È tutto un cicloLa valorizzazione degli scarti per una maggiore consapevolezza delle fasi di vita di un prodotto

Il modello di economia circolare di una delle maggiori aziende agroalimentari italiane come case history esemplare di rigenerazione delle risorse e il loro reinserimento sul mercato

Ai modelli di economia lineare e quindi caratterizzata da diversi step produttivi (estrazione delle materie prime, trasformazione e smaltimento dei rifiuti), negli ultimi anni, sulla spinta della sostenibilità, si è affiancato un nuovo approccio e quindi un nuovo concetto descrittivo del ciclo economico. Si parla infatti sempre di più di circolarità, termine che in qualche modo è diventato anche inflazionato, ma che indica la massimizzazione del riutilizzo degli scarti all’interno delle singole economie.

Anche nel settore agroalimentare si parla di circolarità, ma, rispetto ad altri ambiti produttivi, il primario è sicuramente caratterizzato da maggiori complessità, interazioni tra filiere produttive differenti e da una serie di stadi ancora più difficili da analizzare.

Allo stesso tempo, analizzando per esempio il settore delle carni, si scopre che l’allevamento bovino e la sua filiera di trasformazione sono uno dei sistemi più articolati e circolari che esistono. Dalla filiera bovina si producono infatti – oltre ad alimenti come carne, latte e suoi derivati (formaggi, yogurt, burro, panna) –  anche molti altri prodotti generati nella fase di macellazione, destinati ai più svariati utilizzi. In quest’ultimo campo, la ricerca e l’innovazione industriale sono fondamentali per massimizzare la possibilità di riutilizzo. Infatti, sono molteplici le interazioni della lavorazione della carne con altre filiere: dal campo biomedicale dove si producono valvole cardiache biologiche, al farmaceutico (capsule per farmaci, eparina e antipiretici), pelletteria (accessori di pelle, cuoio, eccetera), cosmesi (creme, saponi, detergenti), mangimi, pet food e pet toy.

Una conseguenza di questa varietà di output produttivi è la difficoltà a calcolare gli impatti ambientali di un singolo prodotto, col rischio di un confronto sbagliato con altri prodotti (per esempio, paragonare gli impatti della produzione di un chilogrammo di carne a confronto con un chilogrammo di insalata). Se, grazie ai principi dell’economia circolare, è possibile valorizzare uno scarto, ciò che era un costo (soprattutto ambientale) per lo smaltimento diventa un’opportunità.

Per capire questo processo in pratica, può essere utile considerare un caso concreto come quello della società Inalca, una delle poche aziende in Italia capace di lavorare tutti i prodotti e i sottoprodotti del bovino in grado di valorizzarli, collocandoli al meglio sui mercati nazionali e internazionali. La sua organizzazione industriale è basata su un modello di economia circolare che permette di rigenerare le risorse e limitare gli sprechi. Per esempio, le deiezioni degli animali e gli scarti delle attività agricole e industriali, grazie agli impianti di biogas integrati con la cogenerazione, costituiscono una preziosa biomassa per la produzione di energia da fonti rinnovabili e per la produzione di fertilizzanti organici che vengono reimpiegati nel ciclo agricolo, in particolare nel biologico.

Nel sistema industriale è stato recentemente integrato anche un nuovo impianto, recentemente inaugurato, per il trattamento dei grassi e la lavorazione delle ossa, che in precedenza erano avviati a utilizzi diversi da quello alimentare e allo smaltimento. Il nuovo impianto, oltre alla produzione di  collagene per capsule medicinali, permetterà di valorizzare la materia prima (grasso e ossa) sia come prodotti per l’industria mangimistica e il pet food, sia per uso alimentare, per la produzione ad esempio di ciccioli, ingredienti, aromi.

Credits cover photo Caroline Grunderson, Unplash

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