Roma, UngheriaLa destra di Meloni non è gollista, è irriformabile come l’Unione Sovietica

La Premier e il suo partito sono il volto della destra più radicale, nulla a che vedere con le grandi famiglie europee di partiti conservatori e popolari. I giornali italiani raccontano la favola della moderazione, ma a Bruxelles non se la bevono

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Il gollismo italiano può attendere. La destra italiana non è conservatrice, nemmeno ultra-conservatrice. La sua leader non è e non sarà mai fatta di quella pasta moderata e tendenzialmente centrista che fu il gran lievito della Dc. Giorgia Meloni è una donna di estrema destra, per temperamento e formazione è un’estremista. Altro che Jacques Chirac, è Marine Le Pen.

Solo certa stampa perennemente a caccia di buoni rapporti con il potere, taluni editorialisti e direttori che più o meno in buona fede tendono a chiudere un occhio o anche due sul premier di turno (e lasciamo qui perdere l’Istituto Luce di Chiocci-Vespa) possono ignorare alcuni dati di fatto: Meloni è entrata in una fase diversa del suo mandato e lo dà a vedere. È una leader che si lascia prendere dai nervi, che risponde male a chi la critica, siano essi giornalisti o avversari politici. Non sopporta nessun rilievo, nemmeno inviti alla moderazione. Non ci metterà molto a sentir crescere dentro di sé la paranoia del complottismo, tipico di chi non padroneggia la democrazia come arte dell’ascolto e della mediazione e non fa mai autocritica. In autunno pioverà sulla nostra economia e se le prenderà chissà con chi. Sarà incapace di fronteggiare il calo di popolarità che inesorabilmente l’attende. È il veloce ritratto di una leader che proprio per queste caratteristiche è invisa all’Europa politica. Lì non ci cascano.

L’odore dell’intolleranza connaturata al nazionalismo, uno come il polacco Donald Tusk cresciuto all’ombra dell’autoritarismo lo annusa subito e così il tedesco Olaf Scholz (che ieri ha nuovamente chiuso ad accordi con la destra), per non parlare di Emmanuel Macron.

In Europa colgono presto l’ambiguità di una che vuole sedersi alla tavola europea ma la considera un luogo dove dominano i caminetti di potere che sono tali solo se lei non è invitata. Una che non sa distinguere tra partito e Stato, proprio come i dittatori, per cui non si è capito se trattasse a nome dei Conservatori o dell’Italia: come può essere considerata credibile?

Sergio Mattarella ci ha messo una pezza: non trattate male l’Italia solo perché è lei che la rappresenta. È una parola. L’Italia è isolata, come l’Ungheria, come la Repubblica Ceca. Tutto questo è emerso con evidenza nella trattativa sulle massime cariche dell’Unione. Ovviamente sotto il tavolo la presidente del Consiglio tratta eccome qualche strapuntino, ed ecco stagliarsi l’immagine di Raffaele Fitto, ma attenzione che a settembre potrebbe essere impallinato se lei continuerà a trattare l’Europa come un consesso di affamati di potere, alla stregua dell’amico Viktor Orbán. Escogita trucchetti: voti sottobanco a Ursula von der Leyen, quindi – bella figura – voterà come gli odiati socialisti. Non è machiavellismo, è andare a Canossa. Questi sono fatti.

Non c’è bisogno di vedere collaboratori di ministri professarsi antisemiti e razzisti per capire che Fratelli d’Italia non sarà mai quel partito conservatore che peraltro l’Italia non ha avuto mai. Altro che Democrazia cristiana. Non sarà la premier italiana, con buona pace del Corriere della Sera, dei commentatori che non tramontano mai e della vecchia cara borghesia sedicente illuminata, a dare una casa ai conservatori e moderati. Giorgia Meloni è un po’ come l’Unione Sovietica: irriformabile.

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