Stati Uniti d’OccidenteLe elezioni europee e le sfide che le democrazie non possono ignorare

Sabato e domenica si vota per il rinnovo del Parlamento di Bruxelles, ecco che cosa (e chi) serve per fermare l’imperialismo russo, l’espansionismo cinese e la fine della democrazia americana

AP/Lapresse

Ci siamo, domenica eleggeremo i nuovi parlamentari europei, speriamo il più possibile dalla lista liberal-democratica Stati Uniti d’Europa di Matteo Renzi e di Emma Bonino, ma contiamo che riescano ad andare a Bruxelles anche la solitaria Azione di Carlo Calenda e quei pochi ma coraggiosi candidati del Partito democratico – Pina Picierno, Giorgio Gori, Irene Tinagli, Pier Maran – che non si arrendono alla trasformazione del loro partito in un’assemblea studentesca a immagine e somiglianza di Elly Schlein, la segretaria forgiatasi politicamente nell’idea di occupare il Partito democratico, non di guidarlo, e che ora si avvale della complicità della sedicente corrente riformista che subito dopo il voto sarebbe il caso di sciogliere “per non aver commesso il fatto”, il fatto di essere, appunto, una vera corrente riformista, essendo invece una stampella per facilitare il progetto demolitorio del Partito democratico.

Ma questa è anche la settimana dell’ottantesimo anniversario della vittoria alleata sul nazifascismo (giovedì 6 giugno), l’avvio di un percorso che si concluderà il 9-11 luglio a Washington con il summit per festeggiare il settantacinquesimo compleanno della Nato, dopo che il mondo libero avrà affrontato la conferenza di pace sull’Ucraina in Svizzera (15-16 giugno), il G7 in Italia (13-15 giugno) e il piano di Joe Biden per fermare la guerra scatenata da Hamas contro Israele.

Insomma, l’Occidente si sta muovendo per fare quello che sa fare meglio, difendere la pace, promuovere la democrazia, ampliare la sfera dei diritti individuali e sviluppare il benessere globale attraverso la libera circolazione delle persone, dei beni e dei capitali.

Lo so, a guardare i talk show, a leggere i social e a seguire la campagna elettorale, sembra che l’America, l’Europa, la Nato e il capitalismo, e anche gli ebrei, non abbiano garantito libertà e prosperità per ottant’anni, facendo peraltro uscire dalla povertà estrema e dall’oppressione un miliardo di persone, ma al contrario raccontano che i suddetti siano gli unici responsabili di ingiustizie sociali, pronomi sbagliati e altre calamità.

Mi chiedo sempre se valga ancora la pena ribattere a queste enormità, e non sia meglio ignorarle come se questi smemorati o ciechi, o semplicemente fessi, non esistessero. Posso testimoniare che si vive meglio, molto meglio, spegnendo la tv, e non ascoltandoli, ma poi questi indeboliscono il discorso pubblico, vincono le elezioni e provano a smantellare lo stato di diritto, anche se per fortuna poi non ne sono capaci.

Così ogni tanto ci riprovo, affidandomi però alla favolosa resistenza ucraina e ai ragazzi georgiani che amano l’Europa più di noi e provano ribrezzo per “la grande cultura russa” perché sanno che è uno strumento imperialista di oppressione e di cancellazione etnica.

I nuovi europei sono il futuro della nostra civilizzazione basata sullo stato di diritto perché sono gli unici che sanno per esperienza personale diretta qual è l’alternativa al nostro sistema, e sono anche i soli pronti a difenderla (a questo proposito consiglio di leggere il romanzo Marsilio “Favole del comunismo” scritto dall’albanese, ora anche italiana, Anita Likmeta: poi provate a sentire ancora le fregnacce di Conte, Salvini, Meloni e Schlein).

