepara alle elezioni federali e regionali, che si svolgeranno il prossimo 9 giugno nella stessa data delle consultazioni europee, in un clima di incertezza per il proprio futuro. La piccola nazione, sede di molte istituzioni dell’Unione europea e considerata il cuore del Vecchio continente, è preda di una crisi esistenziale che sta minando la convivenza tra le due grandi comunità linguistiche del Paese. Nelle Fiandre, regione settentrionale e centro economico del Belgio, dominano i partiti separatisti e radicali di destra che puntano alla secessione oppure a una marcata autonomia dal governo centrale. Nella Vallonia, regione meridionale che vive in condizioni di precarietà economica, sono popolari i partiti progressisti, europeisti e marxisti-leninisti. I fiamminghi, che parlano una lingua simile all’olandese e i valloni, francofoni, non riescono più a comunicare e il problema non riguarda solamente l’idioma. Trovare una sintesi tra le parti che consenta la formazione di un governo federale è sempre più difficile e negli ultimi ci sono voluti mesi per formare complesse coalizioni post-elettorali.

Un recente sondaggio, realizzato tra il 14 ed il 20 maggio dall’istituto demoscopico Ipsos, ha evidenziato che nelle Fiandre il Vlaams Belang, movimento di estrema destra, separatista ed euroscettico, è accreditato del 26.8 per cento dei voti ed è al primo posto nelle preferenze degli elettori del Paese. In seconda posizione c’è la Nuova Alleanza Fiamminga, moderatamente euroscettica, conservatrice (siede nello stesso gruppo europarlamentare di Fratelli d’Italia e del polacco Legge e Giustizia) e separatista, con il 20.6 per cento delle preferenze. Lo stesso sondaggio chiarisce come in Vallonia ci sia un testa a testa tra i Socialisti e i moderati del Movimento Riformista, entrambi al 22.6 per cento delle preferenze e in terza posizione ci sia il Partito dei Lavoratori del Belgio, marxista ortodosso, con il 14.5 per cento dei voti. A Bruxelles il Movimento Riformista è al primo posto, i Socialisti sono secondi e i Verdi terzi.

Un vero e proprio ginepraio che, sempre secondo Ipsos, a livello nazionale si tradurrebbe in ventisei seggi per il Vlaams Belang, venti scranni per la Nuova Alleanza Fiamminga, diciannove seggi per il Partito dei Lavoratori, 18 scranni per il Movimento Riformista, 16 per i Socialisti francofoni, 12 per i Socialisti fiamminghi e altri seggi ai partiti minori, tra cui i Verdi (cinque alla componente fiamminga e quattro a quella francofona). Il quadro è frammentato e nessun partito si avvicina alla maggioranza assoluta in Parlamento, pari a settantasei scranni. Il dialogo tra le parti è reso complesso dalle differenze ideologiche e dalle differenti aspirazioni sul futuro del Belgio, con i partiti separatisti fiamminghi che vorrebbero la sua fine e i valloni che sono più centralisti.

Il sistema proporzionale e la frammentazione rendono difficile immaginare la formazione di un governo estremista post-voto, ma il proliferare di partiti radicali può ridurre lo spazio di manovra dei moderati. Il Belgio è attualmente guidato da un esecutivo formato da ben sette partiti diversi, dai socialisti e verdi fiammingo-valloni ai Cristiano democratici e ai liberali fiamminghi, e capeggiato dal liberale Alexander de Croo, che è anche l’uomo politico più popolare del Paese. Il problema è che è difficile trovare un accordo sui diversi temi tra tutti questi movimenti e la lentezza dei processi decisionali rischia di rafforzare il voto di protesta e i partiti radicali.

A destare preoccupazione è la popolarità del Vlaams Belang, con una controversa storia alle spalle, che si presenta alle elezioni con un programma politico incentrato sul separatismo, su una decisa stretta nei confronti dell’immigrazione, sull’implementazione di riforme più severe in ambito giudiziario e su politiche economiche che guardano a sinistra. Il partito ritiene che i rifugiati dovrebbe essere aiutati nella propria regione di appartenenza, che sia necessario rafforzare i confini esterni dell’Unione e chiudere ai migranti, che le sentenze di condanna debbano essere servite senza sconti ma anche che i salari e le pensioni minime debbano essere incrementate. Il Vlaams Belang è contrario al Green Deal voluto da Bruxelles, vorrebbe un’Unione europea più debole e non è ostile nei confronti della Russia di Vladimir Putin.

Il programma del partito ha, come ricordato da Politico, delle forti tinte separatiste e punta a lanciare «una dichiarazione di sovranità» appoggiata dalla maggioranza dei fiamminghi se assumerà la guida del governo delle Fiandre. Una posizione drastica che non è condivisa dalla Nuova Alleanza Fiamminga, favorevole invece a un sistema «confederale» che assegni quasi tutte le prerogative alle regioni salvo settori come la Difesa. Qualunque cambiamento dovrebbe comunque essere negoziato con i partiti francofoni, ostili al separatismo, perché appare improbabile la formazione di uno scenario Catalano e la proclamazione di un referendum secessionista non concordato con Bruxelles.

Il Partito dei Lavoratori del Belgio, una vera e propria anomalia in un’Europa che sembra aver dimenticato l’esistenza della sinistra radicale, si contrappone al Vlaams Belang e punta al successo in Vallonia. Il suo programma, come ricordato dalla Fondazione Robert Schuman, punta sulla difesa della giustizia fiscale, del potere d’acquisto della popolazione e della tassazione per i ricchi, supporta una politica ambientale che sia equa a livello sociale e propone di lottare contro i «privilegi politici». Il movimento ha criticato a più riprese l’Unione Europea ma non è favorevole all’uscita dall’organizzazione. Questo punto è condiviso, paradossalmente, con il Vlaams Belang che, seppur euroscettico, non propone soluzioni radicali in materia.

L’appartenenza all’Unione Europea non è tema di dibattito elettorale a causa della sua popolarità. Il settanta per cento dei belgi ritiene, infatti, che abbia un impatto positivo sulla propria vita. L’estrema destra e sinistra hanno, comunque, altri punti in comune. Criticano il ruolo giocato dall’Occidente nella guerra in Ucraina e gli elettori dei due partiti sono quelli che hanno meno fiducia nella democrazia rispetto a quelli degli altri movimenti. Quest’ultimo è un dato emblematico che sottolinea quanto il populismo e il radicalismo siano ostili alle diverse sfaccettature della democrazia liberale e quanto, anche in Belgio, quest’ultima sia sotto attacco da parte di un fronte variegato che si è rafforzato progressivamente nel corso degli anni.

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