Non siamo incolpevoli Scegliere che cosa mangiare (contro il caporalato)

Il problema dei lavoratori agricoli sfruttati e trattati in maniera inumana esiste. Che cosa possiamo fare noi, concretamente, oltre a indignarci

Foto LaPresse/Claudio Furlan

Siete in cucina, fate bollire l’acqua per la pasta, la scolate e la condite con un sughetto preparato con la passata, arraffata di corsa mentre facevate la spesa al supermercato.

Accendete la tv per guardare il telegiornale. Un bracciante è morto per incuria, per noncuranza, per proteggere un’azienda. Scrollate la testa, vi indignate.

Continuate a mangiare la pasta al pomodoro primo prezzo, pensando che il problema sia il caporale.

Sì, lo è. Ma il problema siamo anche noi, ogni volta che usiamo il nostro carrello della spesa per fare scelte politiche e sociali.

La prossima volta che pensate che il prezzo sia troppo elevato per quello che metterete nel piatto, alzate gli occhi e guardatevi attorno: non state pagando gli spaghetti al pomodoro, ma tutto quello che è avvenuto prima e avverrà dopo il vostro consumo.

Se il cibo costa poco: o non è buono o è frutto dello sfruttamento del lavoro umano.

La qualità costa: ma trattandosi di cosa che diventa noi, corpo e sangue, salute o malattia, gioia di vivere o arrabbiatura, non abbiamo alternativa. La non qualità ha un prezzo, spesso costa la vita.

Questo, ovviamente, non vuol dire che spendendo molto siamo sicuri che mangeremo cose sane e buone e che i caporali scompariranno e tutti gli agricoltori saranno a posto coi dipendenti, coi conti e con il fisco. Ma di sicuro ci avremo almeno provato. Scegliere consapevolmente che cosa mangiare, e dove, spesso cambia le cose: cambia il gusto, cambia il paesaggio, cambia il rapporto tra le persone e i luoghi che abitano. A volte, cambia la fine di una vita.

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