Vedremo che cosa succederà in questo mese e mezzo tra elezioni europee, summit per l’Ucraina e consolidamento dell’Alleanza atlantica, ma su questo scenario incombe comunque l’attacco della Russia all’Europa, e la sottovalutazione europea della minaccia russa che va ricordata proprio oggi che è l’anniversario del giorno in cui, ventotto anni fa, gli ucraini trasferirono gli ultimi missili nucleari alla Russia, come concordato col Memorandum di Budapest del 1994, in cambio della garanzia, fornita da Washington e Londra, di non essere più invasi dalla Russia. La Russia naturalmente se ne è infischiata e ha invaso e occupato ugualmente l’Ucraina, prima nel 2014 e poi nel 2022, dopo aver fallito il ventennale tentativo di teleguidare Kyjiv con la corruzione, i brogli elettorali e le stragi dei civili a Maidan. Forza, dai, concediamo altri territori e consegniamo altri cittadini ucraini alle cure amorevoli di Putin, così poi si sazierà e ci lascerà fare l’apericena in pace!

In ogni caso non è soltanto l’Ucraina a essere minacciata dalla Russia, lo sono anche la Georgia, la Moldavia e i Paesi baltici. E non è nemmeno solo la Russia a sfidare l’occidente liberal-democratico. Ci sono la furia islamista degli ayatollah iraniani, l’espansionismo cinese, la guerra a Gaza e la possibile elezione a novembre di Donald Trump, tutti ovviamente alleati o legati al dittatore russo perché le menti malate pensano sempre allo stesso modo.

Il primo presidente antiamericano degli Stati Uniti è la variabile impazzita di questo tempo, per il ruolo che ha l’America nel reticolo di alleanze democratiche globali e perché nessuno è in grado di prevedere che cosa farà Trump se sarà eletto presidente per la seconda volta, nonostante sia già arrivata la prima di una serie di condanne, anche se non ancora quella per aver tentato un colpo di stato dopo aver perso le elezioni del 2020.

L’unica ideologia che muove Trump è Trump medesimo, il suo cognome e il suo brand, ma spesso anche il suo umore del momento. A questo giro, Trump non sarà contenuto da nessuno dei suoi ministri che durante il primo mandato lo hanno più o meno frenato, considerato che adesso, a cominciare dal suo vicepresidente Mike Pence che il 6 gennaio 2021 il branco trumpiano avrebbe voluto linciare e impiccare, sono tutti schierati contro di lui e lo considerano, sia pure in colpevole ritardo, un pericolo serio per la democrazia.

Non sono solo Robert De Niro, Hillary Clinton e i democratici a temere che se Trump sarà eletto non ci saranno più elezioni presidenziali, comincerà la persecuzione degli avversari politici e finirà la democrazia americana.

Lo dicono anche i suoi più stretti collaboratori del primo mandato e lo sbandierano i suoi strateghi come Steve Bannon, l’ospite d’onore delle feste di Atreju di Giorgia Meloni.

I repubblicani lo sanno, ma fanno finta di niente. Opportunisti e pavidi quali sono, facilitano la demolizione della democrazia americana, comportandosi come i riformisti del Partito democratico che tentano accordi elettorali con Jasmine Cristallo e Sandro Ruotolo anziché prefigurare un’alternativa alla segretaria rottamatrice.

Ora Trump straparla di bombardare Mosca (e Teheran), dopo essere stato eletto anche grazie all’operazione di infiltrazione nelle linee nemiche più riuscita degli ultimi decenni, e dopo aver cercato di regalare l’Ucraina al suo padrone (suo di Trump, non dell’Ucraina).

Nessuno sa che cosa farà Trump una volta tornato alla Casa Bianca, nemmeno Trump. Intanto potrebbe essere sconfitto di nuovo, come quattro anni fa, ma dobbiamo comunque immaginare di poter finire nel peggiore dei mondi possibili, quello caratterizzato dalla fine della democrazia americana e dallo scioglimento della Nato, fino allo scenario di una guerra a ovest dell’Ucraina.

Nel frattempo bisogna allacciarsi le cinture di sicurezza, aiutare il più possibile il popolo ucraino a respingere l’invasore, senza il freno che l’amica italiana di Bannon continua a tenere tirato, ricordare che cosa hanno significato per il mondo questi otto decenni di pace e prosperità, rafforzare l’Alleanza militare atlantica, neutralizzare per sempre Hamas, contenere l’Iran, fermare gli estremisti israeliani e, soprattutto, eleggere sabato e domenica a Bruxelles il numero più alto possibile di deputati anti populisti e anti putiniani.

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